Teatro


Nato e cresciuto in un borgo sperduto tra i monti dell’entroterra della Sicilia (che poi sia stato riconosciuto come “Borgo dei Borghi 2014” è un’altra storia), il teatro non è mai stato un luogo frequentato con particolare assiduità. Era un luogo lontano. Geograficamente e culturalmente. Avvolto da un’aurea di mistero, riservato a pochissimi appassionati. Quasi mitico. Sconosciuto fin quasi alla maggiore età.

Il primo ricordo legato al teatro risale ai tempi del liceo. Il solito “viaggio d’istruzione” di un giorno; un autobus di adolescenti pieni di ormoni e brufoli che, al secondo chilometro ed alla seconda birra, intonavano canzoni da osteria degni dei peggiori ubriaconi. Giovinastri pronti, appena spente le luci, ad uscire di soppiatto dal teatro stesso per andare in giro a zonzo per la città. Più interessati alla movida serale che alla cultura. I ricordi legati al teatro di quella prima volta sono, evidentemente, praticamente nulli.

Il secondo, legato al periodo universitario, è il ricordo di un’opera lirica in tedesco, seduto in “piccionaia” con un paio di amici (perché lì eravamo riusciti ad accedere senza pagare il biglietto, grazie alla complicità di un musicista dell’orchestra). Qui i ricordi si fanno più nitidi. Ovviamente non ho capito nulla del testo e ben poco della trama, ma musiche, costumi, scenografie quelle le ricordo bene. E si tratta senz’altro di un gran bel ricordo.

Il terzo è un ricordo particolare perché è legato a mia figlia. La sua prima volta a teatro. Una rappresentazione per bambini, alla quale ho partecipato con una amica e suo figlio. Rappresentazione insulsa, va detto, ma la felicità dipinta sul viso dei nostri bimbi nel trovarsi in quel luogo magico ha ampiamente ripagato la pochezza della rappresentazione.
In tutti i casi si trattava di presenze al teatro quasi casuali, non precisamente scelte e/o volute.

Almeno fino a qualche giorno fa, quando scopro che il mio attore teatrale preferito ha un suo spettacolo a Palermo. Perché, benché non sia un frequentatore del luogo, il mio attore preferito ce l’ho. E quindi, non appena saputo che Marco Paolini era al Teatro Biondo, dopo aver ricevuto dei cordiali “no, grazie” alla mia domanda “vuoi venire al Biondo con me a vedere Paolini?” ho comprato il biglietto. Ed una bella domenica di marzo (si, va bene, pioveva, ma il “bella domenica” prescinde dalla condizioni climatiche) “…salgo in macchina, mi faccio 120 chilometri (per due), un’ora e mezza di viaggio (per due)…[auto cit.]” per assistere al suo spettacolo. Che, per inciso, trattava di un argomento che non è che mi interessasse più di tanto, non essendo un appassionato della vita e delle opere di Galileo Galilei. Ma, come disse qualcuno, “vale la pena vederlo, anche se leggesse soltanto l’elenco telefonico” (nello specifico, la frase era riferita alla capacità di recitazione di Robert De Niro, ma va bene lo stesso).

E quindi, dopo preso posto, II sett. ordine 2, palco 15/Sx posto D, assisto allo spettacolo.

Si, perché la parola spettacolo è l’unica che possa definire quello a cui ho assistito. Un monologo di un paio d’ore che, partendo dalla narrazione di ‘vita, morte e miracoli’ di Galileo Galilei, trova il modo di raccontare della voglia di non essere assuefatti allo stato delle cose, della necessità di guardare tutto da punti di vista differenti, dell’importanza di portare avanti le proprie anche queste non coincidono con il pensare comune, della necessità di uscire dagli schemi.

E così torno, soddisfatto e “culturalmente arricchito” (si dice così?!), nel mio borgo sperduto tra i monti dell’entroterra della Sicilia…

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