Due chiacchiere con Paolo Di Orazio

Riflessioni e confessioni del maestro dello splatterpunk italiano, tra riviste porno, interrogazioni parlamentari e casi editoriali.

© Paolo Di Orazio

Oggi abbiamo incontrato Paolo Di Orazio, scrittore, fumettista, musicista e precursore di generi letterari nel nostro paese. Ci ha raccontato la sua vita, tra successi e scandali, dipingendo uno spaccato formidabile del panorama editoriale italiano, dagli anni ’80 ad oggi.


Ciao Paolo, e benvenuto su Scrittori Indipendenti. Raccontaci qualcosa di te, chi è Paolo Di Orazio?

Grazie a voi per la disponibilità. Sono venuto alla luce editoriale con la mia antologia di racconti Primi delitti, definita come la prima opera splatterpunk o pulp cannibale d’Italia («Dylan Dog –Almanacco della paura», 1998 SBE). Questo non tanto perché mi interessino i primati, ma per rispondere in piena onestà alla domanda. Io non so se sono uno scrittore, uno sceneggiatore di fumetti, un disegnatore o, talvolta, un musicista. Quel libro, pubblicato nel 1989 dalla Acme, casa editrice di fumetti che mi assegnò il coordinamento di Splatter e che mi rese in tal modo nume tutelare dell’immaginario post-horror, non era pensato a tavolino per adescare lettori e/o provocare uno scandalo parlamentare (1990). Quel libro nasce come un insieme di appunti per fumetti che avevo in mente di disegnare (prima ancora che io sapessi che sarei stato chiamato a bordo della Acme) ed è stato tenuto (voluto dall’editore Francesco Coniglio) così per uscire in forma libro, ma alla fine è un pulp di scene e dialoghi che ho messo su carta così come sono stati distribuiti in edicola: i racconti sono solo quel che ero io allora e una parte di quel che sono oggi. Mi ritengo cioè un performer dell’immaginario, un cirque de l’horreur. Il mio impulso naturale è quello di generare sequenze di immagini e scene, loop, orbite, come se fossi nella sala montaggio di una storia a fumetti — senza disegnare o filmare. Io amo l’horror in tutte le sue forme da che ho coscienza e, a quasi 30 anni da quel fortunato debutto, percorrerò ancora questa strada non per inseguire il successo o per essere, alla lunga, la risposta italiana di qualcuno, ma perché è il mio modo di essere me stesso. Nel bene e nel male di quanto ho fatto e farò.

Hai iniziato a lavorare nell’editoria negli anni 0ttanta, quali erano allora le tue aspettative?

Inizio nel 1986, precisamente, quindi a 20 anni, come scrittore e redattore di riviste porno per adulti. Per un paio di anni scrivo 11 testate mensili per adulti da edicola, entrando nel vivo del lavoro di redazione, guidato da una serie di colleghi più navigati a diventare una macchina da guerra, dove era richiesta qualità alta e produzione scrittoria massiva a ciclo continuo. Non rinnego nulla, la scrittura porno è un territorio fantastico e, a modo suo, estremo. La gamma del porno era variegata: soft, hard, demenziale, seria, seriosa, brillante. Non riesco a quantificare il numero delle pagine dattiloscritte sfornate dalla mia Olivetti Lettera 32 in quei due anni, non meno di 4.000, ma credo di aver imparato ad aprire a comando la gabbia della mente preoccupandomi di essere divertente e perfetto (se non volevi ribattere tutto due volte e produrre tanto al giorno, dovevi essere preciso e sequenziale buona la prima: non come ora che cancelli, riscrivi, ti penti, salvi bozze, sposti blocchi — ma quanto è meglio!). Sapevo comunque che, prima o poi, sarei riuscito a infilare le mie forze nell’horror. Non ho dovuto aspettare molto.

Tra gli anni ottanta e novanta hai dato un grande contributo alla popolarità della rivista Splatter, vera e propria icona di una certa cultura underground. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza, e cosa ti ha insegnato? All’epoca eri un giovane autore, e immagino che finire oggetto di una interrogazione parlamentare non ti abbia lasciato del tutto indifferente.

