Nebbie

Da bambino vivevo molto vicino a un fiume. 
Il fiume Reno, per la precisione.

Il fiume era dove si andava a giocare al pomeriggio, era i primi giri in bicicletta, era guardare mio nonno pescare, era scrutare le libellule a pelo d’acqua.

Il fiume era un condensato di tutti i sogni di me bambino: il gelato alla “baracchina”, far rimbalzare i sassi — il più possibile! — le feste dell’unità sull’argine in piena estate, il sogno di diventare anche io pescatore provetto con una canna da pesca fatta con una canna di fiume, un filo di cotone, un tappo di sughero, un amo vero rubato dagli attrezzi del nonno e un acino d’uva.

Il fiume era una sicurezza, sempre lì, con il suo profumo di erba, umido, pescegatti e, sì, di fogna.

Il fiume era lì, sempre, d’estate e d’inverno, nella secca più afosa come nella piena più dirompente, fino agli argini e alle prime case.

Nascere dietro a un fiume è un po’ incidersi dentro nel profondo l’idea che tutto passerà, che tutto scorre, che tutto fluisce. Senza paura.

Che ci possono essere secche o piene, ma il fiume porterà sempre — prima o poi — al mare.