Sciopero! — Quella volta di Amerigo Sarri alla Coppa Caivano

Sciopero! — Quella volta di Amerigo Sarri alla Coppa Caivano” è un racconto che ho scritto per il concorso letterario “Il Bicicletterario”, all’interno del quale ha ricevuto l’attestato di merito insieme ad altri dodici lavori selezionati. Ho scelto di pubblicarne la versione completa, quella “lunga”, differente da quella tagliata per rientrare nei comprensibili limiti imposti dal regolamento. Questa storia è figlia della memoria di Amerigo, raccontata dalla sua voce in una sera di chiacchere di qualche tempo fa: ho cercato riscontri con i fatti narrati e la storia della competizione, ma non sono riuscito a trovare conferme ufficiali.

Sotto questo sole. Senza pedalare.

Incredibile a credersi senza vederlo spiattellato di fronte agli occhi, ma il sole appare più vicino di quanto non sia, picchiando impertinente sulle fronti sudate sottostanti. Come un martello copioso sull’incudine ardente. Si, è vero: più che vederlo, si percepisce, direte voi; ma non è il caso di giocare ai puntigliosi, o quantomeno non ha senso esserlo quando non si conoscono le sensazioni complete di chi non si aspetta tanta calura a metà Maggio.

Che poi, da dove vengo io, di solito a metà Maggio si inizia a star bene senza il maglione, e se proprio il sole batte con decisione, basta sporger il naso in avanti per accogliere una brezza sottile e piacevole sul viso, e rinfrescarsi. Un po’ come quando scendi a ritmo sostenuto tra tornanti leggeri, per colline soffici, lasciandoti baciare dal vento per abbandonar dietro di te un po’ di quel sudore che ti appiccica il volto”.

Poi, intendiamoci, un caldo del genere non solo lo senti addosso, ma effettivamente lo vedi. Avete mai provato a guardar l’asfalto bollente nei primi pomeriggi di un giorno d’Agosto? Può capitare di osservarlo come se si sciogliesse, come se tutta la realtà che tangibilmente conosciamo come solida ed effettiva, stesse per evaporare. Non possiamo, in effetti, paragonar un giorno di afa estiva con quello di un Maggio più che tiepido, è vero. Ma dobbiamo considerare che ci troviamo geograficamente sotto Roma in modo piuttosto abbondante, per la precisione vicino a Napoli. E già nella Capitale, in quei periodi dell’anno, le temperature si alzano se la stagione è clemente.

Al Sud fa più caldo rispetto a dove sono nato io. Da noi è sicuramente più umido, forse. È umido anche d’inverno, perché quella valle che ospita il passaggio dell’Arno è effettivamente una conca, ed in età preistorica pare fosse una palude. Pensa un po’”.

E poi, comunque è giunta l’ora di darsi una mossa, che già sono ore che decine di ciclisti vestiti di tutto punto, pronti per competere seriamente in una competizione valevole per il Campionato Italiano, attendono al fitto sole la fine dell’appello pre-gara.

E guarda che l’appello lo abbiamo già fatto tutti, non so se te ne sei accorto. Il problema è capire cosa stanno aspettando, che qui rischiamo un colpo alla testa con questo clima! Sai, per loro è facile star aspettare nelle ammiraglie, cariche come sono di bottiglie di acqua e rifornimenti. A loro non viene sete di sicuro, il modo di rinfrescarsi lo trovano”.

È il Maggio del 1949, in Campania. Più di 400 chilometri più a Sud di Firenze, la culla del Rinascimento, in Toscana. Quasi 250 chilometri più in giù della Capitale, per meglio intenderci. Per la precisione siamo a Caivano, dove dovrebbe svolgersi quella che sarà la ventottesima edizione della Coppa Caivano, una competizione che malgrado una serie di eventi collegati alle sventure che l’Italia si è appena lasciata alle spalle, già rappresenta un appuntamento importante per il ciclismo dilettantistico nazionale.

