Sanremo: italianità, evoluzione e termostato

Sanremo non è mai stata una mia tradizione, nemmeno in famiglia. Mio padre è un malato di serie TV e film scazzottosi, mentre mia madre sfoga la sua indole da serial killer con tutti i programmi sui tradimenti, menzogne, scomparsi e fatti di cronaca violenta. Senza poi contare che la musica, a casa mia, è sempre stata una questione molto seria, una questione di note e cuore e poco televoto. Tuttavia, durante la mia convivenza universitaria con qualche amica appassionata, ho scoperto che fuori dalle mura di casa mia, Sanremo è un’istituzione non di poco conto, e da qualche anno con i social-salotti non capisco se lo si odi o lo si ami. Sanremo è un festival italiano, da e per l’Italia. Non lo specchio della sua realtà musicale, ma l’essenza dei cliché italiani con qualche sottofondo memorabile o meno. Me lo perdo ogni anno? Assolutamente sì. Ma ci sono episodi che trascendono la diretta, ed è quando qualcosa diventa un ricordo collettivo, dunque un simbolo, un elemento culturale nel bagaglio col tricolore che ci portiamo addosso. Fino ad arrivare a quest’anno, il 2017, che mi ha sorpreso con un inaspettato plot twist, tipo me che guardo la finale senza annoiarmi (quasi) mai. Ma andiamo con ordine.

Momo Thug Life

Momo, la Elio e le Storie Tese al femminile ma qualità primo strato di sottomarca, scelse questo pezzo per partecipare al Festival del 2007. Fondanela, dalle sonorità arabeggianti, un concetto new-age alla base del testo accompagnati da un balletto e un video imbarazzanti, fu scartata dalla commissione. Chiambretti, però, la volle assolutamente proporre nel dopofestival condotto da lui stesso medesimo, sia chiaro, non perché la canzone fosse la perla che la giuria non ha apprezzato, ma per trasformarla nel tormentone sottolineandone le ridicolezze, un po’ come facciamo tutti i giorni nell’internet. Momo non è vittima, ma complice e unica vincitrice: alla domanda di Chiambretti “questa canzone, è l’unica che ha mandato a Sanremo?” lei risponde “ne ho mandata una. E ho mandato Fondanela perché le altre so’ belle.

Italianità: trovare qualcosa di ridicolo, sottolinearlo davanti al pubblico e guadagnarne entrambi.

Superpippo Baudo

Questo momento mediatico continua il suo eco dal lontano 1995. I protagonisti sono sempre due da vent’anni: il precariato e l’uomo di successo che scende sulla terra per salvare i più disgraziati. Prima dello storytelling emozionale, del M5S e dei programmi come Undercover Boss che tentano di rivenderci la figura del ricco e potente come magnanimo e unico che possa fare la differenza davanti ad uno Stato muto e sordo, c’era Baudo e il suo salvataggio. Questa scena riprende il simbolismo dei grandi supereroi: i carabinieri, che rappresentano ufficialmente le forze dell’ordine, nonché unici responsabili dell’incolumità del popolo, vengono surclassati dall’uomo con l’unico superpotere che fa cambiare la percezione di tutti. Sto parlando della fama, ovviamente.

Italia Amore Mio

Non si può dimenticare. Perché ci sono così tante cose sbagliate, nella musica melodrammatica da film erotico in quarta serata su TeleDimenticata (plagiata), nel testo, nell’esecuzione e nei cantanti stessi, nel suo secondo posto dopo l’eliminazione alla prima serata ed il ripescaggio, nelle polemiche prima, dopo e durante il Festival. Questo è il brano più controverso nella storia di Sanremo, il meno amato e per assurdo, quello che rappresenta di più il popolo del gomblotto e dei prima gli itagliani. La facile retorica del testo, scritto e cantato da una persona con nessun merito artistico con la sola caratteristica di essere discendente dei Savoia, il ritornello che sfrutta la lirica (che assieme a spaghetti mafia e pizza è simbolo del Paese) e la presenza di Pupo a stemperare l’atmosfera facendoci prepotentemente ricordare, al sol guardarlo, il suo unico brano famoso, lo rendono impregnato dello spirito populistico. Fortunatamente, questa storia ha un lieto fine: nonostante il brano sia arrivato al secondo posto del Festival di Sanremo del 2010, il brano non fu trasmesso dalle radio e EasyJet ci fece uno stupendo pesce d’Aprile che ha ristabilito l’ordine delle cose.

Elisabetta Canalis passione traduttrice

Improvvisarsi qualcosa o qualcuno è da sempre la nostra caratteristica più spiccata, perché dietro c’è la costante “vabbè, che ci vuole a farlo?” che ci permette sia di superare ostacoli insormontabili ed ansie da prestazione varie, sia giustificarci se qualcosa va male o se non facciamo nulla a riguardo. Essendo alla portata di tutti, infatti, sia farlo e non farlo hanno lo stesso valore. Succede quindi che Elisabetta Canalis, professione showgirl, si ritrovò traduttrice di Robert De Niro al Festival di Sanremo 2011. In quel periodo, la Canalis stava con George Clooney, è probabile dunque che abbia travisato il senso di “conoscere la lingua inglese”. La battuta infelice era necessaria, così come la sua presenza durante l’intervista ad aiutare Gianni Morandi a districarsi nella complessa opera di chiedere a De Niro delle proprie origini. Perché a noi gli attori, i cantanti e le persone in generale, ci piacciono di più quando hanno discendenze del nostro Paese. Un po’ come quando si ritrovano compatrioti all’estero ed inspiegabilmente assumono una luce diversa ai nostri occhi.

