Volare o non volare: questo è il dilemma (sbagliato?)
traduzione dall’articolo di Raz Godelnik a questo indirizzo
In risposta alla discussione in corso tra collegh* accademic* sulla necessità di smettere di prendere l’aereo o di farlo meno, propongo un approccio sul piano del cambiamento, concentrandomi sulla natura adattiva della sfida che ci troviamo di fronte, sulla necessità di creare una visione accattivante del viaggio sostenibile, e sul perché abbiamo bisogno di un qualcosa che ci faccia fare click.
I miei nonni non hanno mai preso l’aereo. I miei genitori hanno volato per la prima volta nel 1982, quando avevano trent’anni. Io l’ho fatto quando ne avevo 22 (viaggiando da Israele all’Australia per un’avventura di 3 mesi). Il primo volo dei miei due figli è stato quando erano ancora bambini, in viaggio per incontrare la loro famiglia in Israele.
Mi è venuto da pensare alla storia della mia famiglia con gli aerei mentre leggevo con grande interesse il dibattito tra collegh* accademic*, molt* de* quali studios* del clima, relativa all’eventuale necessità di smettere di volare e a come possiamo essere più consapevoli del nostro impatto sul clima in generale. Queste domande sono state sollevate nel contesto dell’impegno di Greta Thunberg a non prendere l’aereo, portato avanti nel suo viaggio negli Stati Uniti su una barca a vela, e del movimento sulla“vergogna di volare” che ha portato l’attenzione sull’impatto climatico dell’industria aeronautica e dei viaggi in generale.
Leggendo i tweet e gli articoli di molt* stimat* collegh*, ho iniziato a chiedermi se forse non ci stessimo ponendo la domanda sbagliata. Mi sembra che ci stiamo buttando in discussioni tecniche che sono importanti, ma allo stesso tempo ci fanno perdere di vista il quadro generale e la sfida che tutt* abbiamo in mente: come combattere efficacemente il cambiamento climatico? Quindi, vorrei provare ad allontanarmi dal dilemma “volare o non volare” per capire se sia davvero questa la domanda giusta o la migliore da porci.
Azione individuale?
Non tutt* credono nel valore dell’azione individuale quando si tratta di cambiamenti climatici. David Wallace-Wells, autore di The Uninhabitable Earth: Life After Warming(La terra inospitale: la vita dopo il riscaldamento), ha avanzato questa tesi in un editoriale per il New York Times:
“Ma il consumo consapevole è uno scarica barile, uno specchietto per le allodole neoliberista che allontana dall’azione collettiva, che è ciò che ci serve. Le persone dovrebbero cercare di vivere secondo i propri valori, nel caso del clima come per tutto il resto, ma gli effetti delle scelte di vita individuali sono di poco conto rispetto a ciò che la politica può ottenere.
L’acquisto di un’auto elettrica è una goccia nel mare rispetto ad un netto aumento degli standard di efficienza energetica. Fare la scelta consapevole di volare meno è molto più facile se ci sono più treni ad alta velocità in giro. E se mangio meno hamburger concludo davvero qualcosa? Ma se agli allevatori venisse imposto di nutrire il bestiame con alghe marine, cosa che secondo uno studio potrebbe ridurre le emissioni di metano di quasi il 60% , ciò farebbe un’enorme differenza.”
8 anni prima il Dr. Gernot Wagner, autore di But Will the Planet Notice? (Ma il pianeta se ne accorgerà?) ha avanzato una teoria simile in un altro editoriale del New York Times:
“…purtroppo, l’azione individuale non funziona. Ci distrae dalla necessità di un’azione collettiva, e non basta. L’interesse personale, non il sacrificio personale, è ciò che induce un cambiamento visibile. Solo le giuste politiche economiche ci permetteranno, come individui, di essere guidat* dall’interesse personale e di fare comunque la cosa giusta per il pianeta.
Il punto di vista di Wagner sull’azione individuale come distrazione da ciò che dobbiamo fare realmente è stato ripreso anche dal dottor Michael Mann, studioso del clima, che ha scritto il mese scorso su Time Magazine:
“Il problema più grande è che concentrarsi sulle scelte individuali intorno al viaggio in aereo e al consumo di carne bovina aumenta il rischio di perdere di vista l’elefante nella stanza: la dipendenza della società dai combustibili fossili per l’energia e i trasporti in generale, che rappresentano circa due terzi delle emissioni globali di carbonio. Abbiamo bisogno di cambiamenti sistemici che riducano l’impronta di carbonio di tutti, che si preoccupino o meno”.