Sarà Adolfo Grosso, alla fine, a portarsi a casa la vittoria ed a scrivere il suo nome nell’albo d’oro della competizione. Un passista che aveva esordito tra i professionisti appena l’anno prima, che negli anni a seguire avrebbe vinto un paio di tappe al giro di Catalunya, una a Rosario in Argentina e la diciottesima tappa del Giro d’Italia del 1954. Dietro di lui arrivarono, degni di ovvia menzione, Faccioli e Zolli: i primi tre di un nucleo che sfuggì subito, aiutato dagli eventi, in una competizione da sempre a circuito, adatta ai velocisti, tra le più antiche per origine del paese.


La Coppa Caivano

È il 1908 a Caivano quando il primo sodalizio ciclistico cittadino vede la luce, grazie alla volontà di un gruppo di amici uniti da una passione condivisa, guidati dall’avvocato Mario Faraone.

Comune dell’Hinterland Napoletano che oggi supera i 35.000 abitanti, Caivano esemplificava all’alba del ventesimo secolo una delle tante “periferie dell’impero”: terra di umili braccianti ed agricoltori, segregata nella povertà e nell’incertezza del futuro, dove il ritrovo nei circoli rappresentava l’unico momento di svago dopo 12 ore di duro lavoro nei campi. Sono anche gli anni in cui il ciclismo inizia il suo sviluppo popolare in Italia, con l’aumento esponenziale del numero di biciclette possedute tra la gente, con i racconti delle gare che assumono toni epici, creano aggregazione, plasmano una passione.

Due anni dopo la fondazione della U.S. Caivanese, gli stessi appassionati per le due ruote che “fecero l’impresa”, decisero di organizzare la prima edizione della Coppa Caivano: era il 1910 e per eseguire la frecciatura del percorso di gara, venne utilizzato un carro trainato da un asino. Cronologicamente, nella storia del ciclismo italiano, la Coppa Caivano è seconda solo al Giro d’Italia per istituzione, la cui prima edizione si tenne nel 1909. Dopo anni di stop obbligati a causa della Prima Guerra Mondiale, questa competizione crebbe di importanza, arrivando ad esser inserita tra le prove per il Campionato Italiano: inizialmente per i Professionisti Juniores ed in seguito anche per la categoria massima.

Nell’edizione del 1930, Learco Guerra (soprannominato “la Locomotiva Umana”) conquistò proprio a Caivano la sua prima maglia tricolore della carriera. Appena un anno dopo avrebbe trionfato nei Campionati del mondo su strada a Copenaghen, chiudendo la carriera con cinque Campionati Italiani consecutivi vinti, trionfando nell’edizione del 1933 della Milano-San Remo, e conquistando nel 1934 sia il Giro di Lombardia che il Giro D’Italia. Perdendo progressivamente di importanza negli anni a seguire, la Coppa Caivano tornò ad assegnare il Campionato Italiano Dilettanti relativo alla prima ed alla seconda serie, proprio nell’edizione del 1949.

Gli sportivi l’attendono, l’applaudono, ne registrano i risultati e gli insegnamenti; ma la parola d’ordine degli organizzatori non muta: levare sempre più in alto la fiaccola ardente della fede rivelata dagli anziani. Curare e limare l’opera tangibile di questa tormentosa passione, e fare di essa lo strumento sempre più idoneo per l’azione da consegnare a coloro che dovranno continuare la lotta per il conseguimento di maggiori mete” scriveva proprio Mario Faraone, presentando l’edizione del 1950 della Coppa.

Una realtà che nel frattempo è riuscita a superar il traguardo delle ottanta candeline, a proposito di “tormentosa passione” tramandata e “fiaccola ardente” che comunque, malgrado tutto, è riuscita a non spengersi.


