Lasciatelo in pace

Nel 1988 o giù di lì, Micheal Jackson era probabilmente l’artista più importante del globo terrestre. Anzi, forse era l’uomo capace di generare più isteria, più ossessione e più desiderio (qualsiasi fosse) dell’universo, e lui lo sapeva perfettamente. Tutti conoscevano quel background che oggi — a distanza di circa un decennio dal suo prematuro decesso — ripetiamo ogni volta che il suo volto ci torna il mente, che fosse color cioccolato al latte e dai tratti somatici dolci dell’età giovanile, oppure quello cadaverico e spigoloso degli ultimi anni.

MJ divenne un fenomeno fin da piccolo (quando, a sua testimonianza, al successo gli imposero una negazione dell’infanzia che lo avrebbe accompagnato attraverso turbe bizzarre fino alla conclusione dei suoi giorni), raggiunse il successo commerciale con due album incredibili come Off The Wall e Thriller prodotti da Quincy Jones, contemporaneamente ad una carriera brillante come frontman dei The Jacksons, la band evoluzione di quei Jackson 5 che lo avevano visto sui palchi del mondo a cantare e ballare, fin dall’età più tenera.

L’attesissimo seguito all’album più venduto della storia della musica (quello che annovera tra i suoi singoli Beat It, Billie Jean e la title track con il video diretto da John Landis) giunse non senza lo scontato clamore ed il consequenziale successo sul finire degli ottanta, accompagnato proprio nel 1988 dal film Moonwalker: accozzaglia di video musicali tratti da Bad (il disco in questione) più o meno uniti da un filo conduttore decisamente autocelebrativo, che si conclude in una bizzarra storia pseudo recitata, con il messaggio “contro le droghe che uccidono i bambini” (a parteciparvi, tra questi, il figlio di John Lennon, Sean).

Nello spazio vuoto tra il successo solista di Thriller ed il ritorno con Bad, i rumors sulla vita privata di Jackson iniziarono a susseguirsi raccontando un mondo di abitudini sempre più incredibili, apparentemente ai confini della realtà per i comuni mortali, spesso inventate di sana pianta dai suoi manager per mantenere alta l’attenzione sul suo personaggio. Un’operazione di marketing non certo produttiva, valutandone le evoluzioni future, con la carriera del King of Pop (e la fama) letteralmente stroncata da accuse di presunta pedofilia già durante il tour del suo album Dangerous , seguente a Bad, generalmente basate sugli strani atteggiamenti fanciulleschi di Jackson stesso (e mai dimostrate processualmente), e su questa attenzione quasi morbosa vero l’universo degli indifesi protagonisti del “mondo del futuro”.

Insomma, a riguardare oggi Moonwalker — questo agglomerato di video musicali uniti quasi casualmente, senza seguire un filo narrativo coerente — la sensazione che emerge è quella di sconfinare ampiamente nel kitsch (una sensazione rafforzata dal pessimo doppiaggio in italiano, come spesso accade). Per giungere al video di Smooth Criminal (piatto forte del prodotto), dobbiamo passare da un collage retrospettivo sulla vita dell’artista (a sua volta introdotto dal video di Man in the Mirror), dalla parodia versione “kids” del video di Bad, dallo short film di Speed Demon diretto dall’innovatore delle animazioni con la creta Will Vinton (e secondo quella tecnica, eseguito), per concludere il tutto con la cover di Come Togheter dei Beatles,dopo aver salvato il pianeta dal pericolo di perforazione di un generico “mondo della droga” nell’universo dei bambini, a seguito di quel pezzo tanto conosciuto in panama e gessato bianco.

Ma prima, come un fulmine a ciel sereno, saliamo con Michael (e la sua scimmia Bubbles) in una sorta di navicella spaziale, per effettuare un viaggio speciale in un mondo fantastico, fatto di animazioni e citazioni. Un mondo che a tratti inquieta alla vista, quasi senza un perché, forse per il grido di aiuto che ne rappresenta il testo del ritornello: “Leave me alone”, dice. Lasciatemi in pace.


Leave me Alone è l’ultimo singolo estratto da Bad, inizialmente contenuto solo nella versione compact disc, vincitore di un Grammy come Miglior video corto del 1990. Il video è proprio quello contenuto in Moonwalker, che riguardato adesso non solo appare attuale, ma potremmo definirlo come la summa definitiva dell’eredità Jacksoniana relativa ai decenni precedenti alla sua morte, a partire dagli anni 90 ad allora.