Dall’altra parte dello “spettro” troviamo numeros* studios* che scorgono un grande valore nell’azione individuale. Lo studioso del clima Dr. Peter Kalmus è uno di essi:
“sono un climatologo che non vola. Cerco di evitare di bruciare combustibili fossili, perché è chiaro che farlo causa danni reali all’uomo e ai non umani, oggi e in futuro. Non mi piace fare del male a* altr*, quindi non volo. Nel 2010, però, ero divorato dalla dissonanza cognitiva”
ha scritto nel 2016.
Come Kalmus, molt* accademic* trovano che una volta consapevoli della propria impronta ecologica non si possa evitare l’azione individuale.
“Ho smesso di volare nel 2004. Avevo appena pubblicato un articolo sulle emissioni di carbonio derivanti dai viaggi di scienziat* del clima come me che partecipano alle conferenze, cosa l* accademic* fanno molto spesso. Sarebbe stato ipocrita da parte mia individuare nel prendere l’aereo la causa della maggior parte della mia impronta ecologica, e poi continuare a farlo”
ha scritto il Prof. Dave Reay sul Guardian.
Alcun*, come la Dr. Kimberly Nicholas, vedono l’azione individuale come parte delle propria responsabilità verso le generazioni future, e altr*, come la mia collega presso la New School Dr. Genevieve Guenther, la considerano una parte necessaria del nostro status di modelli comportamentali
“Il movimento climatico non sarà efficace finché i suoi leader non smetteranno di volare. Ci credo totalmente”
ha scritto su twitter.
Quindi, l’azione individuale serve? Beh, anche se questa sembra essere la questione principale, specialmente per quanto riguarda gli spostamenti in aereo nei dibattiti su Twitter, Ensia e probabilmente nel corso di altre conversazioni online e offline, ritengo che a tale domanda manchi un contesto adeguato. Pertanto, permettetemi di darvi la mia opinione e offrirvi un quadro più ampio che speriamo possa aiutare a contestualizzarla. Mi sono ispirato e basato sul lavoro della Prof. Karen O’Brien sulla trasformazione per quanto riguarda il cambiamento climatico.
Il contesto mancante
- Ci troviamo di fronte ad una sfida adattiva, non tecnica
Ron Heifetz et al. identificano due tipi di sfide: tecniche e adattive. Le sfide tecniche sono facili da identificare e hanno soluzioni chiare che possono essere applicate da esperti, mentre le sfide adattive sono difficili da identificare e richiedono cambiamenti nei valori e nelle credenze, apprendimento e sperimentazione, così come l’impegno dei diversi stakeholder nella realizzazione di una soluzione efficace.
Come sottolinea O’Brien “l’attuale approccio alla realizzazione dell’obiettivo 1.5C (N.d.T limitare il riscaldamento globale a +1,5°) è stato prevalentemente tecnico”. Nel frattempo notiamo sempre più segnali che ci dicono che questo approccio non è molto efficace. La mancata adozione di soluzioni da manuale come la carbon tax nello Stato di Washington o la tassa sul gasolio in Francia, così come la mancata attuazione dell’accordo di Parigi, suggeriscono che ignorare la natura adattiva della crisi climatica probabilmente non ci porterà da nessuna parte.
Concordo con la conclusione di O’Brien secondo cui dobbiamo iniziare ad affrontare la crisi climatica come una sfida di adattamento, che richiede un cambiamento di valori, credenze e norme sociali. Questo cambiamento è fondamentale, soprattutto se si considera quello che io e Peleg Kremer chiamiamo “il divario tra la zona rossa e la zona verde”: si tratta del divario tra il processo decisionale che si basa sulla comprensione del fatto che, per quanto riguarda il cambiamento climatico, siamo nella zona rossa (cioè a grave rischio) e le persone che dovrebbero trarne beneficio ma che si sentono come se si trovassero in realtà nella zona verde (cioè a basso rischio).
Finché la maggior parte delle persone considererà il cambiamento climatico come una minaccia lontana, o come quello che Michael Lewis chiama “quinto rischio” (“La minaccia all’esistenza che non si immagina mai come un rischio reale”), questo divario porterà al fallimento delle soluzioni tecniche. Per superarlo dobbiamo iniziare ad affrontare il cambiamento climatico in generale, e il volare in particolare, come una sfida adattiva.
2. Creare un’immagine del mondo post-emissioni
Per quel che mi sembra di capire, tutte le persone coinvolte nella discussione sui viaggi in aereo credono che ci saranno cambiamenti radicali nel nostro modo di vivere, e che entreremo in una nuova era in cui non avremo altra scelta se non affrontare l’impatto dei cambiamenti climatici — chiamiamola era post-emissioni. Una delle domande chiave è: qual è l’immagine che abbiamo di questo futuro? Consideriamo lo scenario migliore — diciamo che con una macchina del tempo siamo arrivat* nel 2030 o 2035 e ci troviamo in un mondo in cui gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono stati raggiunti e ci stiamo avvicinando ad un mondo ad emissioni zero. Come si presenta la vita in questo mondo (soprattutto per le persone nella parte settentrionale, che sono quelle coinvolte nel dibattito)? Possiamo immaginare una narrazione affascinante di come sarà questa vita e come il nostro benessere potrà crescere grazie ai passi che abbiamo fatto per arrivarci (vedi l’esempio di Alexandra Ocasio Cortez con il Green New Deal)?
