Sulla persistenza dei dati

Appunti da una (forse inevitabile) regressione

Lavorando in un ambiente scientifico, che si avvale del mezzo informatico in modo massiccio e sistematico, me ne accorgo facilmente. L’ambiente è quello di un istituto di ricerca astronomica. E’ noto come l’esplorazione dello spazio sia stata sovente un propellente prezioso per lo stesso sviluppo tecnologico: basta pensare soltanto ai dispositivi ad accoppiamento di carica (CCD), nati come sostituto delle lastre fotografiche con immediato impiego nel telescopi (e che hanno fatto fare un grande balzo in avanti alle osservazioni astronomiche), e a come sono ormai patrimonio comune di noi tutti, con la loro pervasiva diffusione nei dispositivi mobili di ogni forma e prezzo.

Così astronomia e progresso informatico hanno sempre proceduto a braccetto, la prima anzi appoggiandosi integralmente sui risultati del secondo. Modulandosi essa stessa sulle specificità e i limiti del linguaggio tencologico che si parlava volta per volta.

Così me ne sono accorto facilmente, di un certo limite, che informa profondamente il moderno veicolare dei dati. Un limite che risiede precisamente nella limitata permanenza dei moderni supporti.

E’ accaduto per caso (come quasi tutto). E’ bastato che il mio collega tornasse a cercare un certo insieme di dati che non usava da tempo, per completare ed integrare una ricerca moderna. E trovarli, sì, pur.. non trovandoli.

Dati di osservazioni sull’ammasso stellare M30 (anni ‘80): non fruibile

Difatti tutto sta nel capire cose davvero significa trovare.

I dati sono stati ritrovati, . Nel senso che sono fisicamente memorizzati tra le spire di questo nastro magnetico (una cosa che molti di voi non avranno giustamente mai visto prima).

I dati sono stati ritrovati, no. Nel senso che pur essendo lì (disposti simmetricamente intorno alla mano del mio collega), non sono facilmente fruibili. In altri termini, ci sono ma è (quasi) come se non ci fossero.

L’apparente paradosso, l’avrete forse capito, inerisce alla attuale disponibilità di una macchina che legga il dato. Questo è esattamente il punto debole. La tecnologia di memorizzazione su nastro magnetico è stata molto usata fino agli anni ’80 dello scorso secolo, ed è ovviamente poi andata progressivamente a scomparire, man mano che il supporto digitale si imponeva in forza dei suoi indubbi vantaggi tecnici e di prestazione.

E piano piano le macchine per leggere le bobine, che prima erano onnipresenti, sono state dismesse, oppure si sono guastate e non sono state più sostituite…

Certo se proprio servisse, da qualche parte si riuscirebbe a trovare (credo). Comunque sia, leggere questi dati, ovvero fruirli, sarebbe una cosa tutt’altro che semplice ed immediata. Dovrebbe infatti implicare un lavoro di contatto e coordinamento tra istituti scientifici, spostamenti vari, verifica di disponibilità di personale, e così via. Cosa tutt’altro che immediata, insomma.

Tutto questo per dire, che dati degli anni ottanta, sono già in una certa misura morti, per noi. Informazioni di meno di quarant’anni fa, stanno già scomparendo nel nulla (piaccia o meno).

Ok, mi direte. E’ una cosa normale, è sempre stato così, nessun bisogno di farla tanto lunga: passa il tempo e gli standard cambiano, ed è normale non poter accedere immediatamente a delle informazioni così vecchie.

E io allora vi rispondo. Con i bufali.

Nel dettaglio, vi voglio far rivedere questa bella immagine (che tra l’altro ha ispirato anche diversi artisti moderni).

Grotte di Altamira, raffigurazione di un bisonte (circa 13.’000 A.C.): fruibile

E’ una delle immagini rupestri della famosa grotta di Altamira, in Spagna. Questa immagine che state vedendo, ha certamente più di diecimila anni (stima conservativa). Possiamo vederla anch’essa (poco poeticamente forse) come un insieme di dati. Parzialmente corrotto, probabilmente, ma fruibile.

In sintesi: dati di più di diecimila anni fa risultano fruibili, dati di quaranta anni fa, non lo sono affatto.

Senza arrivare all’estremo del perentorio giudizio di Pablo Picasso, che pare abbia esclamato “Dopo Altamira, tutto è decadenza!”, e pur ammettendo la parziale provocatorietà di un simile accostamento, non possiamo comunque non farci una domanda.

Non possiamo non chiederci se ci stiamo perdendo qualcosa. O la stiamo facendo perdere, magari, a chi verrà dopo di noi.