La storia di Facundo Cabral

No, non sono mai stato in Guatemala, sfortunatamente.

Una volta leggevo in un libro il racconto di qualcuno che lo aveva fatto, che si era recato in viaggio in quello che viene chiamato “il Paese dell’Eterna Primavera”, collocato nel tratto di congiunzione tra il Sud ed il Nord della Americhe: si trattava di “In viaggio con Manu Chao”, un libro di Marco Mathieu a testimonianza del tour mondiale del cantane franco/spagnolo nel 2001. Mathieu chiedeva, nelle pagine di un capitolo, se Manu fosse mai stato in quel paese che cantava nella sua celebre canzone del tempo (“Me gusta Guatemala, Me gustas tu”); a risposta negativa del protagonista della storia, seguiva una lunga descrizione del viaggio che il giornalista di Repubblica (ed ex bassista dei Negazione) aveva intrapreso in quel momento della cronologia di scrittura, prima di tornare a seguire gli ultimi concerti che avrebbero concluso il reportage.

Insomma : tra Messico e Honduras, confinando anche con Belize ed El Salvador, apparentemente a due passi dalle Isole Cayman, dalla Giamaica e poi — guardando una cartina — alla Repubblica Domenica, Haiti e Cuba che spuntano lì dietro.

La capitale del Guatemala non è altro che Città del Guatemala, contenente al suo interno qualche manciata in più di 4 milioni di abitanti, fondata dagli invasori Spagnoli nel 1620, sulle rovine di un antico insediamento Maya inserito in una valle compresa tra i tre vulcani Fuego, Agua e Pacaya.

Ecco, ci troviamo proprio qui nell’incipit di questa storia: siamo esattamente a due passi dall’aeroporto La Aurora, dove una macchina proveniente da Quetzaltenango (la seconda città più grande del paese) si sta dirigendo con l’obiettivo di salire sul prossimo volo alla volta del Nicaragua. A bordo, tra gli altri, si trova un’ artista nato eufemisticamente un tantino più a sud, a La Plata in Argentina, che ha terminato il suo ultimo concerto da qualche ora con il suo pezzo più conosciuto “No soy de aquì, ni soy de allà”.

Sono da poco passate le 5 del mattino, e senza nessun tipo di preavviso un’ auto sconosciuta si affianca a quella dove sta viaggiando Facundo Cabral, cantautore, filosofo, ideologo argentino. È il 9 Luglio del 2011 e da lì a pochi mesi sono previste elezioni delicate nel paese: forse per quello, o forse per un qualsiasi altro tipo di ragione presumibilmente legata alla criminalità, dall’auto che affianca quella di Cabral inizia a risuonare il frastuono degli spari. Per la verità le macchine coinvolte in quello che è definibile come un vero e proprio attentato sono tre: forse il bersaglio è l’impresario Henry Fariñas anche lui sul mezzo, forse per una qualsiasi ragione al momento oscura.

Di fatto, però, la vita di Facundo Cabral termina qui, a 74 anni di età nel Boulevard Liberacion di Città del Guatemala, seduto in un’ auto diretta all’aeroporto dove avrebbe viaggiato per proseguire il suo tour, per mano di 16 colpi di arma da fuoco. Un’ auto all’interno della quale si salva solo il conducente, proprio quell’ Henry Fariñas divenuto amico di Cabral negli ultimi anni di vita, organizzando gran parte delle sue date in Centro America.

Fu proprio l’imprenditore dello spettacolo sopravvissuto a testimoniare nome e cognome del presunto mandante dell’omicidio: un tale Alejandro Jimenez, presunto narcotrafficante della Costa Rica che lo voleva morto per non aver accettato un presunto affare a lui proposto, la vendita della sala Elite Night Club di Managua. Mentre si celebravano gli ultimi momenti di cordoglio all’amico, Fariñas recitava così la parte dell’impresario vittima delle pressioni del narcotraffico interessato al cosiddetto “mondo della notte”, senza sapere che qualcuno stava già tenendo sotto controllo anche il suo nome, circa da un anno, per indagini proprio circoscritte a quella realtà che pensava di denunciare.

