Il Museo Bodoniano, Complesso Monumentale della Pilotta. Su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo — Complesso Monumentale della Pilotta

Font-mania. Quella rivoluzione di Bodoni che da Parma conquistò l’Europa

Dev’esserci un motivo se un guru della comunicazione come Steve Jobs, nella sua ricerca estetica per la grafica in pixel, prese ad esempio per i suoi Macintosh i caratteri di Giambattista Bodoni.

Il principe dei tipografi, ideatore dell’omonimo carattere con grazie, inscindibilmente connesso con la città di Parma, possedeva la tipografia proprio all’interno del vecchio palazzo ducale della Pilotta, dove attualmente si trova il Museo Bodoniano. Fu qui che lo stampatore di Saluzzo ricevette l’incarico di formare gli allievi nell’arte tipografica, e che le sue eleganti tipografie, realizzate con carta della migliore qualità e stampate con premura, venivano confezionate preparandosi ad incantare membri dell’aristocrazia europea, collezionisti ed eruditi di tutto il mondo.

E d’altronde a un genio come Jobs, convinto che i font non fossero semplicemente simboli, ma veri e propri strumenti di comunicazione utili a raccontare storie e a rendere attraenti le informazioni dal punto di vista visivo, non potevano sfuggire l’eleganza, la perfezione, la magnificenza delle creazioni del rivoluzionario maestro dei caratteri.

La Biblioteca Palatina, annessa al Museo Bodoniano. Su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo — Complesso Monumentale della Pilotta

Ammirare le collezioni Bodoni, nello stesso edificio in cui lo stampatore lavorò, è una visita imperdibile per chi si trova in città nei giorni di Mercanteinfiera. Al terzo piano del complesso della Pilotta, nella Biblioteca Palatina, proprietaria delle collezioni esposte, si trova infatti il Museo Bodoni, visitabile al momento, senza necessità di prenotazione, soltanto il sabato mattina dalle 9 alle 13, mentre tutti gli altri giorni — esclusi domenica e festivi — si entra solo su appuntamento.

Addentrarsi nel più antico museo della stampa in Italia, inaugurato nel 1963 in occasione del 150esimo anniversario della morte del tipografo piemontese che trasformò Parma nella capitale mondiale della stampa, a partire dalla seconda metà del Settecento, significa scoprire circa un migliaio di edizioni bodoniane — alcune delle quali, rarissime, in seta e in pergamena — apprezzare il carteggio dello stampatore — costituito da circa 12mila lettere — e ancora lo straordinario corredo di punzoni — un parallelepipedo in acciaio, sulla cui testa è inciso in rilievo e a rovescio un segno tipografico usato per imprimere le matrici di rame che fungono da stampo per la realizzazione dei caratteri mobili — matrici e attrezzi della stamperia Bodoni — tra lime, pialle, cucchiaini — per un totale di 80mila pezzi.

E sembra quasi di percepirla la cura con la quale l’autore di alcune celebri edizioni — da I lavori di Orazio e Poliziano alla Gerusalemme Liberata e alla famosa Iliade — riponeva nei sei armadi neoclassici le cassette dei punzoni e la serie di matrici, mentre un torchio tipografico assurge a fedele ricostruzione di quello usato dallo stampatore saluzzese.

Delle tre sezioni di cui si compone il Museo, la prima rappresenta una sorta di introduzione alla stampa antecedente la rivoluzione bodoniana, tra la seconda metà del Quattrocento e la metà del Settecento, con interessanti riferimenti alla produzione locale.

Giambattista Bodoni, tramite Wikimedia Commons

Nella seconda sezione, invece, il visitatore viene condotto a scuola di tipografia, ripercorrendo l’intero processo di creazione del libro a stampa, immergendosi letteralmente nello straordinario corredo di strumenti di lavoro dell’officina tipografica bodoniana, tra manoscritti di tipografia, bozze di stampa con correzioni, fino a prendere visione del prodotto finito pronto per la commercializzazione.

E infine ci sono alcune significative opere uscite dai torchi della stamperia Ducale che Bodoni diresse e dall’officina tipografica privata, che testimoniano l’evoluzione dello stile e della fortuna del celebre stampatore presso le corti del tempo.

La biblioteca moderna del Museo Bodoniano integra il ricchissimo patrimonio della Biblioteca Palatina, un’altra tappa imperdibile per chi visita il Museo Bodoni, e quindi il Complesso della Pilotta.

Addentrarsi in questo prezioso scrigno significa, infatti, non soltanto apprezzare pezzi di prestigio come il De prospectiva pingendi — un trattato sulla prospettiva scritto in volgare da Piero della Francesca, parte del Fondo parmense e prossimamente al centro di una mostra dedicata al pittore italiano dall’Ermitage di San Pietroburgo — o la Bibbia Atlantica, il tetravangelo greco dell’XI secolo, il Breviario di Barbara di Brandeburgo o i numerosi libri d’ore francesi e fiamminghi, parte del prestigioso fondo Palatino, il nucleo più prezioso della raccolta dei duchi Borbone-Parma, acquisita nel 1865.

Ci sono anche i codici risalenti all’XI e al XVI secolo, splendidamente miniati, parte della Collezione De Rossi, una delle più prestigiose raccolte al mondo di manoscritti e stampati ebraici provenienti dalla Biblioteca dell’abate Giovanni Bernardo De Rossi, e ci sono ancora gli ambienti monumentali di grande bellezza e suggestione.

Palazzo della Pilotta, Parma

Dalla Galleria Petitot — un imponente spazio sul lato sud del Palazzo della Pilotta che costituiva il primo ambiente della Biblioteca Parmense, inaugurata da Ferdinando di Borbone nel maggio del 1769 — a quella dell’Incoronata — che prende il nome dall’affresco con l’Incoronazione della Vergine del Correggio, di cui resta solo la sinopia poiché la pellicola pittorica fu staccata nel 1937 ed esposta in Galleria Nazionale — dall’intima Sala Dante al Salone Maria Luigia — con la maestosa erma in marmo bianco della duchessa, realizzata da Antonio Canova, con le stesse sembianze della grande statua della Concordia collocata in Galleria Nazionale — il percorso tra il Museo Bodoni e la Biblioteca Palatina è un’esperienza sorprendente, a 360 gradi.

Così il viaggio nell’universo di Bodoni, forte di quella equilibrata semplicità erede dei modelli dell’essenzialità classica, diventa un percorso “totale”, specie se esteso agli altri ambienti del Complesso parmense.

“Non temerò di essere tacciato di soverchio amor proprio se oso asserire che la serie delle edizioni da me eseguite negli anni scorsi è stata come una scossa elettrica che ha fatto andare in disuso le vecchie consuetudini tipografiche, e che ha introdotto una nuova armonia nella semplice e maestosa formazione de’ frontespizi. E perciò mi chiamo ben pago di tante fatiche e ben impiegati i miei studi, avendo richiamato il buon gusto che ne era bandito e sconosciuto presso tutti gli impressori d’Europa”.

Scriveva così lo stesso Bodoni, conscio di quella rivoluzione che proprio a Parma avrebbe trovato la sua fertile humus, travolgendo, nel tempo, le più prestigiose corti d’Europa fino a stuzzicare il genio di Steve Jobs, che inserì la rivoluzionaria invenzione fiorita nel cuore della città emiliana, tra i caratteri del Mac.

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