Questo breve biennio di fuoco in Acme è stato importantissimo, per me. L’esperienza più totale, bella, divertente, esplosiva che potessi vivere, ancora novello di editoria, dopo averlo desiderato sin dai primi fumetti che leggevo nei primi Settanta. Anche in questa situazione, ero redattore fisso: dalle 10 alle 19 della sera (come il precedente biennio nel porno), circondato da un mega gruppo di collaboratori di altissimo livello — 100, sommando gli esterni ai nostri interni (circa una ventina della redazione romana). Nomi come Peppe Ferrandino, Michelangelo La Neve, Bruno Brindisi, Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi, Sicomoro, Alessandro Di Virgilio, Caracuzzo, Roberto Dal Pra’, Micheluzzi, Alessandrini, Trigo, Nicola Mari, per arrivare ad Abuli & Bernet — solo per dirne alcuni. La guida editoriale di Francesco Coniglio e Silver mi ha portato a vivere al centro di questa onda creativa pazzesca, a cui si sommava — come momento formativo — il preziosissimo (e ravvivato attraverso i social) rapporto con i lettori tramite le riviste che mi erano affidate. Mi piace ricordare e rivelare che proprio i lettori erano (e sempre sono) la guida, il tirante sommo della mia personalità. Ho capito istintivamente che prima bisognava ascoltare le vibrazioni del pubblico e poi pian piano aprirmi, al di là della fase puramente fiction. Non faccio fatica a riconoscere il contributo di quel che sono ora anche al dialogo che ho instaurato coi lettori, allora come oggi, soprattutto nel sentirmi parte di un qualcosa e mai ponendomi come una star al di sopra. A me non piace esibire la ruota, però aver segnato il costume d’Italia, messo assieme una marea di lettori sotto lo stesso tetto dell’horror freak show e per di più penetrato con un razzo missile il regno dei politici per dar loro fastidio, certo, mi rende orgoglioso. Ma senza farlo pesare a nessuno. All’epoca, e sto parlando ancora dell’uscita di Primi delitti, le lettere entusiastiche dei lettori riferite al libro, e dell’interrogazione promulgata trasversalmente da tutti i politici all’allora premier Andreotti (motivata dalla evidente istigazione a delinquere dei miei scritti), ho vissuto questo debutto con sensazioni contrastanti: mi sono sentito colto alla sprovvista e enormemente felice. Non mi sono buttato a testa bassa a cavalcare l’onda mediatica, ma semplicemente ho continuato lavorare ancora più sodo: adesso dovevo sfornare la mia prima, vera opera narrativa di horror puro. Primi delitti vendette 12.000 copie in edicola. Ricordo ancora il momento in cui Silver mi disse, faccia a faccia: «Devi scrivere un altro libro!».

La tua narrativa è largamente apprezzata (anche dal sottoscritto), e sui Social sei seguito da molti fan. C’è un motivo per cui non abbiamo mai visto il tuo nome legato a quello di uno dei BIG dell’editoria? Mi risulta difficile credere che le grosse case editrici non ti abbiano mai avvicinato.

Di fronte ai complimenti mi intimidisco sempre, ma ne sono felicissimo. Domanda complessa, risposta semplicissima: secondo le case editrici major, perlomeno i marchi che negli anni ho battuto con la mia valigia di cartone, l’horror non tira. Quentin Tarantino reputa Dario Argento e Mario Bava maestri universali imprescindibili. La cultura horror vive in due mondi: in quello reale, e, a parte, in uno astratto che si chiama Italia. Una volta esistevano sceneggiati su Rai 1, appuntamenti televisivi horror e thriller, e l’ultimo fu Zio Tibia Picture Show, proprio negli anni di Splatter.
Dopodiché, l’Italia è uscita dall’orbita. Quando ho sfondato la barriera, ed ero su tutti i giornali per via dello scandalo parlamentare, naturalmente mi sono vestito carino, pettinato e ho preso il treno per andare a bussare alle major. Senza specificare le fonti, questo è quanto ho raccolto: «Il suo successo non ci interessa», «Noi non pubblichiamo racconti!» (urlato), «Lei è troppo estremo», «Noi cerchiamo solo firme televisive», «Dovresti prima scoparti una signora del giro giusto, ma ti avviso: sono tutte vecchie» (ancora non andavano di moda milf e cougar). Per fortuna, l’ho sempre presa a ridere e ho proseguito per la mia strada senza lasciarmi abbattere. Primi delitti, comunque, è stato ristampato per Castelvecchi nel 1997; e nel 2003 Gianfranco Nerozzi mi ha coinvolto nella ormai leggendaria In fondo al nero, maxi antologia Urania con Sclavi, Lucarelli, Santacroce, Bernardi.

Quali sono gli autori a cui si ispira Paolo Di Orazio?

