Catalunya: lo Stato che non è mai stato

Le origini dell’idioma catalano (quella strada lingua che, quando siete in vacanza a Barcellona, forse avrete riconosciuto parlata in certi canali televisivi o letta in certi periodici o nelle indicazioni stradali) risalgono al periodo medioevale, come lingua ufficiale della cancelleria di Aragona, nella sua versione antica.

I primi Spagnoli che arrivarono in Sardegna parlavano proprio il Catalano, importandolo in certe zone dove ancora oggi resiste visto sotto un’ottica dialettale, come ad Alghero. Ma il Catalano non è un dialetto: si tratta di una autentica lingua a sé, parlata da più di nove milioni di persone, e non solo ovviamente ad Alghero: lo si parla in Spagna nelle Isole Baleari, nella comunità Valenciana e in Aragona, oltre che ovviamente in Catalunya, lo si parla in Francia nella regione Rossiglione ed anche in Andorra.

Era invece (ed in modo dispregiativo) considerata poco più di un dialetto da Francisco Franco, il generalissimo che conquistò con l’aiuto di Hitler e Mussolini la penisola iberica a partire dal 1939; allo stesso modo e precedentemente, però, lo considerava con disprezzo anche il generale Miguel Primo de Rivera, dittatore precedente al Caudillo, che bandì il Catalano come lingua nel 1923.


L’odio di Rivera prima e di Franco in seguito, non si limitò soltanto a focalizzarsi su quell’idioma — primo tratto distintivo di autonomia di popolo, quantomeno mentale e sociale prima ancora che politica — ma in entrambi i casi si concentrò su qualcosa che rappresentava più di un simbolo della quotidianità del popolo catalano: il Barcelona Football Club, che del resto vide la luce nel 1899.

Fu proprio sotto il governo imposto di Rivera che il Barcelona divenne simbolo popolare dell’opposizione ad un sistema centrale già dittatoriale, rappresentato da Madrid e dalla sua squadra reale, il Real. La questione tese ad intensificarsi però in seguito, con un Generalissimo Franco che, conquistato il potere nazionale ed entrando con le sue truppe nella città più rappresentativa della Catalunya, impose che “tra quelli da punire ci sono, in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club”. Probabilmente non considerando che, visto lo status simbolico raggiunto dalla squadra cittadina, era sufficiente indicare come obiettivo il club calcistico ed i suoi sostenitori, che probabilmente comprendeva ampiamente al suo interno le restanti tre categorie messe alla gogna.

Non contento, comunque, quando l’esercito di Franco lanciò l’offensiva finale e definitiva a Barcellona, tra i luoghi scelti a subire il bombardamento ci fu anche il palazzo all’interno del quale erano custoditi i trofei del club.


La città di Barcellona cadde sotto il regime falangista il 26 Gennaio del 1939, ed in conseguenza a questo l’autogoverno regionale pre esistente viene bandito, la lingua nuovamente vietata in ambito pubblico, iniziando ad imporre l’idea di Stato Spagnolo Unitario ed Indivisibile, particolarmente inculcandola già nei bambini nella scuole, con l’istituzione di materie come la Formazione dello Spirito Nazionale.

Più di centomila persone sono costrette ad esiliare dalla Catalunya, oltre 4000 vengono assassinate. Tra queste c’è anche Lluis Companys i Jover, presidente della Generalitat de Catalunya ( il governo autonomo regionale) dal 1934, fuggito in esilio in Francia ma stanato dalla Gestapo (la polizia segreta nazista al servizio di Franco), e quindi riportato in patria per essere fucilato nel 1940. Si tratta dell’unico presidente democraticamente eletto della storia europea andato in esecuzione.

Anche il Barcelona, simbolo sportivo e sociale dell’identità cittadina, viene immediatamente umiliato, già squalificato per sei mesi e portato ad un passo dalla bancarotta nel 1926 per aver fischiato l’inno della dittatura Rivera allo stato Les Corts (che divenne deposito di munizioni durante la seguente guerra civile). Franco fece epurare tutta la dirigenza della società in quanto evidentemente sgradita al regime, operando un vero e proprio commissariamento dei vertici dell’F.C. Barcelona, creando una commissione elettiva della futura gestione affiancata, negli incontri preparatori o decisionali, da un Capitano della Guardia Civil con il compito di riferirne i risultati al governo centrale. L’obiettivo era quella di sradicare l’anima catalana e quindi di indipendenza culturale dal simbolo sportivo per eccellenza, con la presidenza imposta quindi da Madrid di Enrique Piñeyro Queral ( Marchese de la Mesa de Asta), un ex capitano dell’Esercito.

