Emilio Isgrò, Studio per Var ve Yok, 2010

Cosa farsene delle regole di scrittura

Perché le regole di scrittura piacciono?

Molte delle persone che scrivono credono di avere in pugno la capacità di raccontare storie. Lo credono semplicemente in virtù del loro scrivere.

La maggioranza prende un foglio e una penna, butta giù d’un fiato tutta la vicenda, si compiace del risultato, accende il computer per “ricopiare”, non rilegge, e invia a chiunque: case editrici, agenti letterari, amici di facebook.
 Per questo (ma non solo per questo) gli aspiranti scrittori vengono trattati nell’ambiente editoriale con malcelato disprezzo, atteggiamento che a essere onesti non cambia neanche verso quegli aspiranti che si pongono delle sane domande o di quelli che, addirittura, cercano delle risposte.

Aprire la porta del proprio lavoro per offrirlo al pubblico fa un gran bene al mondo dell’editoria, di solito esclusivista, misterioso e superbo. È quindi bello che, per approfittare del desiderio di risposte, l’industria editoriale abbia plasmato una riconosciuta categoria da scaffale: quella dei libri che racchiudono consigli di scrittura, così come un tempo si faceva con gli aforismi.

Agli aspiranti scrittori questi prodotti piacciono non solo perché desiderano apprendere le tecniche narrative, ma anche perché vogliono riconoscersi nel proprio autore di riferimento, percepire una vicinanza di sensibilità (lo sapevo che era così!), e vivere la sensazione a distanza di essere d’accordo con il maestro.
 Del resto, ognuno di noi gongola segretamente se, durante una conferenza, un illustre professore (o un attore, un politico, uno scienziato, un profeta) dichiara una verità che abbiamo sempre sostenuto. Sentirsi dire di avere ragione è infinitamente meglio del banale avere ragione.

Allora parliamone, delle regole

Chi recepisce le “regole” non dovrebbe però mai esonerarsi dall’esercizio di testare sulla propria opera quello che crede di aver capito.
 Blaterare del Viaggio dell’eroe per poi perseguire con fierezza “il proprio istinto” non è utile. Non è utile nemmeno il contrario: tenere a destra il quaderno e a sinistra il manuale di scrittura, finendo rinchiusi nella trappola del: E questo lo posso fare?

Al di là e al di qua della regola ci sono le fazioni. Quelli che dicono che se uno ha talento può fare tutto, quelli che dicono sia necessario imparare la tecnica anche per scrivere la lista della spesa, quelli che bisogna conoscere le regole per poterle infrangere. E dunque?

Quando si scrive si può fare tutto? No.
 Solo quello previsto dai dettami? Neanche.
 Bisogna conoscere le regole per poterle infrangere? Per carità.
 È meglio ricominciare a credere nel talento divino? Dio ce ne scampi.

In narrativa il mondo del possibile comincia laddove ci si invischia in quello delle soluzioni. L’uno non esiste senza l’altro: nel momento stesso in cui t’interessa la regola, deve interessarti anche la maniera per metterla in atto. Come diceva Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere”: bisogna provare, provare, provare.
 Studiare cosa è giusto non basta: bisogna allenare l’occhio e l’orecchio alla propria scrittura, capire cosa funziona e cosa no, e non avere timore (o forse è pigrizia? O forse è vanità?) di ricominciare.

Regole giuste, soluzioni sbagliate

  • show, don’t tell

“Non me ne parlare: fammelo vedere” è una frase che, in un linguaggio assai casalingo, mi capita spesso di pensare mentre leggo un manoscritto e discuto idealmente con l’autore che l’ha inviato. Ma non faccio in tempo a comunicargli la mia impressione al telefono perché è lui che, subito dopo i convenevoli, esordisce con: “Cosa ne pensa? È abbastanza show, don’t tell?”.

Mostrare, non raccontare — nonostante il massiccio tentativo di svalutarla tirandola in ballo a sproposito o spingendola all’estremo — è una regola che non tramonterà mai. Lo sapeva Anton Čechov (Non dirmi che la luna splende, mostrami il riflesso della sua luce sul vetro infranto) e lo sapeva Henry James (Drammatizzare, drammatizzare!) e quindi ci si può fidare.
 Una volta data per scontata, adesso il punto non è più dover mostrare, ma: cosa si deve mostrare?