Quando mi sono accorto di involontarie somiglianze con quanto leggevo, all’epoca di Madre Mostro — la mia seconda raccolta di racconti (Acme, 1991), ho smesso di cibarmi di horror (HPL, Poe, Barker, King, Bierce, Maupassant, i miei must), anche se mi ispiro praticamente a tutto e tutti. Woody Allen, Verga, Pirandello, Oliver Sachs, Maxence Fermine. Dalla commedia, quindi, alla letteratura di confine. Naturalmente, la mia scrittura, chissà, risente anche di quanto ho letto a fumetti dal 1970 ad oggi, da Satanik a Mafalda passando per Edika, Moebius, Walt Disney e Torpedo. Il mio autore culto, comunque, per quanto riguarda l’horror — anche pittoricamente parlando, è Clive Barker per la narrativa, nonostante non abbia letto le sue derive fantasy. Stan Lee per i fumetti (lo so che lui scriveva solo i testi nei balloon, ma fa lo stesso), Thomas Ott, Miguel Angel Martin e poche cose degli anni Novanta-Duemila che non mi hanno suscitato particolari amori. Il fumetto verboso mi ammazza, limite mio.
Altre letture che mi appassionano sono le biografie rock, quelle criminali (Brian Masters è il mio preferito, ma anche Vittorino Andreoli non mi dispiace) e i saggi di medicina, psicologia. Su tutti, Oliver Sachs.

Le statistiche ci dicono che la letteratura horror in Italia è in sofferenza, con cali di interesse e di vendite (escludendo i soliti nomi grossi). Se sei d’accordo con questa premessa, da cosa dipende questo trend negativo? La causa è da ricercare nel lavoro delle case editrici, in quello degli autori o nelle abitudini dei lettori?

L’unico nome grosso a cui possiamo fare riferimento, in ambito horror, ovviamente, è Stephen King. Ma lui vive editorialmente, in Italia, in un canale ormai istituzionalizzato da 40 anni. Per quanto riguarda tutte le altre opere (straniere o italiane), sinceramente non credo di poter dare una risposta in dati vendita. Non credo alle statistiche e né le prendo in considerazione perché temo sia comunque un modo per reprimere e scoraggiare autori e lettori (in nome di non so cosa, e non è il buonismo dilagante, né il fatto che l’horror possa essere oggi considerato di sinistra, destra o anarchico). Io credo invece che l’interesse sia sempre altissimo, per l’horror, e ho imparato che molti lettori scettici hanno scoperto una passione attraverso sia Splatter, sia i miei libri, che attraverso le opere di altri autori italiani. Quello che manca, oggi, è un megafono comunicativo (la radio, la tivù) per arrivare a un pubblico ancora più ampio, perché non tutti stanno su Facebook a spulciare il caos comunicativo degli autori che, come me, promuovono le opere. L’horror è una forma d’intrattenimento che piace a moltissimi. E, soprattutto, ci sono altrettanti autori davvero in gamba. L’unica è insistere. Per quel che mi riguarda, sono andato avanti 30 anni, continuerò fino a che non avrò più un solo lettore dalla mia parte.

Parlaci della tua ultima fatica, Il morso dello sciacallo, come è nata l’idea di questo romanzo?

Nasce quattro anni fa, con l’intento di costruire una metafora sociopolitica. L’idea narrativa di un attacco subdolo e brutale alla popolazione romana — che mette in dubbio il totale assetto della nostra realtà. Dopo aver scritto la scocca portante della trama e delineato i primi personaggi con un paio di capitoli, accantono la stesura per dare precedenza a Debbi la strana (uscito per Cut Up Publishing nel 2014, per la collana Incubazioni ideata da Stefano Fantelli), a Splatter e alla Horror Writers Association per lavorare con l’autore Alessandro Manzetti a qualche progetto editoriale in lingua inglese.
Dopo aver incontrato nel 2015 Mauro Corradini, editore della Vincent Books, vengo invitato a proporre un romanzo, ed ecco quindi lo stimolo definitivo. Ho cercato un approccio splatterpunk alla vecchia maniera, calando nel quotidiano della mia città una storia a tinte apocalittiche. Si tratta di una mia classica scatola cinese a più antagonisti e a sequenze alterne con un dedalo di eventi tramite cui riesco a dipingere un ricco menù di acrobazie sanguinarie e un filo di detection. Credo sia il mio lavoro più simile a «Splatter», grazie all’ironia di fondo fornita dal quarto incarico investigativo affidato al mio personaggio preferito Alfredo Red Vanacura (da un romanzo all’altro, ormai alla quarta investitura), specialista dell’occulto. Accanto a lui, la figura ironica e fortemente grottesca di Murnau, impresario criminale nello showbiz discografico e quella melodrammatica del suo protetto artistico Afareen Torn. Insomma, un romanzo in cui mi sono divertito molto a recuperare un horror dissacrante che magari a qualcuno ricorderà il piglio anarchico di Evil Dead di Raimi. Il libro esce a Dicembre, edito dalla Vincent Books e distribuito da Messaggerie nelle librerie di varia.

