La storia di Manuel Santillan, el Léon

È una di quelle notti fredde e cupe, nel porto di Buenos Aires. L’ora è tarda, tipica di quel momento della notte in cui è difficile trovare anima viva per strada, ed in caso fortunato, l’aspetto apparente non è certo dei più gentili. Ma la città di anime è piena, non necessariamente calcanti il suolo umido dei suoi vicoli più nascosti, ma reclamanti una giustizia, una dignità, un futuro nel maggiore dei casi strappato via come un giornale vecchio.

Qualcuna è rinchiusa, qualcuna naviga nel profondo del mare a largo del porto, qualcun’altra si nasconde, e non necessariamente nelle bettole aperte.

Le strade che appaiono deserte, inumidite da una pioggia leggera e costante sotto un cielo minaccioso, illuminate da lampioni che emettono luce opaca, fanno da base ad un contorno silente. Gli edifici appaiono ombrosi e sonnolenti, dalle porte ben chiuse e le persiane mute, a far da schermo per l’esterno.

Manuel conosceva bene quei colori, quei vicoli, quelle notti. Manuel sapeva perfettamente ascoltare i richiami, i lamenti, le grida di quelle anime disperse nel vento: anche delle tante, non ancora volate via o naufragate sott’acqua, ma in procinto. Aveva rincorso mille volte quelle strade labirintiche, talvolta correndo in fuga, altre muovendosi a passi rapidi, raramente godendosi gli odori ed i colori. E quando capitava, erano giornate di sole.

Gli stracci che portava addosso erano quelli di mille battaglie, di centinaia di nascondigli, di decine di speranze lasciate volar via al tramonto di un altro giorno complicato. Le circostanze lo avevano condotto in quelle strade forse per l’ultima volta, e lui lo sapeva perfettamente, malgrado nel fondo del suo sguardo desolato, sopravvivesse la luce di chi ha ancora la forza di lottare per un mondo migliore.

Nella tasca dei suoi pantaloni logorati da tempo ed intemperie, soltanto una vecchia foto ingiallita ed un revolver carico: tutto quello che di materiale poteva aiutarlo a salvare il suo corpo, e la sua anima. Dentro di sé i ricordi di una vita, immagini marchiate a fuoco dalla sua retina nel cervello, suoni e rumori tanto fastidiosi da portarlo a distogliere lo sguardo dal vuoto, al ripensarli. Tutto quello che può pesare sulla schiena di chi sa riconoscer esser giunta la fine del suo percorso, anche se sostenuto da spalle larghe, possenti, ben forgiate.

Per tutti, nei suoi quartieri soprattutto, Manuel Santillàn era “el Léon”: un uomo alto, robusto, con lunghi capelli neri ad accarezzargli il collo taurino.

Avrebbe voluto semplicemente sopravvivere, el Léon. Lo ripeteva a sé stesso nel ripensarsi a rincorrere un pallone nelle strade di San Telmo, con gli amichetti di un tempo per la gran parte scomparsi, chissà dove. Forse partiti, forse scappati, forse nascosti come lo era stato lui, prima di intraprendere quella lotta instancabile contro l’ingiustizia. Contro la malvagità di un potere troppo forte da poter distruggere da solo.

Ed adesso, mentre sentiva in lontananza le grida dei suoi aguzzini, proseguiva camminando furtivo senza guardarsi intorno, con la testa offuscata da questi pensieri. Non si accorse di essere entrato in un vicolo cieco, se non quando sbatté la sua testa contro un muro: cupo, alto, freddo ed umido. Non c’era altra via di uscita, mentre i suoi persecutori si avvicinava gracchianti e ridenti, come un gruppo di iene che rincorre il più giovane Gnu del branco, lasciato indietro nella fuga dai suoi simili, in uno dei tipici documentari sulla Savana visti in un qualche canale televisivo.

Un Leone destinato a finir divorato da iene e sciacalli, come il più acerbo degli Gnu: un destino crudele, per una vita orgogliosa.

Si acquattò al buio, dietro la sporcizia che contrastava con l’ingresso di un edificio inanimato, come si immaginò sarebbe stato di lì a poco il suo corpo. Prese in mano il suo revolver puntandolo di fronte a sé, ascoltando i passi altrui avvicinarsi, all’aumentare della pioggia. Quando vide il primo dei gendarmi decise di uscire, puntandogli la pistola contro, accorgendosi di essere completamente circondato. Circondato da iene e sciacalli.

Finalmente, la resa dei conti Manuel

Erano mesi che lo cercavano, erano mesi che riusciva a sfuggirgli. In quella notte silenziosa e fradicia, lo avrebbero fatto loro, avrebbero catturato il Leone.

Ma quella pistola puntata verso uno del gruppo non lasciò distaccato il Sergente della compagnia, che senza pensare aprì il fuoco verso Manuel, lasciandolo a terra senza esitazione.

“Ah, è così che finisce” ansimò il Leone, lasciandosi piano piano andare contro la parete già sporca di sangue.

Roberto, il Sergente, lo guardò attonito ma stupito. Non era quello che voleva fare, se ne era reso conto un istante dopo aver premuto quel grilletto. Immediatamente dopo aver generato quel boato che risuonò per tutta la città, che fece sobbalzare il popolo argentino dai loro letti, dai loro nascondigli. Che fece gridare di dolore ancora una volta, quelle migliaia di anime richiuse, disperse, affogate in chissà quale luogo a largo del porto.

Gli ufficiali presenti si avvicinarono al corpo privo di energie di Manuel Santillan, quasi per rendere un pizzico di onore a quello che era stato, a quello che aveva rappresentato per la gente in quegli anni, un popolo del quale (forse) riuscivano ancora lontanamente a sentirsi parte.

