via The Guardian

Cosa sappiamo finora dei due italiani uccisi in Libia

Cosa sappiamo finora dei due italiani uccisi in Libia
Fausto Piano e Salvatore Sailla, due dei quattro italiani sequestrati in Libia nel luglio del 2015, sarebbero morti. Manca ancora l’ufficialità della notizia, ma Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, scrive Repubblica, ha dichiarato di augurarsi che «i corpi dei due italiani uccisi in Libia siano presto in Italia. Pensiamo che possa accadere in tempo breve». Poco chiare anche la modalità della morte dei due dipendenti dell’impresa Bonatti di Parma, general contractor nel settore oil and gas. Una testimone ha riferito all’Ansa che sarebbero morti durante un raid delle forze libiche contro presunti militanti dello Stato Islamico che li avrebbero usati come “scudi umani”. Mentre fonti della sicurezza libica dicono che i due dipendenti sarebbero stati giustiziati dall’Is prima del blitz. Stucchi ha inoltre precisato che bisogna ancora capire se i sequestratori degli italiani «fossero appartenenti all’Is». Gli altri due italiani rapiti a luglio, Filippo Calcagno e Gino Pollicardo, secondo le informazioni di intelligence, sarebbero ancora vivi.

Honduras, assassinata Berta Càceres, “nobel alternativo” per l’ambiente nel 2015
È stata assassinata nella notte in Honduras, Berta Càceres, attivista per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente. Nel 2015, le era stato assegnato il Premio Goldman per l’Ambiente, per la sua strenua opposizione alla realizzazione della più grande centrale idroelettrica dell’America Centrale. In un’intervista al Guardian, Càceres aveva manifestato preoccupazione per le minacce di morte e le intimidazioni subite, sottolineando l’alto numero di attivisti ambientali uccisi, 101 persone nel solo Honduras tra il 2010 e il 2014.

Dopo le minacce di morte ricevute, Càceres era stata costretta a portare i figli in Argentina per scongiurare il rischio di rapimenti. Accusata di terrorismo, era stata arrestata e perseguitata giuridicamente dal governo.

La Macedonia tiene chiusa la frontiera. Oltre 30mila migranti bloccati in Grecia
Caos, blocchi e tensioni. Questa la situazione dei migranti che tentano di entrare in Europa. Il ministro della difesa greco Dimitrios Vitsas ha parlato di circa 30mila migranti fermi in Grecia, bloccati dopo che la Macedonia e altri paesi balcanici, che i profughi vogliono attraversare per raggiungere il nord Europa, mantengono chiuse le frontiere, scrive Internazionale. Oggi, durante una visita in Grecia e in Turchia, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ha lanciato un appello ai cosiddetti “migranti economici” chiedendo loro di non tentare di raggiungere l’Europa.

Siria, Amnesty: “Bombardamenti sugli ospedali di Aleppo sono una strategia di guerra”
«Le forze siriane e russe hanno deliberatamente attaccato strutture mediche in flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Ma quello è che davvero oltraggioso è che centrare gli ospedali pare essere diventato parte della loro strategia militare». Sono queste le conclusioni di un’esame degli attacchi aerei in Siria, a cura di Amnesty International. L’organizzazione internazionale ha raccolto prove su almeno sei attacchi lanciati negli ultimi tre mesi contro ospedali, ambulatori e altre strutture mediche situate nella zona di Aleppo.

via Amnesty International

Sulla base delle prove raccolte e dell’analisi dei bombardamenti compiuti, Amnesty è giunta alla conclusione che si sia trattato di attacchi deliberati e sistematici per favorire l’avanzata delle truppe di terra, persino nei giorni in cui veniva negoziata la fragile tregua. Secondo il ministero della Difesa della Russia, gli attacchi aerei russi compiuti nella provincia di Aleppo dal 4 all’11 febbraio hanno colpito “obiettivi del terrorismo”, senza uccidere civili o danneggiare infrastrutture civili. Tuttavia, prove stringenti indicano che questi attacchi hanno causato centinaia di morti tra i civili e danneggiato edifici civili.

Angola, riciclare le armi della guerra civile per ricostruire il paese
Trasformare in acciaio carri armati, rottami metallici, fucili sparsi in tutto il paese dopo la fine della guerra civile nel 2002 per ricostruire il paese. È il tentativo dell’Angola per diversificare la propria economia, in difficoltà dopo il recente calo del prezzo petrolio. Secondo quanto riportato dalla CNN, ADA, un’acciaieria locale, sta utilizzando tutte le armi come fonte primaria di materie prime. È ancora presto, tuttavia, per sapere se questa iniziativa riuscirà a far risalire un’economia eccessivamente dipendente dal petrolio.

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