Il mistero di Brian Williams (o Bison Dele)

Tredici Giugno del 1996. Siamo allo United Center di Chicago, Illinois, in occasione di Gara 6 delle Finali Nba, tra i padroni di casa dei Bulls e gli Utah Jazz. Steve Kerr ha appena realizzato il canestro decisivo del sorpasso ad una manciata di secondi dalla fine, ricevendo l’assist di un Jordan raddoppiato e smentendo — di fatto — la regola per la quale il più grande giocatore di tutti i tempi avrebbe provato a decidere partita, serie e stagione. Nell’aria c’è l’elettricità dei momenti storici, con Chicago che è pronta per festeggiare il secondo titolo consecutivo dal ritorno sui parquet del numero 23, con Utah che sbaglia la rimessa in campo per l’ultimo — disperato — tentativo di sorpasso, Scottie Pippen che si tuffa per recuperare il pallone lanciando il croato Toni Kukoc a schiacciare il pallone nel canestro in solitudine. Il suggello al tripudio. Il tabellone che si erge sulla testa dei venticinquemila spettatori urlanti recita 90 a 86 per i Tori dell’Illinois, ed anche in campo si festeggia il meritato successo.

Tra gli abbracci, i sorrisi e le esultanze, le telecamere insistono ovviamente sulla gioia dei protagonisti più attesi: Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman e coach Phil Jackson. Qualche attenzione in più è rivolta a quello Steve Kerr che veste i panni del comprimario alla ribalta, autore del canestro decisivo, non ancora diventato ovviamente quel guru delle panchine per il quale oggi è riconosciuto, alla guida dei Golden State Warriors di Curry, Durant e Thompson.

Ma tra i ragazzi in maglia bianca pronti ad alzare l’agognato trofeo di campioni del mondo, ce n’è uno in particolare che dovrebbe gioire due volte, avendo scommesso a scapito del suo conto in banca nel progetto di Chicago, scegliendo i Bulls a più di metà stagione con il solo obiettivo di vincere il titolo (e rilanciare le proprie quotazioni sul mercato dell’estate a venire, appena uscito dal contratto). In realtà, regala più di qualche sorriso di rito, ma a tratti appare scomporsi solo interiormente, guardando avanti di fronte a sé stesso.

Quell’uomo è Brian Williams, centro uscito dal college di Arizona nel 1991 per essere selezionato dagli Orlando Magic, passato per quei Denver Nuggets “che fecero l’impresa” (eliminando da ottava qualificata ai playoffs i Sonics con il miglior record della lega, al primo turno del 1994), prima di accasarsi per un campionato a Los Angeles, sponda Clippers, in una stagione da quasi sedici punti e otto rimbalzi per gara.

Brian è un giocatore particolare, capace anche di mettersi in luce per fisicità e mobilità tra i pro, tanto da decidere di giocarsi il “tutto per tutto” attendendo immobile la chiamata di un grande squadra, in quella stagione 1996/97 dove finirà per disputare solo 9 partite in quel della Windy City, con i Bulls che se lo prendono all’ultimo tuffo ed in vista dei Playoff. Una cavalcata che, come già detto, regalerà a Jordan e compagni il secondo anello consecutivo dell’era del “repeat of three peat”, con un Williams da 20 minuti di impiego e 7 punti di media nella Finals, giocate con una determinazione ed una concretezza capace di regalargli indubbiamente un contratto importante in futuro. Ed è proprio di quello che si parla, quando si guarda alla scelta di Williams: “ha scelto i Bulls per vincere subito, e mettersi in vendita con un titolo in saccoccia, nell’estate a venire” si dice. Il mondo del Basket professionistico è un mondo fatto di soldi, ed il pensiero ricade sempre su quella questione, stavolta probabilmente sbagliando. Perché l’uomo Williams appare ben più complesso del Williams giocatore.