“Chiunque abbia studiato l’ascesa e la caduta delle civiltà non può non essere rimast* colpit* dal ruolo giocato in questa successione storica dall’immagine del futuro. L’ascesa e la caduta delle immagini del futuro precede o accompagna l’ascesa e la caduta delle civiltà”
ha scritto Fred Polak nel 1973 nel suo libro seminale “L’immagine del futuro”. Quasi mezzo secolo dopo troviamo difficile costruire l’immagine del futuro post-emissioni e, forse involontariamente, stiamo contribuendo a ritardare questo stesso futuro.
Abbiamo bisogno di una visione chiara del futuro in modo da poterlo “vendere” nel presente, spiegando perché l’avvenire in un mondo post-emissioni è preferibile ad uno che mantiene lo status quo. Sì, l’osservazione di Wallace-Wells secondo cui “nei prossimi decenni molti dei peggiori orrori climatici colpiranno effettivamente i meno capaci di reagire e riprendersi” ci torna utile, ma la mia sensazione è che probabilmente non sarà sufficiente, proprio come andare in paradiso non significa solo evitare l’orrore di andare all’inferno.
E i viaggi — come si viaggia nel mondo post-emissioni? Abbiamo bisogno di capirlo, perché dire: “Non dobbiamo prendere l’aereo” o “i voli a corto raggio dovrebbero essere tassati pesantemente” non è sufficiente. Nel prossimo futuro le persone viaggeranno più come i miei nonni, i miei genitori, me o i miei figli? O forse le cose andranno in maniera completamente diversa, cioè ci sarà magari una combinazione di Green New Deal (che offrirà a tutti più tempo per le vacanze), tecnologia VR a basso costo per permettere di visitare nuovi luoghi senza uscire di casa, e vacanze gratuite e sostenibili per chi limita la propria impronta ecologica?
3. Perché il cambiamento si verifichi è necessario agire su più dimensioni
OK, supponiamo che stiate affrontando il cambiamento climatico come una sfida adattiva e che abbiate anche elaborato una chiara visione di un futuro post-emissioni. E ora? Beh, è il momento di articolare la vostra teoria del cambiamento. D’altronde, in qualunque punto ti trovi nello spettro delle azioni individuali, ti serve una teoria del cambiamento — una spiegazione di come il cambiamento avverrà, o quali sono, secondo te, “tutte le condizioni necessarie e sufficienti per ottenere un determinato risultato a lungo termine” — per capire come arrivare da dove ci troviamo adesso al futuro che hai scelto.
Alcune delle persone coinvolte nel dibattito sulla scelta di (non) volare sembrano avere un approccio principalmente unidimensionale al cambiamento — per esempio, * sostenitor* di soluzioni basate su azioni politiche contro il cambiamento climatico non spiegano in che modo dovremmo far sì che queste politiche vengano attuate, e men che meno con successo— si tratta solo di votare per le persone giuste? Lo stesso vale per chi è a favore dell’azione individuale ma ha anche chiara la portata e la velocità con cui andrebbe implementata — qual è la teoria del cambiamento, in questo caso? In che modo possiamo aspettarci che l’azione personale (per esempio, smettere di volare) porti ad un cambiamento desiderato, come limitare il riscaldamento a 1.5C?
Vorrei offrire un approccio diverso, multidimensionale, basato sulle Tre sfere della trasformazione di Karen O’Brien e Linda Sygna.
“Le tre sfere”, spiegano le autrici, “definite sfere pratiche, politiche e personali, possono essere usate come strumento per capire come, perché e dove possono avvenire le trasformazioni verso la sostenibilità”.
O’Brien e Sygna definiscono la trasformazione
“come cambiamenti fisici e/o qualitativi nella forma, nella struttura o nella costruzione di significato”
il che mi sembra molto adatto alla nostra discussione, perché è a questo genere di cambiamenti che si riferisce.
