I fatti degli scrittori

L’autobiografia in letteratura è sinonimo di verità emotiva?

Ho cominciato a scrivere, come tanti, per andare in posti diversi da quello in cui stavo, conoscere gente diversa da quella che conoscevo. Forse per quello, credo, non ho mai scritto niente di pesantemente autobiografico. Non-fiction sì, ogni tanto, con moderazione e sempre per raccontare qualcos’altro che mi interessava di più rispetto alla mia vita personale; ma opere di fantasia in cui stralci della mia vita avessero un peso importante, quello no. Sarà che quando scrivo mi piace sorprendermi, e se so come va a finire mi sorprendo di meno. Ho usato, magari, storie di altri: ma le ho sempre lavorate finché del materiale iniziale era rimasto ben poco.

Sarà per questo motivo che non leggo molto la narrativa autobiografica (che va distinta dall’autobiografia tout court). Tutti questi libri in cui l’ombelico dei protagonisti — bianchi, eterosessuali, cisgender, quasi sempre maschi — sembra contenere galassie e invece finisce spesso per celare l’incapacità di mettersi nei panni di qualcun altro. Non che l’immaginazione sia da sola garanzia di lettura coinvolgente o scrittura di qualità: Dio sa che Ready Player One di Ernest Cline è divertente solo nella misura in cui investe il lettore con una raffica di riferimenti anni ’80, e il film che se ne sta traendo sarà sicuramente migliore del materiale di partenza dal punto di vista strettamente artistico.

“Scrivi di quello che conosci” è l’adagio immortale, e se c’è una cosa vera è che non conosciamo quasi niente fino in fondo, forse neanche noi stessi. La narrativa è un’approssimazione, cerca di arrivare il più possibile vicino alla verità emotiva sperando di rivelarne un pezzetto fino a quel punto ignoto a chi scrive, in primis, e a chi legge, in secundis. Usare fatti veri come appoggio non garantisce alcuna rivelazione, nemmeno se la scrittura viene utilizzata come autoguarigione. Quella che scambiamo per analisi finisce spesso per essere una riproposizione eterna delle storie che ci raccontiamo, e quindi più lontana dalla verità che la purissima finzione.

(L’autobiografia pone anche un problema etico: perché se scrivi di te, finirai per scrivere anche delle persone che hai intorno. E anche se chi circonda gli scrittori si deve rassegnare a essere in qualche misura materiale da racconto, ci sono casi in cui l’autobiografia rischia di rendere riconoscibilissime vicende personali delicate di persone che non hanno acconsentito a diventare personaggi di finzione. Ma questo è un altro discorso, che ha meno a che vedere con la qualità della narrativa e più con la rapacità dei narratori, dei quali — ve lo dico — non c’è da fidarsi. Chi vive nell’orbita di uno che scrive libri può contare sul fatto di vedersi ritratto, anche in una misura impercettibile all’occhio degli estranei, dentro qualche personaggio. Gli scrittori sono quelli che alla stazione guardano la gente passare e ricostruiscono mentalmente la storia di ognuno; figurarsi se non gli interessa la vostra.)

Forse lo scrittore bravo, ma bravo-bravo, è quello che riesce ad assottigliare il suo io fino a farlo sparire, o è in grado di polverizzarlo distribuendolo fra tutti i personaggi in quantità sufficienti a renderli vivi, ma non tali da renderli tutti dei mini-me dello scrittore stesso. O forse quello non è lo scrittore bravo-bravo, è solo il genere di scrittore che preferirei essere.

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