I nostri difetti sono doni da far fruttare. Ecco perchè chiudo temporaneamente il blog.

A 16 anni andavo bene a scuola.
Non ero un secchione, come si diceva allora, forse più un nerd, come si direbbe adesso: non studiavo tanto ma la mia curiosità per tutto ciò che era nuovo e stimolante mi faceva riuscire bene con poco sforzo.
Dopotutto, andare bene a scuola era l’unica cosa che mi venisse bene, oltre a giocare ai videogiochi. Il resto delle cose che fanno di un bambino un adolescente incarnato? non pervenute.
Tra le materie in cui riuscivo meglio c’erano quelle scientifiche. Matematica, tra tutte. La cosa apparentemente curiosa è che per un periodo abbastanza lungo io abbia inscenato un misero teatrino durante tutte le ore del prof di matematica. Appena entrato, il professore si sistemava alla cattedra: appoggiava la borsa, salutava, toglieva la giacca, sedeva. Qualche istante dopo mi alzavo per andare in bagno. Tutte le volte. E procedevo coi soliti gesti lenti e le camminate nei corridoi in penombra fino a rientrare e vedere un ragazzo diverso da me alla lavagna, interrogato. Sospiro.
Pur essendo sempre preparato e amando alla follia la materia, avevo paura.

In quel periodo, non avevo forse la maturità per farmi certe domande, per chiedermi per quale motivo mi comportassi in un modo così assurdo. Ora, riguardando indietro il me stesso con la metà dei miei anni, dico: il perfezionismo genera paura.
Avevo talmente voglia di riuscire bene e di fare bella figura davanti al professore, ai miei genitori, ai miei compagni e sopratutto alle mie compagne, che il perfezionismo mi bloccava. Autoalimentava una timidezza di fondo all’ennesima potenza.

Ieri mattina mi sono alzato con l’umore nero. Il freddo e la nebbia, sia fuori che dentro. L’angoscia col suo vessillo ben piantato nel mio cranio, l’ansia delle cose da fare. Che poi non è tanto “fare le cose” quanto “ricordarsi le cose che bisogna fare”. Fanculo alla mindfullness, fanculo alle to-do-list o alle pratiche facili da leggere in tutti i blog “se per fare una cosa impiegheresti meno di un paio di minuti, falla subito”.
Niente da fare. E’ un periodo della vita dove le attività e le necessità sono calamitate e si attirano a vicenda: dopotutto, la neve comincia a cadere tutta insieme quando agiti una di quelle palline con la neve finta e Babbo Natale con le sue renne dentro.
Per uscire da questo stallo, ho fatto una delle cose più utili per me in questo periodo: uscire a osservare la natura. Osservare senza giudizio, cercando di guardare esattamente il cielo, il sole, le piante e i fenomeni atmosferici per quello che sono. Ho attraversato la nebbia, salendo nella prima collina della città dove dormono ormai i vigneti, e ho visto la luce cambiare d’incanto: da grigia scura a grigia chiara, poi in un’altalenanza poetica tra blu e arancio, a seconda di dove orientavo i miei occhi, e poi finalmente chiara. Sopra le nuvole ecco il sereno. E il mondo era lì, come a dire: “io sono sempre stato qui, bastava che spostassi lo sguardo”.
E tutto era perfetto: le luci, i suoni, le forme e i colori.

Ho osservato meglio.
Nei dettagli, tante piccole cose sembravano fuori posto se guardate con gli occhi dell’uomo: un ramo spostato e spezzato, una zona di prato senza erba, le cime dei cipressi storte e rovinate. E invece in realtà tutto era perfetto: in equilibrio.
Respiravo fortissimo la tensione tra le diverse forze, che creavano movimento e che sfociavano, subito dopo, in un nuovo stadio di equilibrio perfetto.
E’ magia, forse.

Lì, tra l’aria che profumava di freddo e di pulito, ho pensato alla perfezione e al perfezionismo. La natura è perfetta, anche se un occhio non allineato alle sue frequenze potrebbe trovarci molti difetti. Ed è proprio dai suoi errori, da questa continua tensione di equilibrio e di evoluzione, che si genera questa perfezione. E’ una perfezione che dà sicurezza, è un perfezionismo senza paura.

Ho sempre avuto problemi con il perfezionismo, fin da bambino. Volersi sentire perfetto è fare i conti coi propri difetti nel modo peggiore. E’ come quando ci si ferisce a un dito e si continua a toccare la ferita, a infastidirla. E’ come quando da bambino cadevo e mi sbucciavo le ginocchia, e il miglior passatempo era continuare all’infinito a togliere e a far riformare le croste.
Ieri mattina, invece, ho provato come è soltanto la consapevolezza del proprio essere, nel qui e nell’ora, a farci sentire perfetti.
Perchè la perfezione non è assenza di difetti, ma è il loro equilibrio.

I nostri difetti sono una forza, perchè sono loro che creano movimento e è solo il movimento che può creare energie. Pensa che noia, se non fosse così.

I nostri difetti sono doni da far fruttare in banca.

Sono mesi ormai che tengo in piedi il blog per questa ansia da prestazione e perfezione che mi accompagna da sempre.
Da quando a 16 anni andavo in crisi per la paura di essere interrogato nella materia che conoscevo a memoria, per non deludere non tanto me stesso, ma tutti gli altri.
Oggi ho bisogno di fare i conti coi miei difetti, con le mie insicurezze e le mie paure per dargli valore.
I blog, quando invece raggiungi un minimo di notorietà, quando Google ti considera come uno dei più bravi, degno di stare lassù in alto nella sua classifica, tendono a farti nascondere i tuoi difetti. A sotterrarli.
Il problema vero sta che non solo li vuoi nascondere agli altri questi benedetti difetti, ma sei tu stesso il primo che vuoi ingannare.
Cancellare i difetti, ansia da prestazione, bisogno di approvazione e obbligo di non deludere: sono ingredienti che danno una zuppa insipida.
E così tutto perde di valore e di contenuti, e così il blog diventa uguale a quello di tutti agli altri, dove brilla solo chi ha una lampadina che fa luci più colorate.

Ho bisogno di prendere del tempo per me. Per salire su questo traballante ponte di legno sul fiumiciattolo della vita che scorre, e guardare giù. Per vedere le cose più chiare: per attraversare con lo sguardo quel turbine di palline di neve finta sopra Babbo Natale.

(grazie per essere arrivato fin qui. vuoi leggere altro?)