Quello che emerse in seguito non scagionò certo l’impresario dall’evento luttuoso che aveva innescato con la sua presenza: Jimenez e Fariñas si erano conosciuti proprio a Managua nel locale di quest’ultimo, in realtà nient’altro che un bordello dedito a prostituzione, alcool e gioco d’azzardo. Per l’impresario il passaggio al servizio del criminale, coadiuvato da un ex poliziotto federale Messicano chiamato Gabriel Maldonado Siller, fu piuttosto rapido, gestendo la rotta verso il Nicaragua di questa rete di narcotrafficanti. Fu proprio in occasione dell’arresto di Siller ed il conseguente smantellamento della sua banda, che Fariñas rubò parte della mercanzia con l’obiettivo di rivenderla in solitudine. Un’azione che l’altro “socio”, Jimenez, non gli avrebbe perdonato fino alla vendetta di Boulevard Liberacion. Ma,ironia della sorte, Fariñas sopravvive alla resa dei conti guadagnandosi un biglietto di sola andata per il carcere proprio con l’accusa di narcotraffico.

“El que a hierro mata, a hierro termina” più o meno.

Facundo Cabral, l’uomo inconsapevole che casualmente viaggiava sulla sua auto, un messaggero internazionale di pace, cade vittima di tutto quello che in cuor suo aveva sempre combattuto con la sua azione, la sua musica, le sue parole. Un manipolo di sicari pagati una manciata di spiccioli per uccidere a sangue freddo qualcuno che non avevano mai conosciuto, che non potranno mai capire: ingranaggio ultimo e intercambiabile di quel sistema al quale aveva da sempre cantato quel sentimento di amore e denuncia sociale appreso in una vita tanto avventurosa che merita di esser raccontata.


Come già detto Facundo Cabral nasce a La Plata in Argentina, probabilmente in un giorno sconosciuto. Probabilmente anche il nome di battesimo non era esattamente quello con cui lo conosciamo: la madre lo chiamava Facundo, ma lo aveva registrato con il nome del padre Rodolfo, questo perché al tempo il nome dei Caudillos erano proibiti da utilizzare.

“Caudillo” è un termine spagnolo che indica colui che per un determinato periodo è stato a capo di una dittatura militare -l’equivalente del nostro “Duce”, per intendersi- ed in Argentina Juan Facundo Quiroga era morto nel 1935, esattamente un anno prima della nascita di Cabral.

Quello che appariva certo, era un destino sostanzialmente segnato fin da subito: qualche giorno prima di veder la prima luce del pianeta, Facundo “perde” il padre, nel senso che se ne scappa lasciando da sola la moglie Sara, insieme ai figli avuti in precedenza.

Cresciuto nella povertà dalla madre e da una nonna che amava recitare con profonda emozione i testi anarchici di Bakunin, Malatesta e Proudhon, il piccolo Facundo si rifiuta categoricamente di parlare fino all’età di nove anni. Gli viene diagnosticata una “debilidad mental” — quello che oggi potremmo azzardar di definire una forma di autismo, oppure un più probabile mutismo selettivo — e per i dottori non esistevano per lui molte speranze di vivere una vita “normale”.

“Non importa. Cercheremo di fare il massimo con quello che gli è toccato” fu la risposta di Sara. Del resto, per lei il figlio era semplicemente muto e non idiota come i medici le assicuravano scuotendo la testa.

Versando in condizioni di profonda difficoltà, la famiglia decise di emigrare verso il sud dell’Argentina, nella Terra del Fuoco, dove provarono a lavorare per il poco che potevano, saltando pasti, dormendo talvolta per strada. Facundo vide quattro dei suoi sette fratelli morire in questo frangente, tanto da decidere all’età di nove anni di darsi una mossa ed andare da solo in cerca di un futuro.