Essere ciclista dopoguerra

Torniamo a quel caldo giorno di Maggio del 1949: evidentemente l’edizione che ancora aveva negli occhi proprio Mario Faraone, mentre si accingeva a scrivere le splendide parole usate per presentare l’edizione seguente della Coppa.

Ha lo sguardo ironico Amerigo, mentre gli occhi gli si fanno fessura portando l’avanbraccio sulla fronte, per proteggersi dal contro sole. Tutto intorno a lui, l’aria inizia a farsi pesante, i colleghi stanno per innervosirsi. Provateci voi ad esser costretti senza senso, sotto il sole, senza poter bere un goccio d’acqua rinfrescante, ad aspettare di partire!

Che poi, vai a sapere se saranno state ore o piuttosto decine di minuti di attesa; forse si trattava di semplice impazienza di alcuni. Forse era la voglia di salire su quelle biciclette pesanti e macchinose, diverse da come riusciamo ad immaginarle con gli occhi di oggi, ed iniziare la gara. Forse c’era quella voglia di fare, di iniziare, di riprendere da dove si era interrotto, con passione, l’ultima volta.

Se ci pensate, la voglia di ripartire sarà stata comune a molti in quel periodo: i primi anni tornando a respirare aria di libertà. E non voglio buttarla in politica, perché quando si parla di amore per lo sport, le divisioni ideologiche dovrebbero sempre restar distanti con forza. Diciamo quindi, tornare a respirare finalmente la libertà dalle catene di un conflitto che, in un modo o nell’altro, aveva caratterizzato la parte finale di un ventennio buio, fatto anche di imposizione, sicuramente di ordini. Soprattutto se venivi da realtà umili, ed il pane in tavola –quando c’era — eri sempre stato costretto a sudarlo copiosamente. Mettersi le gambe in spalla e ripartire all’unisono, sperando di staccare per valore i colleghi affiancati all’avvio, raggiungere quelli più avanti utilizzando solo la propria tenacia e forza di volontà: quale metafora più bella del ciclismo, per raccontare il sentimento comune a tanti ragazzi nel dopoguerra?

Eppure, libertà o meno, ogni competizione che esista (teoricamente anche nella vita di tutti giorni) è tale se circoscritta da regole condivise di svolgimento. E in quegli anni una delle regole del gioco per un ciclista, di quelle che oggi appaiono più incomprensibili o bizzarre, riguardava proprio i rifornimenti durante le gare. Amerigo lo sapeva bene, tanto che quelle magliette di tessuto pesante (destinate ad esser da subito pregne di sudore in quel pomeriggio di Caivano) erano caratterizzate da due grandi tasche anteriori, concepite per contenere quel rifornimento che era lecito portarsi con sé all’avvio di gara. Si, perché per quanto riguardava i rifornimenti a venire, il divieto era tassativo: severamente vietato riceverli in corsa da chiunque risultasse esterno alla gara, anche se appartenente alla tua squadra, pena la squalifica.

L’unico modo per cui fosse permessa la ricezione di una borraccia proveniente da un esterno, era che questa venisse lasciata a sostare in certi punti determinati del percorso, senza che venisse passata da mano umana al volo, durante un passaggio. Era così obbligatorio fermarsi, recuperare quell’apporto potenzialmente vitale di sali e liquidi necessari per proseguire nello sforzo, perdendo così tempo prezioso e complicando inevitabilmente le proprie operazioni di gara.

In una gara che ho corso a Barberino del Mugello, per dirti, vidi il Ciolli tagliare il traguardo ed essere immediatamente squalificato. Il suo nome fu tolto dall’ordine di arrivo proprio perché i giudici si accorsero che aveva accettato una bottiglia di acqua in corsa, da uno spettatore, durante un passaggio. Se questo è il regolamento, e se vuoi arrivare in fondo prendendo quello che ti sei meritato su strada, devi rispettarlo. C’è poco da fare” sbuffa Amerigo.