Questo, scrisse e fece approvare in tre mesi uno statuto che stravolgeva ogni senso identitario della struttura societaria della squadra, cancellando all’interno dell’apparato gestionale ogni barlume di senso democratico o indipendentista (a partire dalla cancellazione della presenza nel simbolo del club della Senyera, la bandiera catalana, passando per l’annullamento dell’elezione come metodo democratico di alternanza nella gestione del club, passato a nomina da parte della federazione calcistica spagnola).

Lo stadio de Les Corts passò in gestione all’altra squadra cittadina, quella considerata la squadra Franchista, l’Espanyol; che guarda caso vinse nel 1940 (la prima stagione dopo la pausa forzata causa guerra civile) la sua seconda Coppa del Re, sconfiggendo per 2 a 1 proprio….il Real Madrid.


Il Generalissimo passò la mano dopo aver guidato 12 governi, l’ 8 Giugno del 1973, lasciando la sua eredità totalitaria basata sui valori del cattolicesimo nazionale (“Dio, patria e giustizia”) all’ ammiraglio Luis Carrero Blanco, già nominato suo primo ministro precedentemente. Peccato per lui, però, che qualche mese dopo — il 20 Dicembre del 1973 — l’auto sulla quale viaggiava recandosi al palazzo del governo dopo una funzione religiosa, saltò dalla carreggiata per oltre trenta metri di altezza, prima di fracassarsi al suolo causando il decesso dell’erede del Caudillo. La causa, un ingente quantità di esplosivo posto sotto il manto stradale e sapientemente lasciata deflagrare (non senza danneggiamenti importanti nei dintorni) da parte dell’ETA ( “Euskadi Ta Askatasuna”, organizzazione indipendentista dei Paesi Baschi, altra regione con identità determinata alla quale il regime franchista non risparmiò violenza e sottomissione) nella cosiddetta Operazione Ogro.

Franco, fu così costretto a ripiegare nominando suo successore (o meglio, successore di Carrero Blanco ) Carlos Arias Navarro, il quale guidò in accordo con il Re il primo governo di transizione democratica in seguito alla morte del Caudillo nel Novembre del 1975, dopo un primo tentativo di continuar una sorta di “franchismo postumo e strutturale” a sepoltura del dittatore ampiamente avvenuta.


La transizione Spagnola da una dittatura ad un governo democratico a seguire, si concentrò anche nel riassetto dell’ordinamento costituzionale, ed ebbe come arbitro (protagonista di una serie di regolamentazioni imposte) il Re Juan Carlos, figura destinata a resistere in seguito ed ai giorni nostri, attraverso una monarchia precedentemente imposta nel riconoscimento proprio dal dittatore.

Politicamente viene disegnato -dalla Costituzione del 1978- un sistema di tipo regionale, a superamento del centralismo che aveva caratterizzato il periodo franchista; si delineano una serie di Comunità autonome (proprio a tutela del riconoscimento delle differenti indipendenze culturali e comunitarie conviventi nel territorio Spagnolo) all’interno del paese, per le quali viene proibita la federazione ma non la cooperazione tra le stesse. Ognuna delle 17 Comunità autonome ha la facoltà di organizzarsi in autonomia in una settori decisionali che, di fatto, lascerebbero a Madrid soltanto la legislazione di base. In ognuna di queste (all’interno delle quali esiste, riconosciuta, la Catalunya) esiste un parlamento autonomo, una autonomia esecutiva, un Tribunale Superiore di Giustizia.

In questo sistema attualmente in vigore però, le cosiddette “regioni mediterranee catalofone” si sono ritrovate negli anni a versare una quantità solidaristica di fondi alle regioni statali con meno risorse, ben superiore rispetto a quelle di responsabilità di altre Regioni Autonome Spagnole come Paese Basco e Navarra, di fatto anche più ricche, con un modello proprio di raccolta delle tasse.

