Essere reazionari è sempre più facile che essere visionari

Stefano Feltri si dimostra pervicace nel misurare l’Italia unilateralmente con la sua esperienza personale che elegge a metro di paragone assoluto, mentre evita totalmente di fare considerazioni sul mercato del lavoro italiano, sempre più schiacciato su logiche che impediscono la nascita di idee nuove, di imprenditorialità autentica, basata sui talenti e le aspirazioni legittime dei giovani.

Inoltre sui dati da lui stesso citati potrebbero essere fatte considerazioni meno approssimative considerando proprio le peculiarità dei differenti corsi di laurea e relative professioni.

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Partiamo dal tasso di disoccupazione

Il tasso molto basso di disoccupati tra gli ingegneri al 2,9% e tra i medici al 1,5% probabilmente dipende per gran parte dal fatto che chiunque abbia aperto uno studio o la partita IVA viene considerato “occupato”, situazione che accomuna tutti gli ingegneri e i medici dopo aver preso l’abilitazione all’esercizio della professione. E più in generale tutte le professioni per le quali esistono ordini o collegi. Ovvio no?

E il guadagno…

Riguardo poi il reddito medio andrebbe fatto un discorso più approfondito che non una banale classifica. Mettiamoci nei panni di un neo diplomato al liceo (per chi esce dagli Istituti tecnici e Professionali il discorso è radicalmente diverso). Si trova davanti alla scelta della facoltà e se ha le idee ben chiare (come insegnante posso affermare che appena il 50% ne hanno) dovrà basarsi sulle proprie capacità e competenze reali e/o le aspirazioni sulle prospettive di guadagno. Chi farà prevalere le prime sceglierà in maniera più consapevole (sia ingegneria, sia filosofia), chi farà prevalere le seconde sceglierà certamente ingegneria o medicina.

Ma i risultati?

Quali saranno però i risultati? I primi, sia che abbiano scelto ingegneria che filosofia, supportati dalle proprie capacità e competenze e dalla forte motivazione avranno con molta probabilità terminato con soddisfazione gli studi.

Gli altri, che invece hanno scelto la facoltà quasi unicamente sulla base del “guadagno assicurato” (ovviamente ingegneria e medicina), trascurando le proprie reali capacità, con molta probabilità avranno abbandonato entro i primi due anni, scoraggiati dalle difficoltà e non sostenuti dalla reale convinzione. E’ accaduto a moltissimi miei ex compagni di scuola superiore, e sto parlando degli anni ‘90.

Risultato? I primi comunque si saranno laureati -magari nei tempi- con una certa soddisfazione, e avranno conservato una buona dose di motivazione per affrontare il mondo del lavoro.

Se sono ingegneri avranno di certo più probabilità di trovare impiego, se sono filosofi magari no, ma quasi certamente la loro competenza e carica motivazionale li aiuterà a cercare, a non perdere la speranza, magari anche a reinventarsi in modi differenti. Se troveranno lavoro nel loro ambito professionale, probabilmente guadagneranno meno, ma saranno felici. E state certi che quando questi hanno scelto filosofia, lo hanno fatto con buona consapevolezza di non trovare facilmente lavoro, e di non arrivare ad essere milionari.

Un punto di vista se possibile obiettivo

Queste sono tutte considerazioni scaturite sia dal mio ruolo privilegiato di insegnante, che dalla mia personalissima e travagliata esperienza di studi, basata su scelte inizialmente sbagliate ma che ho saputo poi correggere, e che mi hanno portato a percorrere strade diverse e raggiungere traguardi professionali che non avrei mai potuto immaginare quando mi iscrissi all’Istituto Tecnico Industriale con l’idea di non continuare poi all’università.

In definitiva, giudicare gli altri dal proprio pulpito e sulla propria esperienza personale rasenta l’arroganza, pretendere poi che il mondo debba andare secondo le proprie visioni (leggi tagliare i fondi alle facoltà di filosofia e lettere) rasenta l’essere reazionari.