Adesso i suoi occhi a fessura di ventenne appaiono ancora più stretti se possibile, mentre scuote la testa in segno di preoccupazione. Intorno a lui il brusìo si fa sempre più insistente, qualcuno borbotta, qualcuno si spazientisce, qualcuno nei suoi discorsi inizia ad utilizzare quella parola che tanto era stata proibita dagli eventi fino a qualche anno prima: “Sciopero”.


Amerigo Sarri

Nato il 10 Novembre del 1928 a Figline Valdarno — a qualche decina di chilometri di distanza da Firenze — Amerigo Sarri si dedicò al ciclismo immediatamente dopo aver raggiunto la maggiore età, in un’epoca segnata dal Secondo Conflitto Mondiale conclusosi da poco. Ottenne la bellezza di 37 successi in sei stagioni come Dilettante, dopo le 9 vittorie da Allievo conquistate con la U.S. Figline Valdarno, correndo per squadre tra le più rappresentative del ciclismo Toscano come gli Assi di Firenze. Dopo un triennio passato nell’Aquila Montevarchi da parte integrante di un gruppo che comprendeva al suo interno anche quel Valeriano Falsini che divenne gregario di Fausto Coppi in seguito, decise di salire di livello, passando tra i professionisti. Qui, dopo due anni da indipendente, decise di ritirarsi bruscamente dalle competizioni, per dedicarsi al lavoro ed alla famiglia. E dire che pure quel Gastone Nencini nato a Barberino del Mugello ed amico personale dello stesso Amerigo, cercò a lungo di convincerlo a tornare sulle due ruote, desideroso di averlo a suo fianco. Ogni tentativo effettuato fu vano, e la carriera di Nencini proseguì a vele spiegate vincendo, tra l’altro, Giro d’Italia e Tour de France.

Figlio di Partigiano, Amerigo fu testimone diretto dell’abbattimento di un aereo dell’aviazione alleata durante gli anni della Grande Guerra: il pilota riuscì miracolosamente a paracadutarsi fuori dal velivolo in picchiata, atterrando nella frazione di Vaggio, a due passi da casa Sarri. Contribuì così, appena adolescente, al salvataggio del giovane soldato, garantendogli un nascondiglio sicuro dai rastrellamenti dei Nazifascisti che occupavano la zona. Non c’era da stupirsi quindi, se quel giovanissimo ragazzo che aveva ben conosciuto le sofferenze di un’Italia costretta a sopravvivere spesso con fatica e timore, sviluppò quell’attitudine al sacrificio e quella passione che ne caratterizzarono la carriera a venire.

Ricordato come ottimo passista scalatore dallo spunto veloce, mantenne in sé quella concretezza e quella correttezza determinanti per abbandonare il professionismo in nome del pragmatismo di un futuro sereno per i propri cari. Quello del “ciclismo che conta” non era l’ambiente adatto per un uomo di solidi principi e pochi fronzoli, che si allenava su due ruote inforcando la sua bicicletta la mattina all’alba per recarsi a lavoro a Firenze, percorrendo la bellezza di circa 40 chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno. Un ambiente all’interno del quale era complicato riuscire ad emergere tanto da poter portare a casa uno stipendio soddisfacente, che comunque non poteva mai risultare garantito a lungo termine.

Il lavoro lo portò via dalla valle che lo vide nascere per qualche anno, proprio in seguito al suo abbandono sportivo. Nel 1959 si trovava di istanza a Bagnoli, vicino a Napoli, quando il figlio Maurizio vide la luce. Dopo appena tre anni proseguì girovagando per lo stivale, prima di tornare definitivamente a casa, dove cedette ad una passione evidentemente più grande di lui, tornando a compete e soprattutto a vincere tra i Cicloamatori, diventando anche Campione Italiano di categoria.