Era il 1946, ed in una Argentina devastata economicamente e socialmente, era salito al potere da poco Juan Domingo Perón, il “Presidente che dava lavoro ai poveri”. Proprio per questo il giovanissimo Facundo decise di scappare di casa alla volta di Buenos Aires, con la seria intenzione di incontrare nient’altro che il Presidente e la moglie Evita, percorrendo migliaia di chilometri a piedi, in auto condivise, a cavallo e pure in treno (seppur non pagando il biglietto).

Una volta sceso alla stazione, il non più silenzioso fanciullo chiese ad un venditore ambulante l’indirizzo dove poter incontrare Peron, ricevendo le indicazioni per la Casa Rosada, nel modo più semplice ed istantaneo del mondo.

Tuttavia ragazzo, i Presidenti sono persone molto occupate, ed è difficile che possa riceverti in casa senza preavviso” lo ammonì il venditore.

Posso dirti, però, che domani Peron è atteso a La Plata, per un Te Deum nella Cattedrale di Plaza Moreno: potresti provare ad incontrarlo lì”. Ironia della sorte, la Cattedrale sorgeva a due isolati di distanza dalla casa in cui Facundo era nato: era veramente il giorno fortunato del giovane Cabral, anche perché il venditore decise di lasciargli i soldi per rifocillarsi ed acquistare il biglietto per recarsi sul posto.

Facundo Cabral dormì quella notte praticamente al lato della Cattedrale, svegliato al mattino da un’orda incredibile di persone accorse per salutare l’amatissimo presidente accompagnato dalla moglie. All’arrivo delle auto presidenziali, il piccolo eluse il servizio d’ordine e riuscì a presentarsi di fronte ai due, chiedendo ascolto.

Voleva domandarmi qualcosa?” gli disse Juan Domingo Perón, guardandolo dall’alto.

“Si” rispose il piccolo Facundo. “Volevo domandarle se c’è lavoro”.

Stupita, Evita Peron si rivolse al marito con gli occhi illuminati, pronunciando quella che molti anni dopo Cabral ricorda come la prima “frase etica” sentita pronunciare da quella bocca tanto famosa ed amata dal popolo Argentino: “Finalmente, qualcuno che chiede lavoro, e non elemosina!”.

Fu così che gli assistenti della famiglia presidenziale si presero in carico il piccolo, lo portarono in una stanza di albergo dove lavarsi, consumare del cibo caldo e rivestirsi. Il giorno seguente i coniugi Peron lo fecero salire in un aereo per permettergli di far ritorno dalla madre, la quale ottenne un lavoro e si trasferì con la famiglia nella città di Tandil.

Una storia incredibile, no?

Una sorta di mito popolare tramandato in differenti versioni, mutato di volta in volta nei racconti di Facundo Cabral stesso, dove il ritorno in aereo talvolta è in Patagonia ed altre volte è in treno a Buenos Aires. Dove la madre talvolta è con lui, altre volte lo aspetta a casa a distanza di quattro mesi dandolo per morto, altre volte ancora viene richiesta da Evita in persona nella Capitale.

In realtà la bellezza di questo racconto è nel messaggio, non certo nella sua veridicità, ed al suo interno raccoglie tutti i temi centrali di un’infanzia avventurosa: il viaggio iniziatico, l’amore per la madre, il bambino che dalla povertà della provincia entra da solo nella grande città.

“Sono stanco della sincerità, preferisco l’ingegno” disse anni dopo lui stesso. Un modo come un altro per sottolineare un concetto tanto caro al vostro narratore qui presente (sentito dalle parole di tal Federico Buffa, ipnotico racconta storie contemporaneo, citato da chissà qual filosofo o autore): “perché rovinare una splendida storia con la verità?”


Ma nel vero e proprio ottovolante che fu la vita del Cabral adolescente, uno spazio alla verità nuda e cruda è necessario quanto obbligato. Negli anni a seguire Facundo divenne presto un’alcolista, entrando ed uscendo (talvolta scappando) dal riformatorio, fino ad essere rinchiuso definitivamente all’età di 14 anni.

