#RivalutazioniSonore Vol.2 — Le tasche piene di sassi, Jovanotti

Ma porco di un Giuda schifoso, ma che cazzo c’è da rivalutare nella produzione contraddittoria di Lorenzo Cherubini? È una domanda che vi starete ponendo dopo la lettura del titolo, e credetemi, è la stessa che mi faccio anche io ogni volta che inciampo in un suo pezzo alla radio.

Lorenzo Cherubini da Cortona (basta, per campanilismo dovrei fermarmi qui) è detentore di uno dei nomi più ridicoli della storia musicale italiana: che cazzo significa “Jovanotti”? Cioè, da dove proviene un’idea così stolta, vuota, demenziale? In confronto “TheGiornalisti” è da Pulitzer.

Ma voi — forse papa boys sfegatati dello pseudo artista nazionalpopolare — starete già aprendo la bocca con lo stesso sguardo vuoto (ma aggressivo) di un uccellino che aspetta il cibo fagocitato dalla madre, a becco aperto. Mi direte che Jova è un pioniere del “rap”, che quando faceva il “Disc Jockey” e flirtava con un improbabile slang uazzamerigano, parlava al mondo giovanile come nessun’altro. Certo, stocazzo, vi dico io. Quello che oggi appare ridicolo anche a lui, e cioè quella parte iniziale della sua carriera, è pietoso pure in rilettura odierna, anche contestualizzato, anche sforzandosi di rivalutare.

Non m’annoio”, per dire, è una merda marchettara che rende ridicolo il mondo hip hop statunitense al quale si ispira, che lo restituisce parodia. Inoltre, se volgiamo parlare di parole, “io credo che in questo mondo esiste solo una grande chiesa, che passa da Che Guevara ed arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X, attraverso Gandhi e San Patrignano…” di “Penso Positivo” è il più grande ed imbarazzante ammasso di paraculate generaliste mai sentito. Ecco, se ci ripenso mi chiedo: ma che cazzo devo rivalutare in Jovanotti?

Tralasciando per dignità il porcaio di “No Vasco io non ci casco” oppure “Sei come la mia moto” (viene la pelle d’oca per l’imbarazzo), vi ricordate quando il non più giovanotto provò a reinventarsi dandosi un tono maturo, e facendosi chiamare “Lorenzo”? A volersi proprio sforzare fino a quasi cagarsi sotto, qualcosa di dignitoso lo ha partorito, ovviamente senza guardarlo approfonditamente. E mi riferisco a “L’ombelico del Mondo” (però leccaculata frikkettona), “Serenata Rap” (ultimo tentativo di restar aggrappato ad un Hip Hop romantico che in Italia iniziava seriamente ad uscire dai sottoboschi in quel 1994) e forse a niente più (per certi compleanni in casa alle medie, ricordo con affetto quel pezzo che dice “chissà se stai dormendo, a cosa stai pensando?”. Erano i tempi de “il gioco della bottiglia”).

Tra l’altro — tornando un attimo indietro sulle amenità già scritte — il problema è che quando definivo “voi papa boys sfegatati dello pseudo artista”, sbagliavo. Voi siete ragazze, ragazzi, madri, padri, figli, nonni: siete il dannato paese. Lui invece è la rappresentazione “artistica” della #Democristianicità (vi ricordate di “Mi fido di te” inno del PD e del “Veltroni for President” vero??) mai sopita in questa Italia: non sa cantare, non sa esprimere un concetto profondo che sia uno, non sa suonare, non ha flow, eppure scopiazzando (male) le mode del momento, ed inserendo una quintalata di luoghi comuni cerchiobottisti, il giovanotto è resistito ai tempi. Ed è resistito alla grande, mannaggia, considerando le folle acclamanti che lo seguono ancora e tanto, aizzandolo a produrre imbarazzanti cacofonie che avrebbero anche la pretesa di modernizzarsi a livello sonoro.

Eppure (e sottolineo arreso questo “eppure”) esiste un pezzo, un solo piccolo luminoso diamantino in una sorta di camion degli spurghi strapieno di feci, che questo personaggio ha azzeccato. Ed anche recentemente.

Si tratta de “Le Tasche pieni di sassi” (o “Le tafche fiene di faffi” come dicono i più attenti ai suoni prodotti dal Cherubini).


Sarà per la vecchiaia alla quale per un attimo ha ceduto, ma questo pezzo datato 2011 porta con sé un testo emozionale, decisamente spinto da un grave lutto che non si augura a nessuno di vivere — ma che nella migliore delle ipotesi è inevitabile — come la morte della madre.

Il Cherubini racconta - per una volta benissimo — la solitudine dopo la perdita. Lo fa utilizzando metafore che richiamano ad un mondo infantile che tutti abbiamo vissuto, che regala alle nostre menti immagini intense che rappresentano ricordi sereni, da contrapporsi con l’arrendevolezza della realtà. Quello di sentirsi soli, al calar della tenebra, senza un qualcuno di importante, perduto per sempre. Quella nostalgia e quella voglia che viene a ripensare a quella persona, desiderando di rivederla ancora attenderci, aiutarci, che appaia all’improvviso (ed illogicamente) dietro un angolo.

Il “rimanere da solo davanti a scuola” e sentirsi disperati, tanto che “ci vien da piangere”, restituisce un groppo alla gola in qualsiasi ascoltatore. Anche al più stronzo ed odioso verso l’artista, come il sottoscritto. Quell’aver le “tasche piene di sassi” rimanda a tante cose: le metaforiche mille parole non dette a qualcuno perduto, ed il ricordo di pratiche infantili da giochi in cortile e pantaloni corti, tra le altre. Lo scarno contorno sonoro stavolta risulta vincente, con un pianoforte che crea atmosfera di celebrazione, paritaria al denudarsi totale delle emozioni più intime esposte nel testo. Un pezzo che nel suo complesso risulta semplice, efficace, toccante e lo fa a trecentosessanta gradi, senza nessuna caduta di stile che generi fastidio. È l’arrendevolezza di un uomo perduto, di un uomo che — denudatosi di ogni camuffamento ridicolo che ne ha contornato la carriera — sente l’esigenza di esprimere qualcosa di vero. Forse per la prima ed unica volta.

No, non me l’aspettavo da Jovanotti un pezzo simile, ma avevo calcolato male: tutti hanno un qualcosa che colpisce più forte di un pugno violento sullo stomaco, ma in pochi riescono ad utilizzarla per produrre qualcosa che regali emozioni comunque positive.

Per una volta — una sola, in croce, nella sua carriera — il Cherubini si è scoperto artista. Forse non volendo, o forse cogliendo a braccia aperte l’ultimo regalo che una persona importante gli ha lasciato in dote. Per questo, si tratta di un pezzo da ascoltare, anche per il rispetto che si deve a qualsiasi uomo che soffre, senza vergognarsi di mostrarlo.