La riforma dei partiti: mancata trasparenza

Per il momento, la vera trasparenza dei partiti politici rimane un miraggio, soprattuto in materia di finanziamenti

Fatta la regola, trovato l’aggiro? La Camera ha appena approvato un disegno di legge di riforma dei partiti politici, una normativa di cui l’Italia ha molto bisogno. La proposta, però, sembra per ora insufficiente e non realizza l’obiettivo che si prefigge.

Il progetto di legge è inteso a promuovere la trasparenza dell’attività dei partiti e dei movimenti politici non dotati di statuto, e mira a favorire la più ampia partecipazione dei cittadini.

In particolare dovranno essere pubblicati i finanziamenti sopra una certa soglia; le attività dei partiti dovranno essere informate al metodo democratico (anche in relazione ad espulsioni o sospensioni); la modalità di selezione delle candidature dovrà essere resa pubblica, così come l’elenco di beni immobili, dei beni mobili registrati e degli strumenti finanziari del partito; vi sarà un’anagrafe degli iscritti, consultabile nel rispetto delle leggi sulla privacy; infine, il programma elettorale dovrà essere pubblicato, pena l’esclusione dal voto.

Tra i temi toccati dalla proposta, anche quello spinoso della trasparenza sulle elargizioni, che diventerà fondamentale dal 2017, quando entrerà in vigore l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Le forze politiche potranno ricevere solo finanziamenti privati, sia per le campagne elettorali sia per l’attività ordinaria. Di qui la necessità di regolamentare la trasparenza delle erogazioni, perché, nel caso di fondi da parte di aziende e corporation, sarà lecito domandarsi cosa pensino di ricevere in cambio dagli eletti a fronte dei soldi versati per una campagna elettorale.

Il progetto di legge non sembra però dare risposte sufficienti: mancano ad esempio gli obblighi di tracciabilità e trasparenza sui conferimenti inferiori a €5,000 da parte di donatori privati. E, per quanto riguarda le donazioni comprese fra i €5,000 e €15,000 la rendicontazione pubblica è totalmente demandata alla scelta del del donatore (“con il suo consenso”). Una tale soglia è, evidentemente, molto alta e facilmente aggirabile. Basterebbe infatti procedere ad una serie di micro-donazioni di importo inferiore ai €5.000 per eludere completamente il senso della norma.

Il risultato è ben diverso da quanto accade in Paesi dove la trasparenza è considerata un valore fondante della democrazia, per esempio negli Stati Uniti. Ai sensi del Federal Election Campaign Act, per ogni competizione elettorale devono essere indicati nomi e cognomi dei finanziatori, la città in cui vivono e la cifra devoluta fino all’ultimo centesimo. Ogni informazione viene raccolta e pubblicata sul sito della Commissione elettorale federale (Federal Election Commission, o FEC).

Altro limite della proposta di legge è quello di non regolamentare l’attività delle fondazioni politiche nel finanziare i partiti. Negli ultimi anni, sebbene le fondazioni in capo ai principali esponenti politici siano proliferate, non sono stati previsti obblighi di trasparenza in materia di finanziamenti e composizione del board. Il che si traduce nell’impossibilità di conoscere chi condiziona determinate scelte politiche.

Un’ulteriore considerazione riguarda l’autoreferenzialità dei meccanismi di trasparenza previsti dal testo. I partiti che hanno uno statuto dovranno pubblicarlo sul loro sito, e quelli che non lo hanno dovranno presentare, prima delle elezioni, una ‘dichiarazione minima di trasparenza’ in cui sono indicati il titolare del simbolo, la sede legale, gli organi e le relative attribuzioni, nonché le modalità di selezione dei candidati.

Una Commissione parlamentare verificherà l’adempimento a tali obblighi di informazione, ma è facile immaginarsi che tale attività non si spingerà oltre una verifica formale e non sostanziale rispetto a quanto dichiarato.

Ci sembrano inoltre obblighi minimali, e non necessariamente pertinenti ai fini della trasparenza delle candidature. Per esempio non ci dicono, al contrario di quanto noi riteniamo sia fondamentale, la storia di questi candidati, con particolare riferimento ai conflitti di interesse di cui sono portatori.

Con riferimento al profilo dei candidati, peraltro, da quanto possiamo apprendere sulla stampa, non sembra sia stata recepita la previsione di cui all’art. 1 comma 4 della proposta di legge 7/4/2016 sulla trasparenza e controllo dei partiti e movimenti politici (firmatari: Toninelli ed altri) che prevedeva l’obbligo di pubblicare sul sito internet del partito/movimento il curriculum vitae ed il casellario giudiziale di ciascun candidato 60 giorni prima della data di svolgimento dell’elezione per cui è candidato.

Resta da vedere se il testo supererà il vaglio del Senato. Riparte il futuro continuerà a dare voce alle criticità della legge e soprattutto lavorererà per ottenere una normativa che davvero realizzi gli obiettivi di partecipazione democratica alla vita pubblica, inclusa la trasparenza delle candidature e dei finanziamenti privati.


Originally published at www.riparteilfuturo.it.

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