In quel momento il ragazzo era totalmente analfabeta, almeno fino all’incontro tra le sbarre del sacerdote gesuita Simon, che gli insegnò a leggere e scrivere facendolo innamorare della pratica dello studio. Innamoratosi della letteratura, Facundo Cabral portò a termine i suoi studi di educazione primaria e secondaria in appena tre anni, rispetto ad i 12 abitualmente necessari secondo il sistema scolastico Argentino. Fu lo stesso religioso — che nel mito della vita “Cabralesca” rappresentò la sostituzione educativa della figura del padre scappato prima della sua nascita — ad aiutare Facundo a scappare dalla casa di correzione un anno prima della fine della sua pena.

Fu in questo periodo di vagabondaggio “a rumbo perdido” (che mi piacerebbe tradurvi letteralmente “a casaccio”) che Cabral conobbe un mendicante che lo iniziò alla religione cattolica attraverso la parola di Gesù: dichiarerà in futuro di sentirsi semplicemente un libero pensatore scollegato da ogni forma di religione, ma la cosiddetta parola di Dio eserciterà in lui una funzione importante, principalmente a livello etico e simbolico, in futuro.

Entra in contatto con la Milonga ed il cantato relativo a questo genere folk tipico della regione Argentina del Rio de la Plata, nel periodo in cui lavora stagionalmente nei campi: contemporaneamente ad una nascente passione per la scrittura, si sviluppa anche quella musicale, suonando spesso canzoni con tendenze anarchiche (influenza di nonna, probabilmente) ai suoi colleghi durante le pause sul lavoro, trasformandosi in una sorta di leader rivoltoso.

In questo periodo, Facundo finisce di nuovo per strada, in cerca di fortuna musicale nella capitale Buenos Aires, riuscendo a registrare il suo primo album sotto lo pseudonimo de El Indio Gasparino, producendo una musica rock/pop in voga in quegli anni attraverso la quale ottene quel successo locale sufficiente per mantenersi in vita, senza tralasciare però una scrittura a tratti poetica ed a tratti richiamante a temi di rivolta. Nel 1966 appare per la prima volta sui palchi cittadini con il suo vero nome, divenuto parte attrattiva della vivace scena intellettuale di quegli anni: Facundo suona molto e suona ovunque, talvolta di fronte praticamente a nessuno, viaggia continuamente vivendo per un periodo nell’Isola di Pasqua e per un altro a Cuzco in Ecuador, il suo nome inizia ad essere conosciuto. Il suo principale successo, cantato e tradotto in seguito in 9 idiomi differenti, viene scritto e registrato nel 1970 e si chiama “No soy de aquì, ni soy de allà”: Facundo inizia ad ammettere letture impegnative e conseguenti riflessioni filosofiche che spesso superano anche il confine della struttura musicale. Spiritualmente si definisce ispirato da Gesù, Madre Teresa di Calcutta e Ghandi, a livello di letteratura invece da Jorge Luis Borges e Walt Whitman.

Proprio in questo periodo la sua vita ha una netta svolta spirituale soprattutto osservando quello che lo circonda e traducendolo in parole e musica, direzionandosi verso una critica sociale che potremmo generalizzare definendo “anarchica”, per quanto Facundo Cabral non abbia mai pubblicamente militato sotto alcuna bandiera ideologica determinata. Ma seguendo una direzione pubblicamente riconducibile (o accusabile) alla sovversione di un ordine determinato, le cose potevano farsi pericolose per lui, come lo furono per tutto il suo paese di origine.


Isabel Martinez de Peron, detta Isabelita, vive ancora oggi in Spagna, esattamente dal 1981, quando a causa del consolidarsi della dittatura in Argentina, fu “costretta” all’esilio.

Non fu cosa di poco conto, se si pensa che fu la terza moglie di Juan Domingo Peron (del quale porta il cognome da sposata), conosciuta a Panama come ballerina e cantante di Night Club durante l’esilio dell’allora ex presidente nel 1955. Sposati a Madrid, rientrarono in patria di lì a poco,quando Juan Domingo si presentò nuovamente alle elezioni nel 1973 accompagnato proprio dalla moglie, la quale — a risultato ottenuto ed in seguito alla morte del marito avvenuta di lì a poco — rimase presidentessa di un paese caratterizzato da numerosi tumulti e conseguenti difficoltà economiche.

