La strada non presa del digitale in Italia

Appunti sugli e-book, la pirateria, i formati, il nuovo ruolo degli editori

Alessandra Zengo
Aug 10, 2016 · 9 min read

Qualche settimana fa ho pubblicato qui su Medium la newsletter dedicata al prezzo degli e-book, argomento spinosissimo al quale è difficile trovare soluzione.

Il (giusto) prezzo dei libri

Perché un file senza supporto fisico costa più di qualche euro? Un’obiezione normale per chi pensa di pagare la carta e l’inchiostro dei libri e non quello che c’è dentro e dietro (ovvero un sacco di redattori sfruttati, alla meglio, o non pagati, alla peggio). Un malinteso talvolta avallato dalle stesse case editrici: come giustificare il prezzo alto di un libro, se non facendo riferimento alla stampa, quando il contenuto non è di così buona qualità?

Sono frequenti anche le lamentele riguardo al prezzo dei libri cartacei, considerati sempre più costosi, mentre i numeri dicono esattamente l’opposto: -6,4% secondo il rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2015 dell’AIE. Però sarebbe interessante vedere quanto di questa percentuale riguarda la narrativa e non tutto il settore trade. I lettori, almeno per le prime edizioni dei bestseller, per esempio, potrebbero avere ragione?

Nello stesso rapporto l’Associazione Italiana Editori parla di un -6,1% del prezzo degli e-book. E se da una parte è giustissimo “lottare” per la dignità del digitale (e far pagare il libro come contenuto e non solo come mero supporto), è pur vero che le case editrici più grandi, forse, dovrebbero riconsiderare le loro politiche sul prezzo per evitare spiacevoli inconvenienti come e-book che costano più dell’edizione economica o quasi come il cartaceo. E poi, a seguito della cauta apertura degli editori verso le collane digital only (piene, pienissime di italiani a “basso costo” o ex self-publisher), sarebbe così assurdo pensare a un prezzo maggiore per i libri proposti solo in e-book (che assorbono tutto l’investimento e i costi redazionali, a fronte di un minore guadagno complessivo) rispetto a quelli pubblicati in digitale e cartaceo?

Piccoli e grandi editori a confronto

La disaffezione della grande editoria per il digitale, però, ha origini “antiche”, da quando l’e-book ha fatto il suo timido ingresso nella penisola italica. Ci si è spesso chiesti il motivo di questo atteggiamento, che ha rallentato lo sviluppo del settore (quante cose si potrebbero fare con gli e-book e che non stiamo ancora facendo?). Ci si è spesso chiesti perché molti giornalisti e opinionisti continuassero a opporre cartaceo e digitale, quando è evidente, anche dalle ultime nuove dagli Stati Uniti, che i lettori sono sempre più ibridi. Persino nel rapporto AIE, il 32% degli italiani si riserva la possibilità di utilizzare entrambi i supporti e comprare libri sia online sia in libreria.

Agli editori non piace(va) l’e-book perché preferiscono il cartaceo, grazie al quale possono agevolmente mantenere un monopolio editoriale difficile da contrastare. Possiedono tipografie, distributori (come ex PDE e Messaggerie), catene di librerie e pensa(va)no che il digitale stesse mettendo a rischio l’editoria come l’avevano conosciuta finora.

Il che è anche vero: il digitale livella (fino a un certo punto) e dà la possibilità alle piccole realtà di emergere e avere spazio accanto a mostri come Mondadori e Rizzoli. E vi sembra poco aver superato il grandissimo problema distributivo che rendeva quasi impossibile alle case editrici minori avere una presenza nelle librerie? Ora nelle classifiche online (che però si aggiornano ogni ora e non ogni settimana come quelle sugli inserti culturali), negli scaffali degli store e nei blog letterari, gli autori pubblicati dalle big stanno a fianco di autori più modesti o addirittura (ecco il più grande scandalo) a self-publisher senza arte né parte.

Grazie al digitale le sorti delle piccole case editrici sembrano essersi risollevate, almeno un poco, basti pensare che alcune di loro, come Zandegù, si sono definitivamente convertite all’e-book, oppure rendono disponibile il cartaceo delle pubblicazioni tramite un comodissimo Print on Demand: no anticipo per la stampa, no magazzino, no distribuzione, no resi, no macero.

E dall’anno scorso, almeno in Italia, l’IVA degli e-book è stata equiparata a quella del cartaceo (4%, anche se si è visto un +1% sullo store Amazon, che avendo sede in Lussemburgo applicava l’aliquota al 3), la distribuzione si prende “soltanto” il 30 / 35 % (Book Republic o Street Lib che sia), agli autori spetta una percentuale maggiore per le royalties, che si aggira intorno al 25% (ma abbiamo già parlato di come alcuni agenti pretendano cifre assurde, nient’affatto sostenibili). Il “costo umano”, invece, varia a seconda del libro (quanto lavoro richiede) e della casa editrice. Però c’è sempre lo spettro della pirateria.