Le tre sfere includono: 1) la sfera pratica, che “rappresenta sia i comportamenti che le soluzioni tecniche al cambiamento climatico. Questi includono i cambiamenti comportamentali, le innovazioni sociali e tecnologiche, le riforme istituzionali e amministrative”. 2) La sfera politica, che comprende “i sistemi economici, politici, giuridici, sociali e culturali; è qui che la politica e il potere influenzano le regole del gioco,e dove i movimenti sociali, le campagne di azione collettiva, il lobbying, la politica elettorale e le rivoluzioni le contrastano, e dove gli interessi minacciati dalle trasformazioni resistono alla pressione di cambiare”, e 3) la sfera personale, “dove avviene la trasformazione dei credo individuali e collettivi, dei valori e delle visioni del mondo”.
Le interazioni tra le sfere sono fondamentali per comprendere questo quadro di riferimento. O’Brien spiega, in un documento separato:
“Le tre sfere rappresentano le relazioni dinamiche tra la dimensione pratica, politica e personale della trasformazione. Richiamano l’attenzione sull’importanza della sfera politica e personale nel creare le condizioni per le trasformazioni pratiche che contribuiscono all’obiettivo di 1,5°C”.
In altre parole, ogni sfera può essere responsabile di potenziali interventi nel sistema, ma il maggiore potenziale di trasformazione, come spiegano O’Brien e Sygna, risiede nelle interazioni tra le tre sfere.
Vorrei approfondire a partire da questa struttura e offrire un modo per contestualizzare la discussione su come fare in modo che, nel caso dell’aereo o anche del riscaldamento globale in generale, il cambiamento avvenga. Proprio come le tre sfere di trasformazione, che non rappresenta “una teoria del cambiamento di per sé”, anche la mia configurazione può essere vista come “un’euristica che può ‘contenere’ e integrare diverse teorie per la trasformazione”.
Sostengo che il cambiamento (o trasformazione) avvenga quando la costante interazione di tre sfere (dominio individuale, dominio politico e dominio culturale) porta infine a fare “click”, ad un’epifania, che si traduce nella definizione e implementazione di una visione del futuro.
Le tre sfere che uso in questo approccio corrispondono alle sfere di O’Brien e Sygna, ma le ho chiamate diversamente per sottolineare le diverse dimensioni in cui operano: Il dominio individuale, il dominio politico e il dominio culturale. In ognuno di questi domini (analogamente alle sfere di O’Brien e Sygna) c’è un diverso focus: cambiamenti di stile di vita e tecnici nel dominio individuale, cambiamenti politici e normativi nel dominio politico e cambiamenti di norme, valori e credenze nel dominio culturale.
Le interazioni tra questi settori sono critiche in quanto l’uno alimenta l’altro — per esempio, i cambiamenti dello stile di vita possono alimentare un cambiamento delle norme sociali che si tradurrà in nuove politiche e norme. Tuttavia, questo potrebbe non essere ancora sufficiente per contribuire ad articolare e perseguire una visione di un futuro auspicabile. Suggerisco che ci sia bisogno di un momento di click, un’epifania, come condizione necessaria per generare il risultato desiderato a lungo termine.
Che cos’è un “momento di click”? Rappresenta un momento in cui tutti gli elementi vanno al loro posto per innescare finalmente il cambiamento. La storica Barbara Berg ha spiegato in un articolo del New York Times del 2017 sul movimento #metoo che
“nel movimento femminista degli anni ’70 c’era questa frase ‘momento di click….. Questo è un momento di click. È come quando dici ‘Basta’. E poi parte un effetto a catena: Una volta che si iniziano a vedere delle donne che tengono testa al potere senza che venga detto loro di sopportare e basta, le altre sono motivate a ribellarsi”.
Il momento del click corrisponde anche alla nozione di “gradualmente, e poi improvvisamente”. Questa idea (ispirata da una citazione tratta da Fiesta di Hemingway), spiega Tim O’Reilly “descrive il modo in cui molti processi apparentemente caotici progrediscono, dal crollo di cumuli di sabbia agli incendi boschivi, alle trasformazioni industriali”.
“Si accumulano piccoli cambiamenti, e improvvisamente il mondo è un posto diverso”
Insomma, potrebbe essere necessario che si verifichi un momento in cui tutte le parti (cioè i cambiamenti nei tre domini) vadano al loro posto per poter articolare e poi perseguire la visione del futuro che vogliamo.
Ecco un esempio di come questa configurazione del cambiamento potrebbe apparire nel caso della questione dei voli aerei:

In sintesi, chiederci se dovremmo smettere di volare o volare di meno potrebbe non essere la domanda sbagliata, ma è insufficiente se consideriamo il quadro generale e lo contestualizziamo correttamente, per esempio facendoci queste domande:
1) Consideri questa questione come una sfida adattiva piuttosto che un problema tecnico?
2) Qual è la tua visione di un mondo post-emissioni e che ruolo giocano i tuoi comportamenti e le tue idee in tutto questo?
3) Qual è la tua teoria del cambiamento e che ruolo giocano in essa i tuoi comportamenti e le tue idee?