Insomma, questo è il momento in cui tutti ho scoperto che mi ero iscritta alla facoltà di lingue inutilmente. Ed è uno dei tanti terribili momenti in cui il nostro cringe linguistico ha raggiunto vette elevate in diretta TV.

SuperPippo Reboot (2014)

I reboot sono spesso un fiasco, non perché siano qualitativamente osceni, ma perché distruggono un ricordo per noi posizionato in una parte speciale del nostro cervello, questo perlomeno prima di scoprire che in realtà il ricordo dell’aver visto il Signore degli Anelli al cinema sta proprio accanto a quello del menarca. Nel 2014 Sanremo ci riprova, e rilancia (non letteralmente) la terribile storia drammatica fatta di precariato e supereroi. Il reboot, che ora che ci penso può essere letto come re-buùt (di sotto) (ridete, per favore), è un flop totale. Vuoi per la mancanza dei protagonisti che hanno reso il momento speciale, vuoi per la recitazione poco carismatica di Fabio Fazio, che non godendo della verve di Baudo, si è dovuto accontentare del monologo da eroe, dopo aver letto la lettera dei due lavoratori.

Musica sperimentale vs. L’Italia

Sanremo ha un brutto rapporto con la musica che stravolge le regole della canzone italiana. Sembra quasi che si impegni a rimanere sempre uguale, almeno dal lato prettamente musicale: c’è sempre l’esponente della musica partenopea, il tema delicato (possibilmente più attuale possibile), gli ospiti fissi con il loro stile inseparabile. Solo quest’anno, con la vittoria di Occidentali’s Karma abbiamo visto qualcosa che si discostava un po’ di più dal solito polpettone italiano (Mannoia?).

Nel 2006 Anna Oxa porta un testo di Pasquale Panella, grandissimo poeta italiano, che le disegna un capolavoro di testo addosso; Processo a me stessa è un brano che analizza le prove e l’assolve, che consegna a Sanremo il coraggio di un’artista, di una donna che si spoglia davanti allo specchio e al pubblico. Sono versi crudi e poetici, metafore difficili, con una composizione musicale rude e nello stesso tempo elegante: ora ritmi tribali, ora pienezza d’orchestra. Insieme creano una canzone complessa e, sicuramente, poco italiana. Poco orecchiabile, senza dubbio. Ma assolutamente fuori dalle righe. E chi è fuori dal gregge, molto spesso, non piace.

SanremoN.

Il 2017 ha stravolto le carte in tavola (questa non era voluta) e si è tinto di modernità: una regia svecchiata, Maria De Filippi, regina della concorrenza e di internet al co-timone della trasmissione, youtuber giovanissime in giuria, spot (imbarazzanti) in CGI e un gioco di carte fantasy in tema Sanremo. Stampabile. SanremoN è stato il tentativo per eccellenza per avvicinare i nerd al Festival, roba che abbiamo snobbato con reazioni che andavano dal “AHAHAH no.” al “non posso crederci”, per poi finire ad aggiornare la pagina del sito ufficiale mille volte, controllare il codice sorgente, per vedere se non ci fosse lo zampino di Anonymous. SanremoN, con tanto di carte leggendarie dorate (Pippo Baudo, ovviamente), attacco e difesa, è l’equivalente di quel meme che girava qualche tempo fa, di una madre che consegna alla figlia la torta di Little Tony invece che quella del suo cartone animato preferito, My Little Pony.

Termostato

Ma il Sanremo del 2017 ha segnato una svolta all’italianità: sì, i soliti temi triti e ritriti, e Dio che dona le cose e sia fatta la sua volontà, e Albano con canzoni d’amore riesumate dagli anni 60. E poi c’è “termostato”, che ha piegato il momento più tradizionale della televisione italiana al volere di internet. I TheJackal, protagonisti silenziosi (insomma) di un gesto piccolo, quanto importante: gli ambienti di gala italiani che richiedono formalità e rispetto per la tradizione sono stati contagiati da una ventata di modernità, culminata con l’inserimento della parola “termostato”, dopo le esibizioni di alcuni cantanti o pronunciata dagli stessi conduttori. Un easter egg che solo chi frequenta assiduamente “l’internet-bene” afferra e ride e condivide e commenta. Non solo un bel caso di marketing riuscito e da analizzare, ma un vero e proprio gesto di riconoscimento del web come “padrone”, se così si può dire. Di giovani che cercano di innovare anche le cose più dure a cambiare, come il Festival di Sanremo.

Per questo la vittoria di Gabbani è più che sensata, inserita nel contesto del Festival del 2017: il suo testo, che segue una logica da capo a coda a differenza di Vietato Morire, strizza l’occhio in maniera intelligente alla società contemporanea, con citazioni ed inglesismi su una base dal sound radiofonico.

Che l’evoluzione del Festival di Sanremo, e con esso anche quella dello spirito italiano, sia appena iniziata?

Nel dubbio, lasciamo che la scimmia nuda balli.

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