Maria Elena Boschi e l’ipotetica alleanza PD-M5S

Contro ogni ipotesi di accordo con il M5S, la deputata democratica punta sul fallimento del governo giallo-verde, per tornare a vincere, ma il PD non è autosufficiente.

Maria Elena Boschi — Trento Festival dell’Economia

Intervistata da La Stampa di Torino, in risposta alle aperture di Graziano Del Rio, Maria Elena Boschi esclude ogni ipotesi di alleanza tra il suo partito e il Movimento cinque stelle, perché i grillini sono un partito giustizialista, incompetente e assistenzialista, che ha portato l’Italia in recessione. Singoli provvedimenti condivisi possono esserci, un governo M5S-PD invece no: «Quando il loro fallimento sarà evidente toccherà a noi, come già in passato, ricostruire tra le macerie».

Secondo Maria Elena Boschi, il tema delle alleanze è un punto centrale in tutta Europa, per questo la riforma istituzionale da lei firmata, andava verso un sistema più semplice, che permetteva al vincitore di governare. La lista del partito di Zingaretti, molto ampia ed inclusiva, si avvicina al modello della vocazione maggioritaria, anche se maggioritaria non lo è ancora, ma lo diventerà quando Salvini e Di Maio dovranno toccare il portafoglio degli italiani con una nuova legge di bilancio. La deputata democratica non crede agli accordi vecchio stile con Forza Italia. Lei scommette sul coinvolgimento dell’elettorato progressista e moderato su una piattaforma credibile, come ci riuscì Renzi alle Europee del 2014 e al referendum del 2016, conquistando in entrambi i casi il 41 per cento.


L’impostazione di Maria Elena Boschi rifiuta di fare i conti con l’assetto tripolare del quadro politico: un po’ sopra il 30 per cento o intorno al 20 per cento, esistono tre forze politiche principali; nessuna è autosufficiente. Bisogna allora metterne insieme due, per governare il paese. Il PD può puntare ad allearsi con la Lega o con il M5S; oppure restare all’opposizione e lasciare il governo a questi due partiti. Scegliere la Lega è improponibile, perché è un partito di estrema destra. Rimane il M5S, un partito ambidestro. L’operazione si può fare con un ribaltone o con un accordo dopo elezioni politiche anticipate. Le quali, però, ad oggi potrebbero essere vinte dal centrodestra con la Lega di nuovo alleata di Forza Italia.

La deputata democratica invece spera che alle future elezioni politiche, dopo il fallimento del governo giallo-verde, il PD da solo o alleato con liste minori affini, conquisti il 40 per cento e ottenga il premio di maggioranza. La speranza sarebbe corroborata da due precedenti: le Europee del 2014 e il referendum costituzionale del 2016. Di tale speranza, la prima cosa che lascia perplessi è il veder mettere insieme i due risultati. Il primo fu una vittoria inaspettata, un 40 per cento ottenuto in competizione con un M5S in ascesa e molte altre liste; fu un risultato che costituiva una maggioranza relativa molto forte, un primato di partito ai livelli della Democrazia cristiana: la definitiva incoronazione di Renzi. Il secondo fu una sconfitta cocente, un 40 per cento, ottenuto tra sole due opzioni, Si o No; fu un risultato minoritario, una netta sconfitta; la caduta di Renzi. Assumere questo 40 per cento tutto in quota PD è un calcolo già fatto dai renziani che, abbiamo visto, alle Politiche ha portato solo al 18 per cento. Perché insistere?

Dubito che il tema delle alleanze, complicato in tutta Europa, dia ragione in retrospettiva alla riforma costituzionale di Renzi e Boschi, perché se è vero che essa assegnava facilmente il governo ad un vincitore, è altresì vero che quel vincitore era il risultato di un’alterazione del voto e non di un consenso maggioritario reale nel paese, condizione essenziale per un governo stabile. C’è da ricordare che nella precedente maggioranza di centro-sinistra, i problemi alla stabilità non venivano dal rapporto tra il PD e i suoi alleati minori, ma dalle stesse divisioni interne al PD, poiché la sua politica entrava in conflitto con una parte della sua base elettorale. Come che sia, la maggioranza dell’elettorato, con il referendum, ha deciso che i problemi del paese non dipendono dal senato e dall’assetto istituzionale, su cui invece si è concentrato il governo Renzi, ma dalle questioni economiche e sociali, sulle quali quel governo è stato bocciato.

Il primo dei due risultati, il 40 per cento delle Europee 2014, fu ottenuto dal PD con l’elargizione degli 80 euro mensili in busta paga ai redditi medio-bassi e con le aspettative generate dall’affermazione del nuovo leader Matteo Renzi. Due condizioni difficili da ripetere, tanto che il PD non le ha più ripetute nelle elezioni successive. Non può elargire soldi, perché non è al governo e non può improvvisare un nuovo leader carismatico. Improbabile che basti il fallimento degli altri, per ottenere di rimbalzo il primato, addirittura fino al 40 per cento. Il fallimento del governo giallo-verde, per adesso vediamo, penalizza solo il M5S, mentre fa volare la Lega nei sondaggi. A beneficiarne quindi potrebbe essere il ritorno del centrodestra. O l’emergere, sempre in quell’area, di una nuova formazione politica, tipo Fratelli d’Italia, già messa meglio delle formazioni di sinistra minori: Giorgia Meloni è la terza leader più popolare sui social.

La cosa più saggia è, quindi, tentare subito dopo le Europee un accordo con il M5S, al quale può contribuire anche una nuova Forza Italia magari guidata da Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo. Non sarebbe una congiura di palazzo, ma la dinamica normale di una repubblica parlamentare. Un accordo che isoli la Lega all’opposizione, in quanto partito xenofobo, e si fondi su tre temi: ambientalismo, europeismo e protezione sociale. Questo implica, per le due formazioni, non di redimersi, ma di fare autocritica: il PD sul Jobs Act, come suggerisce Luciana Castellina; il M5S su molti provvedimenti securitari votati insieme alla Lega, come ricorda Lucia Annunziata. Entrambi i pariti possono seguire l’esempio spagnolo del PSOE e di Podemos. Forse, non sarebbe Maria Elena Boschi, insieme con gli altri renziani, la più adatta ad interpretare questa politica, dati i conflitti in cui è stata coinvolta e la mancanza di idee nuove. Però, potrebbe lasciarla fare al gruppo dirigente emerso dalle primarie di marzo, senza intralciarla, stando un po’ di tempo in panchina, per poi magari recuperare un ruolo più attivo in futuro.

Va infine considerato che scommettere sul fallimento altrui (che potrebbe essere meno netto di quanto si scommette), per realizzare il proprio successo, come stategia evoca troppo le logiche del tanto peggio tanto meglio, del gioco d’azzardo o della ruota della fortuna; ti mette nella posizione di quelli che Renzi chiamava i gufi. Logiche condivise e sostenute da Matteo Renzi e dai renziani rimasti. La drammatica frase di Maria Elena Boschi «Quando il loro fallimento sarà evidente toccherà a noi, come già in passato, ricostruire tra le macerie» evoca la citazione di Antonio Gramsci «Voi fascisti porterete l’Italia alla rovina e toccherà a noi comunisti salvarla» Lo disse durante il processo che lo condannava a vent’anni di carcere, in risposta al giudice che gli domandava cosa avrebbero fatto i comunisti se l’Italia fosse entrata in guerra. Gramsci ebbe ragione, ma condannato al carcere, poteva solo limitarsi ad avere ragione, senza poter far nulla per evitare quella rovina, che fu davvero disastrosa per l’Italia e l’Europa, non certo una scommessa ben riuscita.