I simboli e le citazioni relative ad ogni presumibile turba riconducibile al Jackson di quel tempo, sono innumerevoli. Si va dalla chirurgia estetica alle notti in camera iperbarica, al presunto acquisto delle ossa del cosiddetto Elephant Man (con cui un MJ prigioniero, si esibisce) all’altare dedicato ad Elizabeth Taylor, passando per titoli di giornali scandalistici mostrati da eleganti “controllori” del sistema dal volto di cane. Riassumere le suggestioni (anche esoteriche) presenti nelle immagini che accompagnano un pezzo rabbioso e martellante, sarebbe superfluo: tanto vale guardarselo. Importante è sottolineare come tutto quel mondo non sia altro che un viaggio dentro la testa di un Jackson ridotto al Gulliver di Jonathan Swift, vittima di moderni lillipuziani che lo vogliono incatenato e disponibile alla violazione spettacolare di ogni minima privacy, esposto al pubblico ludibrio, una sorta di parco dei divertimenti ambulante alla stregua dei mass media assetati di nuove bizzarrie da discutere.

Del resto, quando sei l’artista più famoso del mondo, ogni aspetto della tua vita (anche quelli presunti) diventa di tutti. Un concetto decisamente riportato anche nello splendido capolavoro che è la copertina del seguente album di Jackson, Dangerous, partorita dal genio assoluto di Mark Ryden.


Ma non è la canzone il punto, né lo è il video. Il punto da svolgere è prettamente concettuale, ed abbraccia una sfera più ampia del mondo attuale, quello dove la privacy è divenuta oramai un miraggio anche per un esercito infinito di “nessuno” (in termini di successo), quello dove l’esposizione di un vizio privato -o presunto tale- determina sciacallaggi, umiliazioni e spesso azioni conseguenti prive di razionalità, talvolta definitive. Quello dove, all’alba del decennale dalla morte di uno dei più grandi artisti di sempre, si torna a martirizzarne la memoria con un lungo (e privo di ogni minima giustificazione realistica) documentario come “Leaving Neverland”, diretto da Dan Reed e prodotto per HBO, presentato al Sundance Film Festival 2019. Un (pessimo) lavoro che serve soltanto ad alimentare danni su un corpo oramai freddato e sepolto da tempo, su un uomo che — per quanto pubblicamente al centro di contraddizioni evidentemente ancora discusse — non viene lasciato in pace neanche post mortem, quasi che il messaggio di purezza emergente dalla sua arte dovesse necessariamente restar inquinato per i posteri, forzatamente.

Eppure — e questo vale per tutti, non solo per la “fama” di Michael Jackson — durante l’atto di giudizio che ognuno di noi adora ostentare in pubblico (anche e soprattutto attraverso la demoniaca accoppiata tastiera + schermo), l’uomo moderno tende a perpetrare un errore antico: guardare agli altri con foga, senza aver guardato prima dentro sé a stesso. O meglio, senza ammettere certe evidenze.

È così che le turbe personali, le abitudini bizzarre, le pratiche convenzionalmente ritenute “patologiche”, quelle azioni che impulsivamente pratichiamo mossi solo da quell’istinto animale che contraddistingue ognuno di noi, non vengono calcolate nella sfera personale, quanto additate (con esaltante scandalo) se emergenti in un nostro simile qualsiasi.

Ammettendo quelle debolezze che ognuno di noi coltiva nel profondo — e che tenta di nascondere anche nonostante l’esibizionismo generalizzato che è divenuto marchio di fabbrica nell’epoca in cui il “social influencer” è status verso il quale aspirare — probabilmente riusciremmo a compiere quel passo evolutivo che ancora incatena la razza umana alla discendenza diretta dell’illogicità animale. E non si tratta della “giustificazione” o del “perdono” rispetto a pratiche presunte o comunque private: semplicemente nel raggiungimento di quella serenità che permetterebbe ad ognuno di noi di vivere una vita più concreta, ammettendo lati oscuri e lati splendenti della stessa, godendosi dell’altrui per come ci appare. Godendo, eventualmente, anche delle arti a disposizione, senza domandarsi troppo quanto giuste o meno siano le strutture che le determinano alla base della loro concezione.

Lasciamoci in pace, quindi.

E lasciamolo in pace, Michael. Davvero. Anche perché oramai non ha senso accanirsi sull’indimostrabile. Molto meglio abbracciare l’immensità positiva del testamento artistico che ha lasciato al nostro genere, destinato a sopravviverci sicuramente nei secoli, almeno fino a quando tutto questo (inteso come sfondo) non sarà destinato giustamente ad esplodere.