Sappiamo che sei un membro attivo della Horror Writing Association, ci vuoi dire di cosa si tratta?

La HWA è una associazione no-profit angloamericana che unisce le firme horror del mondo dal 1987. Da Stephen King a Peter Straub, Ramsey Campbell, al fu Richard Laymon e duemila altri. Tra i molteplici scopi della HWA, assegnare annualmente lo Stoker Award alla migliore opera di narrativa, fumetto, sceneggiatura cinematografica. Ai vertici dell’associazione, costituito da poeti, poetesse e editor in cima all’editoria americana spetta il compito di assegnare l’Oscar del titolo in concorso. I membri iscritti come me, che ancora non hanno una territorialità editoriale consistente in titoli e pubblico, possono comunque partecipare alla ardua kermesse, con la possibilità di leggere opere edite e inedite e far leggere agli altri autori in gara la propria. Ma la funzione della HWA copre anche ruoli di tutela del diritto d’autore, assistenza legale, rappresentanza. È una via ottima per entrare nel cuore dell’editoria del fantastico che traina il mondo. Non per modo di dire.

Proprio in relazione alla HWA, quanto è importante secondo te “fare gruppo” tra gli autori, soprattutto per quelli che scrivono storie “di genere”?

Aver presenziato allo StokerCon a Las Vegas lo scorso aprile mi ha confermato quel che Manzetti (che ha vinto lo Stoker Award con la sua raccolta Eden Underground, ora pubblicata da Cut Up) mi raccontava da tempo: la forza del gruppo.
Negli Stati Uniti non interessa a nessuno chi sei. Devi solo proporre idee nuove. Gli autori affermati ti aiutano con interesse (nella fase della votazione, puoi confrontarti con loro personalmente per mail — rispondono!, e parliamo di nomi di livello altissimo). Chiaro, parliamo di un territorio editoriale anglofono che copre un terzo del pianeta, ma fare gruppo in Italia (ora esiste la HWA Italy) è assolutamente necessario perché i risultati che ognuno porta, se uniti a quelli dei colleghi creano un movimento. Non voglio fare un discorso hippy, ma è inevitabile che il numero faccia massa, e prima e poi qualcuno lo noterà e deciderà che l’horror non è più un sottobosco per pochi coraggiosi. Per approfondire in maniera meno noiosa della mia descrizione stringata, consiglio la lettura del prezioso saggio di Alessandro Manzetti Monster Masters ancora una volta Cut Up Publishing, che vi permette di entrare a fondo nella HWA (e leggere quattro racconti mai apparsi su suolo italico), ma anche a fare un giro nel sito horroritaly.org, dominio della Horror Writers Association Italy Chapter, prima succursale europea della Mother storica.

Se potessi tornare indietro nel tempo, a quando hai cominciato a muoverti nel mondo dell’editoria, quali consigli daresti oggi al giovane Paolo Di Orazio?

All’epoca ho affrontato il mio successo come una cosa normale. Non che mi fosse indifferente, tutt’altro, ero convinto che fosse giusto così (superomismo). Mi piacerebbe andare lì, a darmi un calcio nel culo per svegliarmi dall’incanto, e dirmi: «Ehi, sveglia, cazzo! È tutto vero!» per rompere i coglioni a tutti e andare a un Maurizio Costanzo Show al momento dello scandalo parlamentare e cavalcare l’onda. Sarei entrato nella realtà televisiva. Un compromesso rischioso, che forse mi avrebbe disintegrato. O forse fornito un destino diverso.

Su Scrittori Indipendenti abbiamo a cuore il tema del self-publishing, qual è il tuo punto di vista sull’argomento?