Il figlio Maurizio a Napoli ci sarebbe tornato qualche decennio dopo, anche lui per lavoro, chiamato ad allenare la cosa più importante ed amata nella città Partenopea insieme al culto per San Gennaro: quel Napoli che aveva tifato in tenera età, e che nel frattempo aveva visto trionfare sul tetto del calcio nazionale grazie alle prodezze di un tale Diego Armando Maradona.

Chissà se quel culto della fatica che solo un padre ciclista può tramandare ad un figlio, sarà stato decisivo nel susseguirsi di “Sliding Doors” che hanno portato un dipendente di banca con la passione per il pallone come Maurizio, a diventar tra gli allenatori internazionali più apprezzati di un decennio. Sicuramente l’attitudine al sacrificio e la contemporanea attrazione inevitabile per lo sport amato fin da giovane di un passionista vero come Amerigo, avranno avuto un’influenza importante nella carriera del figlio. Ma questa è sicuramente un’altra storia.


I passaggi a livello sono sempre chiusi

Ma torniamo di nuovo a Caivano in quella bollente giornata di fine Maggio, tra ciclisti sudati che borbottano per l’arsura, mentre tutto intorno si consumano copiosi i mezzi litri di acqua. Mezzi litri che forse sarebbero stati appena sufficienti a raffreddare quegli spiriti già resi bollenti dal ritardo, dal clima, da un’attesa apparentemente non troppo spiegata. “Sciopero” sussurrava qualcuno parlando fitto fitto con un collega. Ma forse per limite raggiunto o probabilmente a causa del sopraggiungere del momento decisivo, in men che non si dica la corsa parte. Ed è valevole come prova del Campionato Italiano Dilettanti, mica una roba qualsiasi!

All’avvio si crea subito una situazione di fuga per un ristretto numero di ciclisti, prontamente deciso a distaccare quel gruppone che forse aveva lasciato andare dalla mente il fuoco delle polemiche precedenti con un tantino di ritardo. Sono in nove là davanti, pronti a visualizzare il primo vero ostacolo di quello che effettivamente era un circuito da percorrere più volte: di fronte a loro delle rotaie ed un passaggio a livello. Chiuso.

Quei nove si guardano intorno, e probabilmente si mettono d’accordo per rischiare: nessun treno in arrivo né alla loro destra, né alla loro sinistra, tanto vale superare l’ostacolo e garantirsi un vantaggio già decisivo. Poi, se la giocheranno fra sé, in seguito. E così fecero, probabilmente consapevoli che all’arrivo del gruppone dietro a loro i giudici di gara avrebbero intimato lo stop, in attesa della risalita delle sbarre delimitanti il percorso dei treni. È necessario aspettare, per permettere alla gara di proseguire a svolgersi in sicurezza.

“Come sarebbe a dire?” sbuffò fra sé Amerigo Sarri. “E quelli che sono già passati, chi li riprende?”.

Inutile dire che quegli animi già precedentemente surriscaldati e già descritti, attutiti dall’avvio della competizione, tornarono a prendere fuoco. C’è chi urla, chi lancia la bicicletta per terra, chi si avvicina minaccioso ai giudici gridando, chi bofonchia con il compagno che era meglio se non erano neanche partiti. Che era meglio farlo subito a causa dell’attesa sotto il sole, lo sciopero.

“Ma perché non andate a riprenderli e li fare ripartire insieme a noi, magari dalla posizione di vantaggio che avevano guadagnato in conseguenza della fuga iniziale?” chiese qualcuno riguardo ai nove fuggiaschi, tra i quali di fatto c’erano già i tre che si sarebbero contesi il podio.

“Fermate la gara, e ripartiamo a sbarre rialzate! Ripartiamo dall’inizio, che tanto è già tutto praticamente andato a monte!” disse qualcun altro.

