Self-publisher vs Piccola e Media Editoria

Scrivere col solo scopo di vendere è come fare sesso solo per riempire un profilattico!

Qualche giorno fa a Roma si è tenuto l’annuale appuntamento con la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria.
Lo scorso fine settimana sono andato a vedere cosa proponeva quest’anno la kermesse degli stand (circa 400) delle piccole realtà editoriali del nostro paese. Non ci crederete — reggetevi forte! — ma tutti offrivano più o meno la stessa cosa: libri.

Libri a perdita d’occhio. Libri di ogni tipo. Libri di ogni formato. Libri di ogni genere. Libri come se non ci fosse un domani.
Il Palazzo dei Congressi era una stesa infinita di pagine tenute insieme da colla, punti metallici e fili di cotone. Da far girare la testa, credetemi! Ovviamente se amate i libri. Altrimenti vi avrebbe lasciati indifferenti.

Mentre passeggiavo estasiato tra gli stand, con frequenti vertigini a minare la risolutezza del mio incedere tra la folla, ho avuto una illuminazione. Più che altro ho fatto una constatazione, dai!

Frequento, sui social, diversi gruppi di scrittori alle prime armi; luoghi un po’ tristi, a volte, dove il massimo dell’interazione col prossimo si esaurisce con la proposta di acquisto dell’ultimo romanzo pubblicato.
Quando si riesce a scambiare due parole con qualcuno, si finisce poi sempre a disquisire sul gravoso problema delle scarse vendite.

Perché i lettori non comprano? Perché la pubblicità non funziona? Perché il GiveAway è andato a puttane? Perché nessuno lascia recensioni? Perché in questo paese nessuno legge più?

Sabato scorso, tra quegli stand tracimanti volumi, ho intercettato negli occhi degli operatori che erano lì più o meno lo stesso grado di frustrazione del self-publisher medio.

Perché non comprate ‘sti libri? Dove sono i lettori?

Ecco, l’altro fine settimana avrei voluto trovarmi davanti tutta la platea rumorosa dei self-publisher italiani per poterli prendere a schiaffi. Avrei voluto mostrare loro che anche e sopratutto gli editori indipendenti vendono poco, nonostante le risorse che profondono nello scodellare bei libri ogni anno.
E i loro, spesso, lo ribadisco per chi non avesse afferrato il concetto, sono bei libri! Certo, di belli se ne trovano anche nel self-publishing, ma ciò non toglie che non è ammissibile scrivere solo pensando alle vendite o, peggio, avere come motore di spinta unicamente quell’obiettivo.
Se il nostro fine ultimo è diventare scrittori, e non giocare a esserlo, allora non possiamo misurare il successo esclusivamente attraverso i report di vendita e il numero di recensioni positive che cresce, perché amici e parenti ci danno una mano.
La scrittura, quella professionale, esige sacrificio e impegno prima di restituire un riscontro. A volte ci mette un po’, magari troppo, però alla fine qualcosa arriva sempre. Ma dobbiamo essere pronti a metterci in gioco e, soprattutto, disposti a mettere in discussione, ogni riga che scriviamo. Dobbiamo ficcarci in bocca le nostre certezze, masticarle, sputarle lontano e poi guardarle affogare nella saliva.

Lo dico senza girarci troppo intorno: se hai venduto mille copie, perché hai rotto le palle a tutti quelli che conosci, hai leccato il culo ad ogni follower sui social, hai elemosinato una recensione a chiunque abbia un seguito, hai messo mano al portafogli per garantirti visibilità nelle vetrine online, con ogni probabilità non sei e non sarai mai un vero scrittore. Sei solo uno che rompe le palle, che ha un problema con la propria lingua, che sa elemosinare e che ha un bel conto in banca.
Lo scrittore vero scrive, e si preoccupa di farlo bene. E quando gli riesce non è costretto a cercare i lettori, perché sono loro a trovare lui.

Tutti quegli editori al Palazzo dei Congressi lo sapevano bene. E infatti, sulla base dello stesso principio, hanno continuato, negli anni, a fare bei libri, nonostante le vendite, nonostante un mercato ingiusto, incomprensibile e, spesso, più inaccessibile delle cosce di una monaca di clausura.

Ecco, dopo avervi preso a schiaffi, amici self-publisher, vorrei spronarvi a seguire l’atteggiamento caparbio e dignitoso degli editori: scrivete, dannazione, scrivete!
Non vi serve altro, non abbassatevi a fare altro. La scrittura richiede dignità. Anzi la esige, per certi versi.
È vero, non state vendendo. Ma non vende nessuno, neanche quelli meglio organizzati ed equipaggiati di voi. Quindi mettetevi l’anima in pace e pensate a scrivere. Dormite sonni tranquilli.

Un giorno una persona si avvicinerà mentre passeggiate per le vie della vostra città. Vi noterà tra centinaia di teste tutte uguali. Vi chiederà se voi siete voi. Vi mostrerà il vostro romanzo, magari uno che avete anche dimenticato di aver scritto. E vi sorriderà. E vi ringrazierà, con gli occhi e con le parole. E inizierete a parlare. E vi sembrerà di essere vecchi amici.
Ecco, quel giorno capirete cosa significa essere uno scrittore.
Credetemi, non è questione di vendite e stelline, ma di fiducia. Scrittori e lettori si sostengono a vicenda, sono uniti da un cordone di fiducia e lealtà che nessun numero potrà mai spezzare o condizionare.
Tutto il resto è statistica e marketing. Rumore di fondo che alla lunga si perde nel calore di una vita spesa a scrivere e a creare rapporti basati sul rispetto e la stima.
Per quanto mi riguarda, non chiedo altro alla mia scrittura. E altro non le imporrò.
E voi da che parte state, voi? Voi!


Il momento dei “SE”

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