La narrazione non è cronaca. Show non sta per “metti in scena i gesti e i dialoghi dei personaggi e fatti da parte” ma per “metti in scena la tua verità attraverso i gesti e i dialoghi dei personaggi”. Un autore che piazzi il proprio protagonista sul palco come sotto la lente di un microscopio, prestando mille attenzioni ai suoi gesti, alle micro-azioni, ai tic di linguaggio, ma che abbia paura di schierarlo in un’identità narrativa che rappresenti il reale, è un autore che non mette in gioco quello in cui crede. Che non si è chiesto qual è la sua verità.
 Quello che fa è creare in un colpo solo un ipo-personaggio vuoto e un iper-personaggio gonfio di sé. Non scriverà niente di interessante.

  • Dio è nei dettagli

Probabilmente il primo a dirlo è stato Flaubert (ma non c’è certezza filologica). Dio è nei dettagli significa che per metter in atto il mostrare, bisogna rendere viva la scena attraverso elementi peculiari (il raffreddore del personaggio, la buca dell’asfalto lungo la strada che percorre per andare al lavoro, il rumore dei macchinari della fabbrica).
 Ai dettagli s’intitolano intere lezioni di laboratori di scrittura ed è sacrosanto. Ma, anche qui: il problema non sono i dettagli, né quanti, forse nemmeno quali. Il problema è: perché.

Ecco un esempio trovato in un sito di servizi editoriali: la persona che li offre propone ai suoi potenziali clienti di leggere questa frase:

Carla si recava al lavoro a piedi, come tutte le mattine, e intanto beveva il suo caffè.”

poi consiglia: “E se inserissimo qualche accorgimento in più per arricchire la trama?”.

Ed ecco cosa ne tira fuori:

Come tutte le mattine Carla si apprestava a raggiungere l’ufficio percorrendo il breve tratto di strada a piedi, con il solito caffè macchiato nel bicchiere di carta marrone take-away tra le mani ancora bollente, preso alla caffetteria all’angolo del vicolo appena infilato.

Il guaio è grosso: soffermiamoci sulla questione dettagli. Sono troppi, ed è evidente. Sono inutili, ed è evidente anche questo. Ma il problema sta nel principio per il quale sono stati scelti, in quel: per arricchire la trama.
 Se usati per questo, cioè senza un vero perché, senza che rappresentino una verità, i dettagli sono tutt’altro che Dio: fanno massa, spengono la luce. E conoscere la regola di Flaubert diventa dannoso.

  • il principio dell’iceberg

Diceva Hemingway che per scrivere una buona storia

“I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede.”

Ma già all’epoca doveva essere stato frainteso, se qualche anno dopo Flannery ‘O Connor fu costretta a puntualizzare ai suoi corsisti:

“Molti credono che un racconto consista in un’azione incompiuta nella quale poco viene rivelato e molto suggerito, convinti che suggerire significhi omettere. È difficilissimo distogliere uno studente da questa idea, perché s’immagina che omettendo qualcosa si dimostrerà sottile; e quando gli vai a dire che una cosa bisogna mettercela dentro, perché ci sia, quello penserà che sei un idiota privo di sensibilità”.

Lasciare il lettore a gironzolare da solo per la scena in cerca di indizi, di informazioni, di significati che si è immaginati senza lo sforzo di condividerli, non significa intessere un intreccio misterioso né operare un fine gioco simbolico/letterario. Significa solo abdicare al proprio dovere narrativo e costringere il lettore a farlo per sé.
 Ma quello che vuole il lettore è immedesimarsi con il personaggio di cui legge la storia, non doverselo inventare. Se il lettore avesse avuto voglia d’inventare, sappiamo tutti cosa avrebbe fatto.

Cosa farsene delle regole

Al solito Hemingway ci va giù pesante: La prima stesura di ogni cosa è merda. Lui era un po’ estremo.
 Ma il punto è che per passare dall’ispirazione divina alla pagina scritta non basta lo studio delle regole. Perché tra il conoscerle e il comprenderle c’è la differenza fatta dell’insoddisfazione, della ricerca del talento, della battaglia alla pigrizia, dei tentativi, dei fallimenti, dell’allenamento all’intelligenza, della vergogna, dell’intraprendenza, della cura per la bellezza.
 E tutto questo si chiama riscrittura.

Sweep at Hoxton, London — Bansky


Originally published at ilibrideglialtri.com on February 17, 2016.