Se è giusto dimissionare un indagato

Non può esistere un determinismo giudiziario sulla sorte dei politici come neppure una impermeabilità della politica alle vicende giudiziarie.

Secondo Sabino Cassese, il sottosegretario ai trasporti Armando Siri non può essere allontanato dal suo incarico, perché ha solo ricevuto un’informazione di garanzia.

(…) in un campo come questo bisogna rispettare le regole del diritto, il presidente del consiglio dei ministri è un professore di diritto, Siri in questo caso, per questa questione, non per altre questioni, è solo indagato, non è imputato e non è condannato, e quindi finché non viene imputato o condannato lui non può essere allontanato, può prendere lui una decisione di allontanarsi, di dimettersi, come qualcuno ha chiesto, che sia una decisione individuale di Siri, ma non vedo perché per il fatto che lui ha avuto un’informazione di una indagine che è in corso su di lui, non essendoci ancora la conclusione (…) — Piazzapulita 02.05.2019

Secondo me, invece, ci sono elementi sufficienti, per dire che il sottosegretario indagato ha agito allo scopo di usare denaro pubblico nell’esclusivo interesse privato di un’azienda, indipendentemente dal rilievo penale del fatto (può aver agito così, anche senza essere stato corrotto), e quindi per concludere, dal mio punto di vista, che non ci sono più le condizioni per collaborare con lui. Le dimissioni non sono una condanna o una punizione, ma la condizione di una separazione.

Sabino Cassese ha ragione in parte: è vero che un avviso di garanzia non deve, in modo automatico e necessario, determinare le dimissioni da un incarico politico o istituzionale, secondo quanto afferma invece il rigido principio giustizialista che esclude a priori gli inquisiti. Tuttavia, ad esso si oppone un altrettanto rigido principio garantista, che pretende di mantenere inclusi gli inquisiti fino alla condanna definitiva, o in primo grado, o al rinvio a giudizio, a secondo del livello di rigidità. Entrambi i principi subordinano l’ordine politico all’ordine giudiziario.

La presunzione di innocenza vale nel procedimento penale. La dinamica politica ha criteri suoi propri, indipendenti da quelli della giustizia, la quale ha, giustamente, procedure più meticolose e tempi più lunghi, poiché deve decidere della libertà di un individuo, che vale ben di più della sua carriera. I modi e i tempi della politica sono invece più veloci, meno formali e dipendono dal consenso per gli eletti; dalla fiducia per i nominati.

Un’accusa riguardante un determinato reato, il modo in cui l’accusato mostra di difendersi, i comportamenti accertati, i precedenti, la sua credibilità in rapporto ai sospetti, possono confermare, non condizionare o far venire meno il consenso degli elettori o il rapporto di fiducia di coloro che sono preposti alla nomina e alla collaborazione. Dunque, è lecito, e non viola alcuna regola del diritto, che un presidente del consiglio non abbia più fiducia in un membro del suo governo e voglia proporne l’allontanamento, anche a partire da un avviso di garanzia.

Il venir meno del consenso o della fiducia, come la loro conferma, possono essere criticati sul piano dell’opportunità, ma non sul piano del diritto. Se una fidanzata o una moglie decidesse di lasciare il partner, perché indagato su un possibile reato, non le si potrebbe dire che la sua separazione viola le regole del diritto, la presunzione d’innocenza, che prima di potersi separare deve attendere la sentenza o almeno l’imputazione. Il rapporto di collaborazione politica è più prossimo al rapporto sentimentale che al procedimento penale.