Ma i giudici furono categorici: si doveva aspettare, e chi era passato avrebbe proseguito la sua corsa. D’altra parte un vantaggio può essere determinato da molteplici fattori legati all’ambiente circostante tanto quanto al clima. Quel passaggio a livello era dentro ad un regolare percorso, pertanto rappresentava un potenziale ostacolo di cui tener conto. Quella che si era sviluppata come una rabbiosa contrattazione, divenne di lì a poco un ammutinamento, perché nel frattempo il gruppone aveva perso oltre dieci minuti di tempo, rispetto ai nove che stavano volando, in procinto di doppiarli.

“Io non riparto. Anzi, se non li fermano i giudici, li fermiamo noi!” suggerì un corridore con spiccato accento romano, che Amerigo osservava con il sorriso di chi era curioso di veder come sarebbe potuta andare a finire la cosa. Fu così che una gran parte dei ciclisti si posizionò in orizzontale sul percorso di gara con le loro biciclette, quasi a formare un muro in attesa del passaggio di quelli là in fuga. Gli organizzatori si sbracciavano, i giudici minacciavano squalifiche: qualcuno rideva, qualcuno gridava, dal mezzo di quella folla, qualcuno iniziò a cantare.

Da una parte, l’area era quella di “Bandiera Rossa”, che prontamente fu contrapposta da un altro gruppetto che iniziò ad intonare “O Bianco Fiore”: due delle anime che forse si erano trovate qualche manciata di anni prima ad intonare le stesse canzoni, festeggiando una liberazione, tornarono a riunirsi quasi per gioco. Come se la voglia di opporsi ad una ingiustizia percepita potesse trovar forza in quei canti che, qualsiasi fosse stato il credo di alcuni dei presenti, avevano rappresentato la resa dei conti su un’età buia, lasciatasi oramai dietro le spalle.

Si trattò quindi di un ammutinamento, oppure di uno sciopero? La questione era di apparente attualità, soprattutto quando Amerigo alzò la testa e vide quel collega con l’accento romano ergersi sopra gli altri — non riusciva a veder dove fosse salito — ed iniziare ad agitare i pugni ed a sbracciarsi, in quello che era un comizio di rivolta vero e proprio. Nel frattempo, nel caos che si scatenò all’arrivo dei doppianti, gli organizzatori faticarono non poco a mantener la calma: avrebbero sicuramente squalificato più di qualche eroe rivoltoso, potevano starne certi. Sicuramente avrebbero ristabilito l’ordine facendo ripartire tutti secondo le posizioni di vantaggio iniziali. Il punto era capire se il giro di vantaggio dei nove corridori in fuga sarebbe stato calcolato o meno, perché nel marasma della discussione — tra canti, grida e minacce — non si era mica capito tanto bene.

Quando Amerigo si allineò con gli altri, osservando i giudici che per primi facevano ripartire i tanto discussi e sportivamente odiati “nove in fuga”, per garantir loro il vantaggio guadagnato all’inizio, pensò quasi che forse ce l’avevano fatta. Pensò che finalmente era giunta l’ora quantomeno di correrla quella Coppa Caivano in quel pomeriggio di Maggio, che fino a quel momento lo aveva notevolmente divertito per tutte altre ragioni rispetto a quelle agonistiche.

Ma le cose non andarono bene lo stesso: qualcuno dei più scalmanati tra gli scioperanti, decise di intrufolarsi nel ristretto gruppetto dei ripartenti per primi. Non certo sperando di non esser visto, quanto per tenere alta la bandiera del “mandar tutto a monte”, in nome di una giustizia popolare sacrosanta. Niente da fare quindi: la gara si tenne e si concluse, secondo il podio già detto in precedenza, in avvio di questa bizzarra storia. Ma per molti rappresentò potenzialmente l’ultima per almeno una serie di giornate a venire.

Per Amerigo Sarri, ad esempio, ci furono 15 giorni di stop forzato e sanzionato.

Per Giuseppe Minardi, detto “Pipazza” — che in seguito sarebbe passato tra i professionisti giungendo secondo solo a Bartali e per mezzo punto nel Campionato Italiano del 1952 — un mese di squalifica.