El Léon, li guardò dritti negli occhi per l’ultima volta, uno per uno. Ma stavolta senza odio, senza rabbia, ma con pura e semplice fratellanza, mista ad un pizzico di pena per sé stesso e per la sua condizione ventura. Con l’ultimo respiro, gli disse:

“Miei carissimi nemici di sempre, oggi lascio questo mondo di dolore, ma non dimenticate mai dove va il pianto della gente. Il pianto della nostra gente va verso il mare. Il pianto, il dolore e la sofferenza del nostro popolo, lo affogano ed affondano nel profondo del mare”.

Roberto e tutti gli ufficiali rimasero attoniti di fronte alle ultime parole del Leone. Qualcuno guardò a terra, qualcun altro decise di voltarsi per asciugarsi dagli occhi le timide e salate lacrime di commozione, che adesso potevano mescolarsi con la pioggia copiosa.

Roberto si chiese se quella pioggia poteva in realtà essere il pianto di quelle anime affogate nel mare, restituite al cielo, in un atto di redenzione ultimo. L’espressione della loro rabbia di fronte all’ultima resa, all’ultimo respiro del Leone.

Nei giorni seguenti, tutti i componenti di quella squadra che tolse l’ultimo fiato di speranza al corpo d Manuel Santillan, abbandonarono le forze di polizia. Il caso non venne mai più discusso, e finì nel silenzio di chi non vuol ricordare. Lo stesso Roberto decise di sparire di circolazione, di scappare via, di eclissarsi come era toccato al Leone. Perché era vietato raccontarlo, era vietato ricordarlo, era decisamente preferibile smettere di citarlo, come se il suo esempio fosse destinato a liberare migliaia di semi rivoluzionari nei cuori di chi lo accoglie.

Che la parabola e la storia del Leon Santillan finisse affogata come mille altri destini, laddove i suoni non riescono a superare la profondità del mare, per propagarsi al di fuori nelle menti dei sopravvissuti e resistenti, come grida di incitamento.

Così gli dissero, così gli imposero, così eseguì Roberto, pur abbandonando quella vita che lo aveva visto assassinare l’orgoglio e la lotta del suo popolo, in quella fredda e piovosa notte del 1978.

Mesi dopo, trovandosi a passare in abiti sdruciti e borghesi per le strade del vecchio quartiere di San Telmo, uno strano lamento ripetuto come un mantra, attirò la sua attenzione.

Roberto era irriconoscibile, curvo, passato volente o nolente dall’altro lato della barricata: quello dove era meglio nascondersi, acquietarsi, limitare lamentele e critiche al quotidiano che tocca, condiviso con altre silenziose anime ancora incollate ad un corpo di carne ed ossa.

Pianto, dolore e sofferenza di un popolo affoga ed affonda nel mare” sentiva ripetere. Era una ripetizione continua, straziata, piatta che usciva dalla bocca di un vecchio ubriacone, sulla soglia della porta di uno di quei bar sudici ed antichi di quartiere.

Abbracciava la sua bottiglia vuota, con lo sguardo perso nel vuoto, e continuava a ripetere quella frase.

Roberto si avvicinò con rispetto.

Hombre, dove hai sentito questa frase?

L’uomo si fermò un attimo, quasi congelato. Alzò il suo sguardo guardando dritto nelle pupille vuote e stanche di Roberto.

Lo disse il Leone, buon uomo” gli rispose.

Manuel Santillan, il Leone”.


La figura di Manuel Santillan, il Leone, nasce e si propaga grazie ad una canzone della band argentina Los Fabulosos Cadillacs.

Si dice che si tratti di un personaggio e di una scena totalmente inventata, racchiusa in un pezzo suonato e modificato in multiple versioni, destinato a diventar bandiera nella discografia della band.

Tuttavia si narra che Il Leone sia vissuto davvero, che fosse uno dei tanti studenti che in quegli anni si opponevano alla dittatura militare di Jorge Rafael Videla. Un’altra storia racconta che fosse un tifoso di una squadra cittadina, resistente alla dittatura, giustiziato per un regolamento di conti con la polizia a seguito di una partita. Si dice anche che si trattasse di una sorta di Robin Hood moderno di Buenos Aires, che rubava ai ricchi fiancheggiatori del potere per sfamare i poveri umiliati dal volere degli scagnozzi di Videla, per questo ricercato a lungo da un commando speciale, prima di essere circondato ed ucciso.

Non esiste prova certa di esistenza per il Manuel Santillan della canzone, qui raccontato con l’aggiunta di ulteriori elementi immaginati, per arricchirne la narrazione. Sicuramente lo stesso nome appare nel testo di un’altra canzone conosciutissima della stessa band argentina, “Matador”, dove viene menzionato in qualità di rivoluzionario caduto.

Quello che è importante sottolineare, è che la figura che rappresenta Manuel Santillan continua a vivere nell’immaginario collettivo di tutta l’America Latina, non solo dell’Argentina.

Un immaginario in cui el Léon rappresenta tutti i caduti delle dittature militari che hanno caratterizzato gli anni 70 e gli anni 80. Quella gente, il cui pianto e la cui sofferenza, spesso finiva affogata in fondo al mare.

Manuel Santillan rappresenta la gente orgogliosa di un continente geograficamente diviso, ma spesso unito nell’umiliazione ad opera di sfruttatori senza pietà. Un popolo la cui forza ha continuato a propagarsi ed a lottare, grazie alla memoria ed agli esempi delle migliaia di scomparsi nel nulla, rei solo di aver creduto in un futuro diverso, seguendo ideali di giustizia ed uguaglianza.

Lo dijo El Léon

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