Se ne è dette tante sulle origini di Brian Williams, chiamato anche “il figlio dei Platters” secondo un aneddoto raccontato in Italia da Federico Buffa, ed indubbiamente veritiero. Il ragazzo è figlio di Eugene “Geno” Williams, ha un fratello di nome Kevin, ma non è erede diretto di quel Tony Williams che i Platters li ha fondati, cantandone gran parte dei pezzi più conosciuti. Come questo.

Geno ottiene un contratto con i Platters a seguito di una ennesima rifondazione della band, negli anni ’70 ed i fratellini si trovano dapprima ad inseguire le sorti artistiche del padre, ed in seguito ricollocati in California con la madre Patricia, che si sposa di nuovo dopo l’inevitabile divorzio. Da qui inizia la scalata di Williams nel mondo del Basket, giungendo dapprima al titolo vinto già raccontato, per firmare l’anno seguente il famigerato contrattone che risolve la vita” con i Detroit Pistons.

Nella Motor City, Brian decide di cambiare il suo nome con quello di “Bisonte”: diviene Bison Dele, in onore alle proprie origini Cherokee, e dovrebbe rappresentare il perno sotto canestro attorno al quale i Pistons vogliono far ruotare il talento di Grant Hill, la stella del momento. Il primo anno si mantiene sui 16 punti e quasi 9 rimbalzi per gara, ma poi qualcosa si rompe, e il Bisonte decide di farla finita con il Basket giocato, rescindere il contratto, e dedicarsi ad una vita fatta di viaggi e scoperte. Un’ambizione che non ti aspetti da un giocatore professionista americano, ma che evidentemente covava dentro di sé. Viaggia un pò ovunque, si dedica anche alla musica (suonata) ed alla poesia, sfrutta un brevetto di volo per spostarsi anche autonomamente, si muove per il globo come una mosca impazzita assetato di esperienze, di conoscenza. Acquista una barca che chiama Hakuna Matata e si getta in mare, così, senza pensarci probabilmente troppo.

Ad un certo punto, accompagnato dalla compagna Serena Karlan, dallo skipper Bertrand Saldo e dal fratello Kevin (che nel frattempo lo aveva raggiunto, dopo aver cambiato nome pure lui, “diventando” Miles Dabord) salpano alla volta di Tahiti, facendo perdere le loro tracce dopo tre giorni di navigazione: è il 6 Luglio del 2002. Una quindicina di giorni dopo l’Hakuna Matata riappare, con il solo Kevin/Miles Dabord alla guida, in stato apparentemente confusionale, in immediata fuga per accusa di omicidio degli altri tre partecipanti al viaggio, tra cui il conosciuto, ricco e titolato fratello. Con il quale, si dice, i rapporti precedenti fossero stati piuttosto tesi, tanto che si parlava (chiaramente in ambienti stretti) di un “viaggio della riconciliazione” tra i due, dopo anni di allontanamento.

Lo ritrovano (Miles/Kevin) in una spiaggia a Tijuana qualche tempo dopo. La sua versione dei fatti non convince nessuno, ed i corpi di Brian/Bison e compagnia risultano ancora dispersi, seppur presumibilmente finiti sul fondo dell’Oceano. Miles Dabord non potrebbe mai sopravvivere in carcere, e muore poco prima di finirci, poco prima di “vuotare il sacco”, il 27 Settembre seguente per un coma indotto da un’overdose di insulina. Da allora, la leggenda dei fratelli/coltelli Williams gironzola per il web, sia tra gli appassionati di Basket che tra quelli di misteri, considerando che il corpo dell’uomo che si fece chiamare Bisonte e che sembrava voler fuggire dalla vita agiata, in nome di un qualcosa di più spirituale, risulta ancora disperso.