Fu colui che lei stessa aveva nominato Comandante in Capo all’Esercito, il Generale Rafael Videla, a farla desistere forzando un passaggio di mano che Isabelita non voleva affrontare dimettendosi: è il 24 Marzo del 1976 ed in Argentina si installa una dittatura militare, a seguito di un colpo di stato.

Il cosiddetto “Processo di di Riorganizzazione Videlista” si tradusse in una dittatura repressiva e sanguinosa in linea con altre che caratterizzarono il Sud America in quei decenni, rimasta conosciuta grazie alla memoria delle Madri dei Desaparecidos (Las Madres de Plaza De Mayo), e ad una serie di testimonianze a seguire che parlano di violazioni sistematiche e perpetrate dei diritti umani, con centri di detenzione clandestina per oppositori politici ed ideologici, oltre 30.000 persone scomparse nel nulla, 3000 dei quali vennero sicuramente fatti precipitare nell’oceano dopo giorni di torture e prigionia, in quelli che verranno ricordati come i “Voli della Morte”.

Per Facundo Cabral esser etichettato come simpatizzante comunista avvenne rapidamente e senza sforzo, tanto che con l’avvento di Videla fu costretto a scappare in Messico, riuscendo così a salvarsi fisicamente. Qui, si consolidò ulteriormente come artista dai contenuti politici forti, un’umanista libertario che predicava parole di libertà attraverso la sua musica, proseguendo da esule nella sua crescita e nella sua notorietà artistica, alimentando la parte di ricerca filosofica ed esposizione di quel messaggio di pace che, negli anni a venire (1996), gli varrà la nomina di “Messaggero Mondiale di Pace” da parte dell’Onu.

Rientrò in Argentina nel 1984, da artista affermato ed eroe anti dittatura in patria, offrendo concerti e riempendo ogni spazio possibile ed immaginabile, anche il “mitico” Luna Park di Buenos Aires.

In una vita fatta di aneddoti incredibili divenuti leggendari, incrociando la storia del suo paese più volte e cantandone l’amore con la sua “Cancion de amor para mi patria”, Cabral dovette passare anche attraverso il lutto della perdita di moglie e figlia, morte in un incidente aereo in attesa di ricongiungersi con lui.

Superando un cancro alla vescica, con la capacità visiva ridotta al 15% potenziale, Facundo Cabral ha proseguito suonando, raccontando le sue storie come esempio del “tutto è possibile”, così come per lui — analfabeta fino ai 14 anni — la vita ha permesso di divenir cantante, filosofo e a tratti poeta, capace di raccontar la sua “buona novella” a migliaia di persone. Un bambino muto nato in condizioni disperate divenuto profeta di pace, di libertà ed amore, passando per una vita più simile ad una montagna russa, che ad una strada dritta e sgombra.

Ha proseguito testimoniando che chiunque può essere quello che ardentemente desidera, fino a quel tragico e beffardo epilogo in Guatemala, dove la morte lo ha sopraggiunto in un modo troppo inaspettato, rapido ed apparentemente insensato per non aver lasciato una spessa ed amara coltre oscura dietro di sè. Più del solito, probabilmente.

“La unica cosa che rende qualcosa “impossibile” è vivere con la paura. La paura, rende qualcosa impossibile”: si tratta di uno delle sue ultime probabili collaborazioni con una band, tra l’altro in parte di origine argentina, ma formatasi a Barcellona, i Che Sudaka.

Da sempre ispirati dall’azione, dalla vita e dalle storie di Facundo Cabral, i suoi pensieri e le sue parole furono ospitati all’interno del loro quarto album in studio datato 2009, dal nome “Tudo es Posibile”. Cabral partecipa semplicemente con un pensiero, nella traccia conclusiva.

…mi nombre convencional es Facundo Cabral. Pero uno es lo que sueña y yo sueño tantas cosas que tengo un nombre infinito…

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