Giustizia in Italia: un gigante col fiato corto

La giustizia italiana è in fondo alla classifica dei 28 paesi europei, dopo di noi ci sono solo Malta e Cipro.

La giustizia italiana è in fondo alla classifica dei 28 paesi europei, dopo di noi ci sono solo Malta e Cipro. Il rapporto sulla giustizia emesso nel 2016 dalla Commissione europea parla chiaro a riguardo.

Ci vogliono oltre 1000 giorni per ottenere una sentenza e l’arretrato, cioè il numero di procedimenti che i tribunali italiani devono smaltire, ammonta a 4.5 milioni di affari civili secondo i dati diffusi dal governo.

Ma quali sono le cause di questi ritardi? Verrebbe automatico puntare il dito contro il lassismo dei giudici, come spesso ha fatto in questi giorni chi si oppone alla riforma della prescrizione, il vero lazzo alle gambe della giustizia. Tuttavia le responsabilità non sembrano attribuibili alla magistratura.

Pare che i nostri giudici lavorino parecchio, il trend di smaltimento degli arretrati è positivo e nel solo 2015 ogni magistrato ha macinato in media 652 processi a testa. A questo si deve aggiungere la diminuzione dei contenziosi in entrata, risultato ottenuto grazie all’inserimento di nuovi strumenti di risoluzione delle controversie, come la mediazione e le nuove procedure alternative, ma anche conseguenza dell’aumento dei costi di avviamento di una causa a carico dei cittadini.

Con l’attuale organico, calcolando che i giudici italiani risolvono una media di 380 mila processi al mese, ci vorrebbe solo 1 anno di lavoro per smaltire tutto l’arretrato.

Il vero colpevole della lentezza dei processi sembra essere la mancanza di personale. Stando ai dati del ministero infatti su 34.656 unità mancano ben 9.046 impiegati amministrativi, ovvero il 26,1 % dell’organico. Stiamo parlando di tutte quelle figure che si occupano di tenere aperti gli sportelli, redigere i verbali delle udienze, consentire le notifiche degli atti e rendono operativa la macchina della giustizia.

E anche il numero di giudici pare inadeguato: ne mancano ben 1045 sempre secondo il ministero della Giustizia. Il concetto è rafforzato dai dati della Commissione europea: secondo Bruxelles il numero di magistrati per ogni 100.000 abitanti è molto basso rispetto alla media europea.

Inoltre sono notevoli anche i danni economici indiretti: la lentezza dei contenziosi in materia di libera concorrenza infatti scoraggia parecchio gli investimenti. Nessun imprenditore di buon senso investirebbe i suoi capitali in un paese che non assicura una tempestiva azione giudiziaria in grado di garantire la concorrenza leale.

Il celebre rapporto della Banca Mondiale, “Doing Business 2016”, ci inserisce al 45° posto per indice di competitività in una graduatoria di 122 paesi. Saliamo di 11 posizioni rispetto all’anno precedente e il miglioramento è proprio dovuto all’efficientazione del processo telematico. Ovviamente è una magra consolazione ma indica la strada da percorrere. L’Italia, all’interno del rapporto, è un caso di studio: a causa della lentezza dei processi in media le imprese sono il 40% più piccole rispetto a quelle degli altri paesi europei. Procedendo a dimezzare i tempi della giustizia (tre volte più lenta rispetto a Germania e UK) lo ricerca prevede un aumento del 8–12% della grandezza delle aziende.

Proprio in questi giorni il dibattito sulla riforma della giustizia si è acceso. Le analisi sulla lentezza dei processi, siano essi penali o civili, non possono eludere il tema delle risorse destinate all’azione giudiziaria. Il diritto a un buon funzionamento della giustizia è sacrosanto e crediamo debba essere tutelato nell’interesse di tutta la collettività.Non ci sarà ripresa economica senza un profondo rinnovamento e investimento su questo settore. La macchina giudiziaria attuale è troppo lenta e oltre a ostacolare l’affermazione della legalità, nega alla base la certezza del diritto che rappresenta il requisito fondamentale per attirare investimenti e far crescere le imprese.

La corruzione si annida e prolifera proprio nelle lungaggini delle procedure burocratiche, trova terreno fertile dove il sistema di regole è ipertrofico e dove il cavillo è strumento di impunità. L’Italia, se vuole ripartire, deve acquisire questa consapevolezza e passare all’azione.


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