La pirateria è un problema? I DRM la soluzione?

In un’Italia che legge sempre meno, tutti sembrano preoccupati per la pirateria degli e-book, quando ancora prima del loro avvento online circolavano già i PDF (alla peggio, i documenti Word) dei cartacei, certosinamente scansionati e poi digitalizzati da alcuni lettori corsari. Non c’erano tutti, ma l’offerta era ampia e varia, e si trovavano anche edizioni fuori commercio, ma a nessuno sembrava interessare. E si dirà, l’editore guadagna con i libri, non è “solo” un divulgatore culturale, e si preoccupa dei mancati guadagni, però siamo sicuri che ogni copia pirata corrisponda a una copia non venduta? Non lo credo, e sarebbe davvero ingenuo pensarlo. Anche i pirati digitali ci tengono ad avere una biblioteca di e-book di tutto rispetto, ma mica qualcuno li obbliga a leggere tutto quello che scaricano.

Allora, come è stato nella musica, sono comparsi i DRM, digital rights management, che sono il modo più intelligente che le case editrici hanno trovato per “proteggere” i libri dalla pirateria, pagando Adobe ogni anno, tra l’altro. Non sono serviti a molto, se non a limitare l’uso e la fruizione degli e-book da parte dei lettori normali, abituati ad acquistare legalmente, perché la pirateria ha continuato a esistere, fiorente come e più di prima.

Quindi, se gli Adobe DRM non funzionano contro la pirateria, perché continuano a essere usati, a scapito dell’esperienza di lettura? E perché un acquirente dovrebbe poter fruire con meno libertà di un file acquistato rispetto a un lettore che può fare quello che vuole con un file scaricato illegalmente? E ancora: le case editrici pensano che senza DRM i lettori si trasformerebbero tutti in “pirati digitali” per evitare di pagare?

A un certo punto, però, come i pokemon, gli Adobe DRM (sebbene siano ancora utilizzati) si sono evoluti nei Social DRM: sul file del libro viene posto una specie di watermark con i dati di chi l’ha comprato (nome, cognome, indirizzo e-mail, ecc), ma non vengono posti vincoli all’utilizzo dello stesso. Il file può essere copiato, convertito in formati diversi, messo in più dispositivi, stampato. Il Social DRM, a differenza del precedente, funziona come deterrente e dice al lettore: attenzione, non condividere con altre persone il tuo file, altrimenti possiamo risalire a te in qualsiasi momento. Abbiamo superato lo scoglio della libera fruizione personale per incappare in quello, ancora più grande, della privacy, dato che i dati rimangono per sempre nel file e l’acquirente diventa responsabile di ciò che accade al libro.

La psicosi collettiva degli editori riguardante la pirateria ha colpito anche i blog letterari. Alcuni uffici stampa / marketing, infatti, hanno deciso che non era possibile mandare gli e-book ai blogger senza temere uscite sospette e hanno optato per file blindatissimi che si potevano leggere soltanto al computer, ovviamente con programma Adobe. Ecco il metodo migliore per ringraziare chi ti fa pubblicità gratuita in rete, mi son detta.

Un problema di formato e contesto

E poi c’è la creatura di Jeff Bezos, Amazon, che essendo ancora nella sua fase di ribellione adolescenziale non ce la fa proprio a conformarsi e usare lo stesso formato (ePub) per gli e-book.

Questa schizofrenia con i formati digitali disponibili non aiuta i lettori, soprattutto quando l’obiettivo di Amazon è creare un sistema chiuso e perfettamente funzionante, all’interno del quale soddisfare tutti i bisogni degli acquirenti. Ma anche questa realtà parallela ha i suoi DRM e la piattaforma di self-publishing Kindle Direct Publishing dà la possibilità agli autori di applicarli alle proprie opere (così come le restrizioni regionali, quasi sempre incomprensibili), salvo avvisare che è una scelta irreversibile: una volta messi non possono essere tolti, a meno di non sospendere la pubblicazione.

Amazon, poi, cosa sta facendo per innovare il settore degli e-book? Forse qualcosa di più delle case editrici (che non fanno quasi nulla, appunto), ma non abbastanza, dato che da anni non si vedono cambiamenti radicali e pure il mercato degli e-reader sembra essersi saturato, con vendite in calo a favore di tablet e smartphone (che però non sono adatti alla lettura, ecc). C’è stato Kindle Unlimited, certo, ma lo streaming di libri non è una novità inventata da Bezos e ancora non si capisce se possa avere futuro o meno, e con quali ripercussioni sul mercato, gli autori e l’editoria tutta.

