La difesa dei nostri dati nello scontro Apple vs FBI

Terrorismo ed internet. Un binomio che avremmo trovato tutti improbabile; d’altronde, la parola terrorista ci evoca l’immagine di una persona imbottita di esplosivo che si fa saltare in aria e, dunque, non ci si chiede spesso quale sia il veicolo di trasmissione delle informazioni fra loro. Noi, con il pallino della privacy e dell’ansia causata dalle privacy policy di siti, programmi ed applicazioni, tutte che elencano i vari modi in cui siamo schedati, registrati. Noi che i nostri dati vengono conservati e venduti alle multinazionali o resi accessibili a chiunque abbia una connessione ad Internet funzionante e Google alla mano.

Eppure non siamo poi così spiati come a volte temiamo: il motivo per cui questa frase diventa affermazione va ricercato nel fatto che, in questi giorni, Apple è al centro di una rovente polemica con l’FBI, la giustizia e la Casa Bianca.

Il 2 dicembre del 2015 all’Inland Regional Center di San Bernardino, in California, una sparatoria in un centro disabili provocò sedici morti e ventiquattro feriti; il tragico evento fu subito classificato come atto terroristico, i due attentatori finirono uccisi durante le operazioni di cattura. I motivi, alcune probabili conversazioni necessarie per far chiarezza sulla vicenda o magari altri elementi utili nella lotta contro il terrorismo, sono nelle mani dell’FBI, più precisamente nell’iPhone 5c dell’attentatore, Syed Rizvan Farook.

Il problema risiede nell’impossibilità di accedervi: dopo dieci tentativi di immissione della password falliti, una funzione dell’iPhone fa sì che si cancellino tutti i dati presenti sullo smartphone. Le autorità si sono quindi rivolte ad Apple, chiedendo ufficialmente di creare una backdoor per accedere al contenuto dell’iPhone e permettere all’FBI di trasferire tutti i dati presenti via Wi-Fi o Bluetooth.

Sembrerebbe un semplice argomento di un semplice articolo su una “semplice” vicenda di cronaca; la questione nasce nel rifiuto netto di Apple. Tim Cook scrive una lettera indirizzata ai clienti, motivando la sua opposizione, John Mc Afee (sì, quello dell’antivirus) promette di bucare il codice di Apple entro tre settimane e Donald Trump dal palco invita tutti a boicottare l’azienda di Cupertino, tutto questo potrebbe farci pensare che è solo la solita vicenda americana e che non affliggerebbe in alcun modo la nostra vita.

Il fulcro della questione sta proprio nelle parole di Cook stesso.

Abbiamo un grande rispetto per i professionisti dell’FBI e crediamo fermamente che abbiano buone intenzioni. A questo punto, noi abbiamo fatto tutto ciò che era sia in nostro potere, sia entro i limiti consentiti dalla legge per aiutarli. Ma adesso il governo americano ha chiesto qualcosa che non abbiamo, e qualcosa che consideriamo troppo pericolosa da creare. Hanno chiesto di costruire una backdoor per l’iPhone.

Una backdoor, la cui traduzione in italiano — porta di servizio — fa intuire perfettamente la sua funzione.

Nello specifico, l’FBI vuole che venga creata una nuova versione del sistema operativo dell’iPhone, che aggiri alcune importanti caratteristiche di sicurezza, e installarla nello smartphone recuperato durante l’investigazione. Nelle mani sbagliate, questo software — che ad oggi non esiste — avrebbe potenzialmente la capacità di sbloccare ogni iPhone posseduto. L’FBI starà usando parole diverse per descrivere questo processo ma, a conti fatti, programmare una versione di iOS che bypassi la sicurezza in questo modo creerebbe senza dubbio una backdoor. E anche se il Governo afferma che il suo utilizzo sarà limitato a questo caso, non è possibile garantirlo.

Perché è importante?