Ciò ha ovviamente generato una serie di malumori interni alla Regione Catalana, più o meno in coincidenza dell’esplosione della recente crisi economica, laddove una Regione che economicamente continua a godere di ottimi livelli occupazionali e di rendita grazie a turismo ed industria (senza dimenticare l’agricoltura), si trova a funger da traino per uno Stato in netta difficoltà (si parla del 20% del PIL nazionale a responsabilità di quelli della bandiera a strisce gialla e rossa).

Questi malumori si sono dapprima emersi nel 2006, con la proposta di un nuovo Statuto regionale votato dal 73% dei cittadini catalani mediante un Referendum, bloccato dalla Corte Costituzionale Spagnola fino al 2010 su ricorso del Partito Popolare, sospeso in seguito a causa di basi giuridiche ritenute inaccettabili (tra cui l’autodefinizione di Nazione). In seguito si sono inaspriti con l’arrivo di un Popolare come Rajoy al governo centrale, che ha bloccato da subito la discussione su una eventuale rinegoziazione del finanziamento allo Stato da parte della Catalunya.

Questa assenza di dialogo, proibizione rinnovata e crescente insostenibilità reciproca tra la Regione ed il Governo centrale, hanno portato un popolo che tutto sommato richiedeva una maggior autonomia principalmente economica, ad abbracciare in ampia parte l’ideale indipendentista, quasi a sottolineare una rottura effettiva con il sistema Spagna.

È fondamentalmente a partire da questo che si è giunti al Referendum per l’Indipendenza ( o meglio, per l’autodeterminazione) dello scorso primo di Ottobre 2017: fortemente osteggiato da Rajoy ed il Governo Spagnolo, anche con violenze per mano della Guardia Civil in opposizione, che hanno lasciato di stucco l’opinione pubblica Europea per intensità, cecità di indirizzo e senso democratico inesistente.


Ma quindi tutto il problema sarebbe economico? Che fine ha fatto la questione identitaria legata alla cultura, alla lingua, alla repressione subita nei lunghi anni della dittatura?

In realtà, storicamente, c’è molto di più a sancire il diritto di considerare la Regione Catalana come uno Stato a sé. Qualcosa di cui è bene prender coscienza e tener conto, quando ci avventuriamo in improbabili analisi giudicanti una realtà che possiamo solo percepire filtrata da schermi e racconti di informazione, della quale ci sentiamo in dovere di effettuar paragoni con realtà da noi conosciute (e criticate, vedi l’imbarazzante parallelo con il “nulla” Leghista) e formular lapidari e definitivi giudizi personali.


È il 711 quando i Musulmani, sfruttando conflitti interni al regno visigoto, riescono ad attraversare lo Stretto di Gibilterra e conquistare la Penisola Iberica: la gran parte della popolazione non oppose resistenza, adottando cultura e religione degli invasori.

Questo non accadde però nella parte nord della penisola, dove si formarono alcuni nuclei cristiani resistenti, che passarono circa due secoli di effettiva clausura montana, in seguito ai quali si configureranno quegli spazi culturali che daranno vita ai regni di Catalunya, Aragon, Paese Basco, Leon-Castilla e Galizia. Per quanto riguarda il caso Catalano, questo processo si sviluppò sotto il controllo dei sovrani carolingi della Francia, motivazione per la quale ancora oggi esiste una Catalunya francese, per lo meno geograficamente.

Con gli anni a seguire, unendosi col re di Aragona, lo stato Catalano si espanse raggiungendo confini simil attuali, conquistando e ripopolando le Isole Baleari e l’attuale stato Valenciano (dove infatti, si parla catalano) che diventeranno così regni associati all’interno della confederazione catalano-aragonese, decisa anche ad ingrandirsi nel Mediterraneo arrivando a controllare la Sicilia, la Sardegna e Napoli.