Il ruolo degli editori al tempo del self-publishing

Con l’avvento del self-publishing, che riguarda soprattutto gli e-book, si è detto che gli editori sarebbero stati presto sorpassati, storia vecchia, come Italo Calvino all’Einaudi. Ma quando gli autori decidono di fare tutto da soli diventano, loro malgrado, editori: dopo aver scritto il libro, devono editarlo, correggerlo, impaginarlo, creare la copertina, i testi promozionali, occuparsi della stampa (POD), il marketing, l’ufficio stampa, ecc., oppure delegare e assumere qualcuno per farlo. E molto spesso diventano editori pessimi, perché non hanno le competenze giuste, altre volte editori mediocri, altre ancora editori buoni, perché sono fortunati e la storia ha funzionato, hanno venduto bene, possono trasformarsi ancora. E qualcuno che, dopo un’autopubblicazione di successo, ha deciso di fare il grande passo e diventare una casa editrice c’è stato.

Ma se gli autori diventano editori, gli editori diventano autori? Quello succede già: direttori editoriali e affini non hanno problemi a pubblicarsi da soli o nella collana che dirigono. Battute non troppo felici (per l’editoria) a parte, le case editrici, piccole e grandi, hanno bisogno di rivedere i propri piani, ora che gli scrittori hanno più potere e possono decidere di non pubblicare con loro. Cosa possono offrire, ora che c’è il self-publishing sempre a portata di mano, sempre più conveniente, con una libertà che prima ci si sognava? Ha senso pubblicare con una piccola realtà che non distribuisce, non partecipa alle fiere, non promuove il libro e aspetta che faccia le gambe e cammini da solo, non edita e al massimo corregge, impagina con Word, la copertina è fatta dal titolare che ha meno senso estetico delle Photoshop effects addicts? E lo stesso vale per i grandi editori che non offrono garanzie, pubblicano libri che non pubblicizzano e poi siccome non hai venduto ti dimenticano.

Al momento gli scrittori sono ancora un po’ ingenui, sognano la grande editoria, salvo pentirsene dopo aver firmato contratti capestro, con cinque anni di opzione mal pagata. Ma col tempo e l’esperienza si spera risorga una marxista coscienza di classe. Scrittori, unitevi!

Altre questioni rimaste aperte

  • Cosa compriamo quando acquistiamo un e-book?

A differenza del cartaceo, che diventa di nostra proprietà e possiamo gestirlo come ci sembra meglio, con il digitale paghiamo una licenza d’uso. In questo modo diventa difficile regolare lo scambio, il prestito e la vendita degli e-book, che sono potenzialmente riproducibili all’infinito.

  • La tecnologia che diventa obsoleta presto.

Nel 2016 acquistiamo libri digitali in ePub e mobi, ma se i formati dovessero cambiare? Cosa succede al nostro piccolo archivio? Chi ci assicura che possano essere convertiti, o ancora utilizzabili?

  • Il digitale nelle università.

Quando i professori e le case editrici universitarie si decideranno a pubblicare gli e-book dei testi adottati nei corsi (a prezzo umano), facendo così risparmiare gli studenti e limitando il “mercato nero” delle fotocopie? Un esempio virtuoso viene dalla Ca’ Foscari Digital Publishing dell’Università di Venezia, che non solo pubblica e-book, ma lo fa mettendoli a disposizione gratuitamente online (e non solo per gli iscritti). Per favorire la libera circolazione del sapere, come scrivono nella loro home page.

  • In che modo vengono realizzati i formati digitali degli e-book?

Anche qui la grande editoria non ha dato il buon esempio, nel corso degli anni, avendo messo nel mercato ePub convertiti da PDF o Word, senza almeno un controllo intermedio. Come detto all’inizio, quante possibilità ci stiamo precludendo, se si continuano a produrre e-book del genere? Per quanto ancora si continuerà a considerare l’e-book un’innovazione (ora che dovrebbe essere una cosa normale e una realtà consolidata), senza fare nulla di nuovo?

Se qualcuno ha delle risposte o vuole integrare / aggiungere, prego si faccia avanti, senza timidezza.


Alessandra Zengo è un’editor e consulente freelance. Si prende cura delle parole degli altri, sbroglia matasse ingarbugliate e aiuta gli scrittori a guardare con occhi diversi la propria opera e a migliorarla. Dal 2009 vive una relazione impegnativa col mondo editoriale, ma ancora non si sono lasciati.
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