Per il capopopolo della rivolta, quel corridore con l’accento romano di cui Amerigo non ricordava il nome, i mesi di squalifica furono ben sei.

Si, perché questa storia non è frutto dell’immaginazione del narratore, per quanto possa aver subito quelle modifiche inevitabili che il tempo che passa infligge, ad esempio, al ricordo di libri antichi. Quelli che da piccoli sfogliamo in casa dei nostri nonni, guardando le bizzarre figure lì sopra disegnate, con le pagine ingiallite.

Questa storia è quella di quella volta in cui Amerigo corse una gara che finì in uno sciopero, forse per un passaggio a livello chiuso, o magari ancor prima per il troppo caldo e la poca acqua disponibile in una lunga attesa a Caivano. Ed è lui a raccontarla in una sera piovosa di Settembre, qualche anno dopo. Facciamo 68 anni dopo. Amerigo, 89 anni, la racconta con il sorriso beffardo di chi era lì a domandarsi come sarebbe andata a finire, con gli occhi a fessura che sorridono, precedendo a tratti un ghigno laterale ad accompagnarne le fasi più bizzarre.

Ma attenzione, perché come nei film che quando finiscono vorremmo che durassero ancora, per saperne di più dei protagonisti, questa storia non è finita. C’è un ultimo colpo di scena, che incrocia ancora una manciata di destini, non certo da poco.

Amerigo spalanca gli occhi, guarda davanti a sé. Dopo una pausa teatrale di una manciata di secondi, prende fiato e prosegue.


L’indulto di Coppi

4808 chilometri da percorrersi in bicicletta non sono uno scherzo. Non lo sono oggi, non lo erano nel 1949.

4808 chilometri con il sole che picchia duro, i pori della pelle che trasudano e le tempie che martellano durante lo sforzo, alternati al gelo che violentemente si installa fin dentro le ossa, i muscoli delle gambe indolenziti e quasi congelati. Da Parigi a Parigi in meno di un mese, in competizione con altri 120 corridori divisi per squadre rappresentanti le proprie nazioni: ci sono 54 francesi, 22 italiani e tra gli altri anche un corridore polacco ed uno marocchino (seppur di origini portoghesi).

Siamo negli anni di Gino Bartali contro Fausto Coppi, l’epoca in cui il Bel Paese si divide in due fazioni: una scelta di campo che portava con sé motivazioni sociali e politiche, come doveva essere negli anni post bellici. Bartaliani contro Coppiani che infiammano le discussioni nelle piazze, nei bar, tra appassionati e non. Un dualismo che tiene banco anche e soprattutto nell’edizione del Tour de France di quell’anno, dove accanto ai due leggendari ciclisti italiani si inserisce anche Fiorenzo Magni, il “terzo incomodo” nato a Vaiano nel 1920, in provincia di Prato. Anche lui di origini Toscane, proprio come Bartali, e come Amerigo Sarri.

Fiorenzo Magni vinse per ben tre volte il Giro delle Fiandre, ma la sua carriera è stata inevitabilmente limitata nei risultati dall’esser stato professionista più o meno contemporaneamente a quei due già citati, destinato spesso ad inseguirli e raramente a superarli.

Nella classifica finale dell’edizione del 1949 del Tour de France, Magni si qualificò sesto, mentre i due connazionali gareggiarono per la vittoria, manco a dirlo. Fausto Coppi percorse i già citati 4808 chilometri in un tempo pari a 149h 40' 49", con il rivale di sempre distanziato nella classifica definitiva per appena 10'55". L’Airone di Castellania divenne così il primo ciclista italiano a vincere, nello stesso anno solare, sia il Giro d’Italia che il Tour de France.

Un’ impresa conclusa dopo un avvio stentato, in continua competizione agonistica con il nemico sportivo storico, come spesso accade farcita da numerosi episodi divenuti determinanti nella rilettura a freddo di quei tempi: altri 4808 chilometri, metafora di una vita tra salite, discese, cadute e fattori climatici disturbanti.

