Lasciate fare la poesia ai poeti

Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia.

Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato.

Ma ognuno di noi può permettersi il lusso di non correggersi quando pensa, di parlarsi in quella maniera inesatta e caotica e anche contraddittoria dettata dalla necessità di far presto e intendersi con una strizzatina d’occhio — ed è un lusso che io mi concedo quando per lavoro parlo (scrivo) per me.

Com’è ovvio, se l’analisi di ciò che leggo non deve restare nel mio cervello, ma essere comunicata all’autore, all’agenzia letteraria o a chi altri, “aggiusto” la mia frase in modo che abbia un significato più certo, comprensibile, condivisibile. E però dentro di me la voglia, doverosamente ammansita, di “dirlo come mi viene” resta.

Mi vibrò in corpo come una primavera inattesa portandomi alla mente figure oniriche, forme dai colori rubati all’arcobaleno. I toni di quell’immagine virarono al grigio appassendo in fretta alla presenza di un omaccione malandato.
Contraendo i muscoli, sorsi in piedi, ritrassi il braccio offeso e la strinsi come sempre, come sempre stretti e fusi nel bacio. Ella era greve, più di quando un languore profondo e animato la struggeva. Fu il principio della nostra distensione.
E dove non c’è niente di sicuro appare lo spirito infestante del panico che s’impossessa del suo animo, e sforza la gola senza urlo e sbarra le pupille senza lacrime.

Il problema è che, stringi stringi, quando il tentativo dell’autore è di dare “un tono” a ciò che scrive — complicando la scrittura, usando espressioni ora auliche, ora burocratiche, ora evocative — ciò che resta delle singole frasi, delle micro-descrizioni è proprio quello: un desiderio imitativo: voler fare poesia.
 Ma l’imitazione senza consapevolezza diventa illogica e, cosa triste perché non voluta, si trasforma in comicità:

c’è aria di pioggia e l’aria si fa nitida e trasparente come il vetro dentro all’anima
La sfera saltella fuori da me, e lei è in quella sfera. Io provo a parlarle, ma lei non può sentirmi
una lacrima solcava il mio viso, una sola, con la forza di un uragano liquido e cattivo

La poesia, proprio come la narrazione, si educa. Se agli accorati sfoghi delle scuole medie non hanno fatto seguito letture, studi, esperimenti, sbagli, non si creerà poesia grazie a parole “candide” come anima, pioggia, vetro e lacrima. Né se le parole saranno poche, né se saranno esteticamente belle, né se “lasceranno pensare”. Le parole non sono formule magiche e la poesia non appare all’improvviso.

SENIOR
Ai vecchi
 
tutto è troppo.
 
Una lacrima nella fenditura
 
della roccia può vincere
 
la sete quando è così scarsa. Fine
 
e vigilia della fine chiedono
 
poco, parlano basso.
 
Ma noi, nel pieno dell’età,
 
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.
Mario Luzi

Il punto più importante, poi — e non è una battuta — è che io leggo narrativa.


Originally published at ilibrideglialtri.com on January 11, 2017.

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