Se scrivessi una pagina del diario segreto sarebbe più o meno così (e di come il digiuno mi ha cambiato la vita)

la luce di mezzogiorno a Malmoe, e sticazzi.

Non pensavo che digiunare fosse così importante, così interessante e facesse sentire così bene.
Sono cresciuto, come tutti i bravi figli degli anni ’80 traumatizzati da Uan, con le regole della televisione dei bambini: la colazione è il pasto più importante della giornata, più latte e meno cacao, i cinque cereali simbolo della biodiversità e della salubrità fatta snack.

Li mortacci alla Ferrero.

Guai a saltare la colazione: hai un calo di zuccheri, diventi scemo, magari svieni sull’autobus contro la vecchietta e il suo bastone.
E invece salto la colazione da due mesi, non sono morto, ho perso pure qualche chilo, sotto sotto-ma molto sotto-la tartaruga mi fa ciao con la manina, mi sembra pure di avere un po’ più di energia e una ritrovata lucidità mentale.
[EDIT: Scrivere “lucidità mentale” oggi che vorrei uccidere tutti, forse non è il massimo per sembrare credibile.]
Digiuno per più di 16 ore di fila tutti i giorni, poi mangio come una persona normale.
Sempre che si possa definire normale uno che mangia cose dai nomi impronunciabili come acai, tempeh, kombucha, kefir e altri simpatici fermentati personaggi dei Pokemon.
Digiunare ha un altro effetto magico su di me. Il più importante. E’ come se azzerasse la memoria del mio stomaco e del mio intestino e i loro preconcetti sui cibi e sui nutrienti.
Formatta tutto.
E così puoi ripartire ogni giorno da zero: crescere, farti sorprendere, non avere paura.
Digerire in un modo nuovo.

Viaggiare è così. Che siano un paio di giorni di fuga dietro casa o più di un mese in giro per il mondo, è come chiudersi la porta dietro le spalle, chiamare un’impresa di pulizia e rientrare con tutto in ordine. Pulito. Vergine.
Boom! Formattato. Azzerato. 
Staccare la spina. 
Quando riattacchi la spina lentamente l’energia torna a fluire, prima dalle tue estremità, i cavi, le vene, i sensi, gli organi, e poi il cuore e la testa. 
Quando torni da un viaggio sei puro, vergine, nuovo.
Hai digiunato per un po’ dalle ansie, dalle ripetitività, dai piccoli e dai grandi problemi del quotidiano, e un po’ non ricordi più come affrontarli. 
E’ un bene: puoi trovare nuove angolazioni per affrontare le stesse solite cose di sempre.
Pensiero laterale.
Torno, non capisco, trovo nuove strade. Fluisco come l’acqua e cerco un nuovo mare.
Torno da un viaggio e sembro apatico, scazzato, annoiato, depresso. 
Forse è così. Dovrei odiarmi per questo.
Ma preferisco credere che sia perchè non ho ancora capito in che labirinto devo muovermi, non riconosco più gli ostacoli e trabocchetti del mio ieri (che sono gli stessi di oggi?), sono -grazie a Dio- un po’ più liquido di quando sono partito e cerco di adattarmi a questa nuova botte che mi contiene.
Rinasco ogni giorno dopo il digiuno.
Sono nuovo dopo ogni viaggio.

Quando sono così sono una spugna. 
E succede che ogni cosa detta o sentita assume connotati nuovi: potenze e forze diverse.

“Sono stanca di dover essere in ansia pensando alle tue aspettative”.

Tornato dal viaggio. Tutto azzerato. Ricordi?

Poi arriva da lontano questa bomba, come se fossi colpito da un pallone da calcio tirato fortissimo mentre sono distratto al parco.
Scuoto la testa, socchiudo gli occhi, ripeto: stanca-ansia-aspettative.
Che tradotto un po’ mi suona come “hai rotto il cazzo”.

Cazzo, le aspettive. Sono io, no, sei tu, ma no, che c’entra, che succede, cos’ho fatto, questa volta. 
Aspettative? Quali aspettative?
Primo pensiero. Non ho nessuna aspettativa, maddeche.

Esce dal campo il numero due “Wolverine il figo torna dal viaggio”, entra il numero 13 “Calimero piccolo e nero”.

Mi chiedo quali aspettative posso avere, cosa di diverso rispetto al solito, cosa che debba o non debba pensare di meritarmi.

Qui ci ho messo una foto di Copenaghen per spezzare la tensione

Forse è tutta colpa mia.
Forse è tutta colpa del mio essere intermittente: acceso o spento, on e off.
Nella vita come nelle relazioni. Se va tutto bene sei il mio dio, ti amo, farei di tutto per te.
Quando comincia a esserci qualcosa che non va o qualcosa che non riesco a digerire il terreno frana e io scappo. Divento off.
Il numero da lei chiamato non è attivo.

C’è una parola per capire tutto questo. Una parola ormai sulla bocca di tutti, tanto quasi da farmela risultare antipatica.
No, non è pasta madre.
[Anche se pure questa, di parola, ormai non la reggo quasi più.]

Resilienza
Sta tutto in come si affrontano le difficoltà. Cadere e poi rialzarsi, pensando che non c’è niente di male nel stare qualche istante col sedere per terra. 
Resilienza è saper convivere senza demoralizzarsi con gli imprevisti del quotidiano, forti della propria capacità di risolverli.

Su questo, credo di avere un piccolissimo problema.
Credo che ognuno di noi oggi sia il figlio di tutte le proprie esperienze passate, e che è sopratutto da bambino e da adolescente che le cose si fanno pesanti.
E importanti.
Io sono stato un bambino cresciuto molto protetto. Di sicuro. 
Di questo non faccio una colpa a nessuno (ma nemmeno applausi a scena aperta).
Sta di fatto che, probabilmente per questo, il mio inguaribile e contagioso ottimismo in modalità on diventa presto “oddio, moriremo tutti” (o più facilmente “oddio, vi odio tutti”) in modalità off.

L’equazione è semplice. Se affronti poche -anche se semplici- difficoltà da bambino, rischi che ti annoino poi gli imprevisti da adulto.
Annoino però, non affondino. Nulla è perduto infatti.
Sono un accanito sostenitore della forza interiore dell’essere umano, in qualsiasi momento della propria vita ognuno può lottare e guarirsi da solo. 
Non sarà una cotton wool di troppo da bambino a rompere le uova nel paniere.

Avere aspettative verso il proprio futuro è sano.
Sanissimo. 
Che ci stiamo a fare, se no, qui in questa valle di lacrime.
Avere aspettative sugli altri e sul loro atteggiamento verso di noi, lo è altrettanto.
Ho quotidiane, umili e fiduciose aspettative su ognuno dei miei amici e dei miei affetti più cari. E’ nella stessa definizione di affetto, amicizia, amore.
E’ un atto di amore, di fiducia che tutto andrà bene, che tutti vivranno felici e contenti.
Purtroppo, nel loro essere grandi slanci d’amore, le aspettative a volte sono pesanti.

Ma il peso è più leggero se lo si condivide insieme.