“Certe volte si va avanti perché si ha l’abitudine di correre in bicicletta: per noi è come camminare a piedi. Ma, spesse volte, nella testa c’è il diavolo che dice: «Chi te lo fa fare, Fausto? Vattene a casa!». Allora vien voglia di seguire il consiglio del diavolo; ma poi il mestiere impone di lavorare. È un lavoro duro, specialmente per me che ho la fortuna e la sfortuna di chiamarmi Coppi. C’è il nome da difendere; ci sono le valanghe di lettere che arrivano dall’Italia e dal mondo, e che mi dicono: «Dai, Fausto; forza Coppi!». Come si può — allora — seguire il consiglio del diavolo? Non si può. Si tira avanti, anche contro la cattiva sorte” raccontava lo stesso Airone in un numero de “L’Unità” del Luglio di quell’anno.

“Ho vinto, è finita, finalmente! Il mio nome è sulla bocca di tutti; è gridato forte. Ho le mani piene di fiori; le faccia, che era bagnata di sudore, me l’hanno asciugata i baci degli amici. A tracolla mi hanno messo una sciarpa di seta gialla, dove in nero è ricamato: “Tour de France 1949”. La porterò a casa, la sciarpa di seta gialla: in dono a mia moglie che — lontano — per venticinque giorni ha sofferto più di me” concludeva, regalando anche a distanza di decenni, la liberazione e l’emozione di un traguardo tanto prestigioso.

È tempo di festeggiare per Fausto Coppi, a rappresentanza di una nazione che ciclisticamente ha dominato la competizione francese, quasi a conquistarne simbolicamente le terre. È quindi festa grande in tutto lo Stivale, con la Federazione Italiana che opta per coinvolgere tutti i suoi iscritti con un premio generalizzato.

Tutte le squalifiche ancora da estinguere in quel momento vengono così abbonate. Tutte, anche quelle emanate all’indomani della conclusione della Coppa Caivano, rendendo vano l’effetto di quello sciopero tentato, di quell’ammutinamento a tratti ottenuto con successo, di quella giornata iniziata a boccheggiare sotto il sole in attesa di partire. Il Tour de France del 1949 non è solo quello del dominio Italiano. Non è soltanto la rivincita di colui che veniva chiamato “il Campionissimo”, che trionfava dopo aver a più riprese pensato seriamente di ritirarsi. È anche quello dell’ Indulto di Coppi, almeno per molti altri.

Per un Fausto Coppi che torna carico di entusiasmo a casa, per donare alla moglie la “sciarpa di seta gialla”, nei dintorni di Figline Valdarno c’è un Amerigo Sarri che probabilmente sorride.

Lui, Bartaliano di fede che ha sempre riconosciuto a Coppi una superiorità tecnica definitiva, che rifiutò in seguito la proposta di Gastone Nencini, che abbandonò professionismo e ciclismo per coerenza per poi tornar in età avanzata ad alzar il titolo nazionale di categoria per i Cicloamatori, malgrado tutto quel giorno probabilmente sorrise.

Sorrise — ne sono sicuro — prima di uscir di casa ed inforcar di nuovo la sua due ruote, tra tortuosi ma talvolta rapidi sali e scendi, allungando il volto per accogliere quel vento refrigerante che dà sollievo, nelle discese verso casa di un caldo e soleggiato pomeriggio stavolta estivo.


La chiaccherata con Amerigo Sarri è stata registrata in una puntata speciale di “Ti racconto una storia: il Volo dell’Aquila”, all’interno della quale è possibile ascoltare la storia riportata dalla voce del protagonista. Il podcast della puntata è ascoltabile qui di seguito:
Alla stessa, è strettamente ispirato anche un altro pezzo del blog Un.dici:

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