La monarchia ispanica nasce nel 1475, con l’unione dinastica tra il Re della confederazione catalano-aragonese e la Regina di Castiglia: un equilibrio che si mantiene fino all’insediamento di Filippo II a Madrid, che governa secondo il modello della Castiglia in quanto circondato da ministri Castigliani, obbligando così la Catalunya a contribuire ad un Impero Castigliano con territori in America ed in Europa dai quali non trae nessun profitto. È così che nascono le prime tensioni tra Re assolutisti Spagnoli e le istituzioni Catalane.

Corsi e ricorsi storici.


Appunto proprio per questi, nel 1640 si giunge all’apice di una ribellione popolare contro la presenza di soldati mercenari castigliani nella case dei contadini catalani prossimi alla frontiera. Alla notizia di un invio dell’esercito di Castiglia per sedare le proteste, le istituzioni catalane dichiarano una Repubblica Catalana sotto il protettorato francese (siamo nel 1641), che sarà comunque sconfitta con la riconquista di Barcellona nel 1652, dopo una lunghissima guerra. Dalle negoziazioni seguenti tra Spagna e Francia, si opera il distacco di una parte delle terre catalane, che resta oltre quello che attualmente chiamiamo il confine di Perpignan: due territori del nord della Catalunya come il Rousillon e la Cerdagne passano al Re di Francia.

I moti di contrasto tra Catalunya e quello che attualmente definiamo Stato Centrale Spagnolo proseguono e ricorrono nel tempo: nel 1700 la Catalunya si allea con Inghilterra, Olanda ed Austria in contrasto all’incoronamento a re di Spagna del francese Filippo, a vantaggio dell’arciduca Carlo. Le cose non andarono esattamente come sperato, tanto da comportar la definitiva conquista di Barcellona da parte del Re Borbonico rimasto in carica, la distruzione completa del quartiere cittadino Born (per costruirvi una fortezza capace di reprimere eventuali moti di dissenso popolare), la perdita dello Stato.

Malgrado questo, la Regione Catalana non si arrende, e pur sottomessa in controlli e limitazioni pesanti, riesce ad evolversi economicamente attraverso lo sviluppo industriale e l’operosità del suo popolo, tanto da divenire nel XIX secolo la Regione più produttiva di Spagna, spingendo gli imprenditori a richiedere allo Stato Centrale una politica maggiormente protezionista, e causando con continui rifiuti la nascita di una coscienza primordialmente autonomista, con lo sviluppo dei posizionamenti catalanisti che, nei primi decenni del 900, porteranno questa Regione che da sempre si sente Stato, all’autogoverno. Un autogoverno che, manco a dirlo, finì represso; in particolare in seguito al tentativo del leader indipendentista Francesc Macià di invadere i Pirenei con l’appoggio di una Legione Garibaldina composta da sessanta antifascisti italiani.

Era il 1926, Macià venne tradito proprio dal nipote dell’Eroe dei Due Mondi, Ricciotti Garibaldi, spia Mussoliniana. Ma la crisi Europea in avvicinamento avrebbe portato all’approvazione interna di uno Statuto d’autonomia per la Catalunya nel 1932, ed alla seguente dichiarazione di Stato Catalano autonomo promossa dal Presidente Lluis Companys in seguito all’ascesa della destra nazionalista al governo centrale.


Corsi e ricorsi storici, anche in questo piccolo testo riassuntivo. Perché rispetto a Lluis Companys i Jover, se siete arrivati fino a qui, non vi sarà sfuggito di averlo già incontrato, come scovato in fuga dalla Gestapo Nazista e fucilato dal dittatore Francisco Franco nel 1940.

Corsi e ricorsi storici che potrebbero nuovamente ripresentarsi nei prossimi giorni in seguito all’ultimo tentativo (ma ennesimo, seppur modernamente inedito) dello Stato Catalano di autoproclamarsi. Con tutte quelle eventuali conseguenze che al momento (toccando differenti lati della quotidianità e delle abitudini mondiali, a partire da quello, indubbiamente più irrilevante politicamente, che riguarderebbe proprio il ruolo dell’F.C. Barcelona nel campionato calcistico spagnolo) non vengono valutate, se osserviamo solo ed unicamente alla storica volontà di autodeterminazione e/o indipendenza di un popolo verso il suo Stato.

Uno Stato che, tale, non è mai stato.


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