Il self-publishing chiaramente offre un’alternativa possibile e veloce per iniziare a costruirsi la propria arteria di visibilità (un parco lettori) e arrivare poi a realtà editoriali affermate già con un’attività divulgativa nel portfolio. Quello che auspico, però, è sempre un lavoro a monte sui testi pesantemente autocritico, al fine di arrivare ben preparati ai lettori curando la forma e i contenuti. Utilissimo procurarsi due o tre amici di fiducia (magari uno scrittore professionista tra questi) che leggano contemporaneamente gli elaborati e mettano in discussione il testo fino a eliminare tutte le impurità, prima di gettarsi nel magma della Rete. Il self-publishing però deve essere una sorta di gavetta breve, nel mentre che si studiano gli aspetti generici del diritto d’autore. Poi però è bene interfacciarsi con sempre più scrittori e case editrici vere — mai quelle a pagamento, non c’è fretta di pubblicare. Partecipare ad antologie, presenziare alle presentazioni di altri autori, leggere gli altri autori, fare rete — mai competizione (la comparazione tra un autore e l’altro spetta ai lettori). Alla fine, serve più stare in giro e in contatto con gli altri (non solo sui social) che non al computer convinti di star scrivendo il capolavoro del secolo.

Per concludere, prova a convincerci (se ce ne fosse bisogno) che la letteratura horror non è narrativa di serie B, e spiegaci cosa rappresenta l’horror per Paolo Di Orazio.

L’horror, o letteratura del fantastico, è l’immancabile sale della cultura che vogliamo chiamare umanista. Dracula di Bram Stoker, è la versione crepuscolare de I promessi sposi. La narrativa di genere scava nella parte spirituale dove ogni uomo conserva i più antichi enigmi escatologici sulla vita e la morte. L’horror è l’evoluzione della fiaba, del racconto attorno al focolare per sentirsi vivi e simili, è la metafora di paure e pericoli che esistono dalla notte dei tempi. È quasi un trattato ontologico a cui diamo ogni volta una trama, un cast e poche luci per fare il necessario buio.
Chi lo respinge, secondo me, ha qualche problema con la vita o con il proprio corpo o la coscienza.


© Paolo di Orazio

Cuore tutelare delle riviste a fumetti cult «Splatter», «Mostri», «Nosferatu», «Shinigami», Paolo Di Orazio pubblica dal 1987 storie, sceneggiature, fumetti e illustrazioni, racconti e romanzi horror per Acme, Granata Press, Castelvecchi, Urania, Radio Rai, «Cattivik», «Heavy Metal», «Blue», Cut Up Publishing, Nicola Pesce Editore, Rizzoli Lizard, Clair De Lune, Aurea.
Il suo libro di esordio Primi delitti, supplemento a «Splatter» nel 1989, è apripista della narrativa splatterpunk italiana nonché scandalo parlamentare per istigazione a delinquere. In lingua inglese pubblica con Independent Legions III e Kipple. Autore della storica Horror Writers Association, è nel Best World Horror of the Year (ellendatlow.com, 2014) e nella Year’s Best Hardcore Horror della statunitense Comet Press (2017).

Se volete contattare Paolo Di Orazio, lo trovate su Facebook.


Vincent Books 2016

Il Morso dello Sciacallo,
Paolo Di Orazio
Vincent Books, 2016

Disponibile su Amazon, su Ibs, su Mondadori Store e in tutte le librerie dal 7 dicembre.

L’ex maresciallo Alfredo Vanacura e l’anatomopatologa Oriet Biancosarti, esploratori del paranormale, vengono assegnati dalla Procura di Roma al caso Inferno, sanguinosa catena di omicidi a metà tra il sacrificio tribale e il sadismo, a opera di un imprevedibile serial killer. Ben presto, i due dovranno ammettere di essere sulle tracce non di un semplice assassino, bensì nel cuore di un disegno apocalittico che ha disseminato ordigni ovunque, da Roma al resto del mondo, tramite il web.
Quando le piste li conducono a una giovanissima popstar della musica e del mondo televisivo, è forse troppo tardi per affrontare il volto e il potere del loro vero nemico.
Reinterpretando gli incubi resi celebri da Cronenberg, Il morso dello sciacallo vi condurrà in un terrore profondo, tra morti viventi e segnali di un’imminente apocalisse, dove il Male dilaga negli schermi delle vostre case.
Le inquietanti atmosfere di Videodrome rivivono in questo nuovo romanzo di Paolo di Orazio, che firma una metafora sulla globalizzazione massmediatica e sulla pornografia della violenza e dei sentimenti.

In libreria dal 7 dicembre per Vincent Books un nuovo capolavoro della narrativa “nera”, per gli amanti dell’horror made in Italy e della paura alla Deodato.


Il momento dei “SE”

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