Ma la storia, per come si presume sia andata, è qualcosa di decisamente più complesso di come appare anche così riportata. Abbiamo un omicidio, abbiamo due fratelli che apparentemente si amavano, in cerca di ricostruire un rapporto. Entrambi cambiano nome, quasi a rappresentare il doppelgänger della propria versione precedente (Brian diviene Bison, Kevin diviene Miles). Entrambi appaiono l’antitesi dell’altro a livello di successi, quantomeno nella loro “vita precedente”, con il vero nome: se Brian/Bison è un uomo ricco che può permettersi di voltar le spalle al successo per godersi i soldi guadagnati, Kevin/Miles ha sperperato un pò tutti quelli che il fratello gli aveva bonariamente regalato, tanto da spingerlo a tagliare i ponti prima di ritrovarsi in tempo per la “fine”.

Bison Dele (già non più Brian Williams)

Entrambi muoiono, ma la certezza del decesso l’abbiamo soltanto guardando al “fratello cattivo”, perché per quanto riguarda l’altro — ufficialmente sparito nell’Oceano — esiste anche la remota ipotesi di una nuova esistenza, con un nuovo nome, chissà dove. Remota ed ovviamente impossibile, così come senza senso appare questa tragica storia, che racconta di due fratelli che l‘amico Lewis Merrick definirà al New York Post come “due facce della stessa medaglia, alla ricerca del lato sconosciuto della vita”. Come se fossero uno il doppio dell’altro, due doppelgänger di due differenti identità legate da un destino invisibile ma tangibile. Quella che ci viene restituita come una modella parabola di Caino ed Abele, potrebbe aver avuto strutture differenti, ipotesi che possiamo solo formulare considerando che l’unico reale testimone di quel che successe sull’Hakuna Matata, era Kevin/Miles, e si è portato le verità con sé, sotto terra.

“Non avrei mai potuto fare del male a Brian” disse piangente lo stesso “fratello cattivo”, nell’ultima telefonata alla madre, ancora per poco fuggiasco, prima di cadere in coma e morire. “Ho trovato qualcosa e ho cercato di coprirlo, ma non ho fatto quello che stanno dicendo” — proseguì sibillino — “Ma nessuno mi crederà.”


E cosa mai aveva potuto “trovare” di così strano, Kevin/Miles?

C’è da dire, a proposito, che altra cosa che legava i due fratelli era una tendenza alla depressione, le cui radici possono esser ricondotte ad un rapporto che definir conflittuale sarebbe poco con il patrigno, il secondo marito di Patricia, cancellato in seguito dalle vite di tutti e tre. Si dice che fosse un uomo che non apprezzasse l’esuberanza intellettuale di Brian/Bison, né rispettasse troppo i due figli ereditati intorno, abusando più volte del suo potere acquisito. Se per Brian/Bison i crolli psichici si manifestarono durante il suo anno in Florida, ad Orlando, per Kevin/Miles non è difficile immaginarsi crisi personali seguenti a disastri finanziari o personali mai completamente risolti.

Kevin Williams / Miles Dabord

Ed infatti il 5 Settembre 2002 un uomo che si definisce Brian Williams si presenta a Phoenix, in Arizona, con i documenti a tutela della sua identità presunta, cercando di acquistare 500.000 dollari in monete d’oro. La contrattazione avviene per 152.000 dollari, secondo un’operazione attorno al conto di Brian/Bison che insospettisce la banca stessa, che avvisa immediatamente il consulente finanziario di Bison Dele, tale Kevin Porter. Quest’ultimo, non riconoscendo la voce nella segreteria telefonica che si “firmava vocalmente appartenente a B., si rende conto che la paternità delle operazioni poteva esser affidata ad un uomo che si spaccia per essere l’ex stella della NBA, allertando le autorità considerando che chiunque fosse, si sarebbe recato fisicamente a prendersi i soldi nei giorni seguenti.

Fu così che Kevin/Miles Dabord appare, con l’attenuante di poter comunque essere l’uomo autorizzato dal fratello (titolare del conto) a ritirare il denaro. Un fratello che era già morto e disperso, ma per la quale sorte non esisteva — in quel momento — nessun allarme. La polizia non ha elementi per accusare Kevin/Miles di truffa e non può trattenerlo, lui riesce a riunirsi con la fidanzata Erica Wise a San Francisco, vuotandole letteralmente il sacco, mentre tutto attorno la storia inizia ad emergere con il presunto omicidio di Brian/Bison e compagnia sulla Hakuna Matata (rientrata in porto con il solo Kevin/Miles alla guida secondo i testimoni).