Mettendo da parte le personalissime teorie del complotto che quasi ognuno di noi ha elaborato almeno una volta nella vita, leggendo Tim Cook è facile intuire che Apple stia combattendo una battaglia etica. Mentre la nostra consapevolezza dei servizi utilizzati online si fa sempre più strada (anche se in Italia non sembra), mentre stiamo smettendo di cliccare ACCETTO senza leggere almeno un po’ delle condizioni d’utilizzo delle app e dei siti in cui ci registriamo fornendo spesso dati personali, Apple si schiera dalla parte della privacy, dalla parte dei suoi clienti.

È indubbiamente una mossa vantaggiosa in termini di marketing, poiché si può solo immaginare la discesa vertiginosa dell’azienda se accettasse di modificare il proprio sistema operativo, compromettendone la sicurezza per sempre e dovendolo successivamente re-inventare per non finire dimenticata e bistrattata. Per noi utenti, invece, è una vera e propria lotta sul campo dell’etica tecnologica. Bisogna combattere il terrorismo con ogni arma, sì, ma chi ne pagherebbe il prezzo?

Creare una backdoor dell’iPhone per un singolo dispositivo sarebbe come bombardare un’intera nazione per combattere contro un individuo.

Sì, non si tratterebbe di una novità, il problema è che già lo facciamo. Un futuro con la porta di servizio aperta significherebbe dare il lasciapassare a chiunque nel mondo dei nostri dati ed usarli per ogni scopo, più o meno nobile.

Proprio in questi giorni, in occasione del Safer Internet Day, Gmail di casa Google ha acceso i riflettori sull’importanza della crittografia, penalizzando le e-mail non criptate; sempre in questo periodo, lo stesso motore di ricerca più utilizzato al mondo ha intenzione di “squalificare” i siti che non utilizzino una connessione non sicura (per intenderci, l’http verrà presto segnalato con una X rossa, un po’ come non avere l’X Factor secondo Mara Maionchi).

In questa battaglia per la privacy, per l’etica tecnologica, c’è chi invoca un compromesso, una golden key creata dall’unione di Apple e Google, utilizzabile solo dalle forze dell’ordine, c’è chi invita a boicottare l’azienda di Cupertino (Donald Trump, ovviamente); in ogni caso, tra miriadi di articoli a proposito, questa faccenda dovrebbe interessarci molto non solo perché si sta parlando dello scontro tra il più potente governo al mondo e la più grande azienda tecnologica al mondo (una sorta di Batman vs. Superman nella vita reale), ma perché si sta discutendo del nostro insidacabile diritto alla privacy e correlato a ciò, alla nostra sicurezza.

In un mondo dove ognuno potrebbe teoricamente avere le chiavi per entrare in ogni casa “virtuale”, lo scenario più plausibile sarebbe quello di una rinuncia totale alla tecnologia, una recessione necessaria a salvaguardare i nostri dati, dalla conversazione stupida tra amici alla nostra password per l’online banking, dalla cronologia di navigazione ai dati d’accesso ad ogni nostro account. Non è vero che “è solo uno stupido social network”, non è vero che non c’è niente dentro i nostri registri di chat.

La compromissione dei nostri account — sia di tipo economico, sia sociale — affliggerebbe anche la nostra vita e, di conseguenza, tenderemmo a non usufruire più della tecnologia on-the-go come gli smartphone, che considereremmo dispositivi non sicuri, inaffidabili; almeno, fin quando non verrà inventato un nuovo sistema operativo, e così via. Siamo proprio sicuri, dunque, che sia Apple sia Google (che supporta la scelta fatta dalla rivale) vogliano rinunciare a tutto l’enorme impero costruito e all’evoluzione della tecnologia perché in un solo ed unico iPhone 5c potrebbero esserci indizi per risolvere un caso di cronaca?

La risposta, ovviamente, è no. Anche per noi.

ilpositivismo.com


Originally published at ilpositivismo.com on February 22, 2016.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Anna Sidoti’s story.