Erica Wise racconterà la versione di ciò che avvenne sul catamarano: una violenta resa dei conti fisica tra i due fratelli (di stazza non certo da poco), all’interno della quale si inserisce la Karlan, che nel cercare di dividere i due cade fatalmente battendo la testa e perdendo la vita, spinta accidentalmente da Brian/Bison. Lo stesso che decide di colpire lo skipper Bertrand Saldo con una chiave inglese fino al decesso, con l’intenzione di finire il lavoro con il fratello. Il quale, trovata la pistola di Brian/Bison, decide di sparargli per pura e legittima difesa, con tutti gli elementi che indicavano la sua incolumità in pericolo e la totale perdita di senno dell’ex Campione Nba dei Chicago Bulls.

Fu solo a quel punto che l’unico sopravvissuto, Kevin/Miles, decide di riempire i corpi di pesanti pesi da palestra presenti nella barca e gettarli nel fondo dell’oceano, per guidare la Hakuna Matata verso il porto di Moorea.

Brian Williams/Bison Dele con Serena Karlan

È dopo questo racconto che, in fuga, Kevin/Miles decide di scappare in Messico, telefona alla madre, viene ritrovato incosciente in una spiaggia di Tijuana. Tutti sanno, in quel momento, che è il presunto colpevole di un triplice omicidio e che il movente appare palese: la gelosia per il successo Brian/Bison, per la sua ricchezza, per quella barca che dove lo aveva ospitato per il loro ultimo viaggio, una riconciliazione a seguito di una progressiva diminuzione del rapporto tra i due.

Poco conta se la versione pulp che Kevin/Miles ha raccontato ad Erica Wise era differente, e lo poneva come vittima che non trova altra soluzione dal divenir carnefice per sopravvivere: Kevin Williams, o Miles Dabord, muore dopo una manciata di giorni in ospedale, acquisendo colpevolezza indiretta, portandosi con sé la verità.

Secondo Elizabeth Castaneda, l’agente dell’FBI che cura le ricerche sul caso, la versione che Kevin/Miles racconta alla compagna appare eccessivamente splatter e poco logica. La logica racconta della volontà del “fratello cattivo” di impossessarsi dell’identità dell’altro, di un piano nascosto dietro una visita ed un viaggio di riconciliazione, all’interno del quale lasciar in pasto agli squali i tre occupanti della barca oltre a lui, e salpare via, cercando di recuperare più denaro possibile nel modo più veloce in assoluto. Un tentativo fallito per poco, nella sua totalità.


È come se Brian Williams e Kevin Williams fossero scomparsi molto tempo prima. Brian, quando smette di giocare per dedicarsi alla ricerca del senso della vita negli angoli di un mondo da scoprire, diventando Bison Dele. Kevin nell’andare a cercare il fratello, cessando di essere quel fallimentare collezionista di insuccessi in ogni campo, diventando Miles Dabord.

Un cambio di nome che poteva lasciar in piedi solo l’essenza intrinseca di due uomini dello stesso sangue, destinati forse a vivere in armonia a lungo ed insieme, almeno nelle loro intenzioni. Un twist di identità insufficiente però a liberar entrambi dalle ferite di un passato, inevitabilmente tornate a presentarsi in mezzo al mare, sull’Hakuna Matata, che significa “senza pensieri” in Swahili. Un po’ il modo in cui avrebbero forse voluto vivere le loro due nuove vite insieme, Bison e Miles, incapaci di prevedere l’impossibilità di applicazione del piano, al riaffiorare di quello che erano stati da Brian e Kevin. E dal proprio passato si può fuggire, ma non nascondersi per sempre.

“You can run but you can’t hide” appunto.

Kevin e Brian