Diario di un Twitterista Anonimo_2

Come sono riuscito a sopravvivere al blocco di Salvini su Twitter

Nella prima parte, entriamo nei panni di un personaggio che deve affrontare la più difficile delle scelte: varcare o meno la soglia di un Centro di Ascolto… (e se non ne sapete di più, correte subito a recuperare)

giorno_2
Dopo un giorno di stasi creativa ho avuto il coraggio di affrontare la realtà dei fatti: Salvini, o chi per lui, ha bloccato il mio profilo Twitter. Vuol dire che non posso più commentare o visualizzare le sue sparate da chilo.
Controllo se mi ha bloccato anche su Facebook. Negativo.
No, qui il problema è proprio Twitter.
Ma sì, magari il suo social media manager ha cliccato per sbaglio sul mio profilo.
Attendo fiducioso.

giorno_3
Ancora niente sblocco.
Mi viene quasi il dubbio di avergli lasciato qualche commento troppo negativo.
Torno indietro, purtroppo solo a memoria, ma niente. Non ho ricordi di averlo preso a male parole. Non certo come tanti altri utenti, abituati a rispondergli con le peggio cattiverie convinti, come sono, di essere dalla parte del giusto.
Davvero la mia ironia è stata interpretata male?
Continuo ad attendere.

giorno_4
Ancora niente sblocco. Comincio davvero a pensare che la colpa sia mia.
Cosa ti avrò mai scritto mai, caro Matteo. Alla fine, la mia non era cattiveria. Cercavo solo di smorzare il tono che scaturiva da ogni tuo tweet, attenuare il veleno dei tuoi sostenitori e dei tuoi detrattori.
Che ci sia una mail pubblica? Magari provo a scrivergli…

giorno_5
Non ci avevo ancora pensato: per vedere cosa scrive su Twitter posso accedere a Internet da un altro browser; oppure potrei scollegare l’account quel tanto che mi basta per leggere le novità.
Bello leggere, certo. Il problema è che non posso rispondergli.

giorno_5 (sera)
Sono uno stupido. Invece di rompermi la testa tra Twitter e browser, posso seguirlo su Facebook.
Non sarà la stessa cosa, ma meglio di niente.

giorno_7
No. Non ci siamo.
Facebook non fa per me. Non ci sono le stesse sensazioni. Non c’è la stessa illusione di vicinanza. Manca quasi la confidenza. Manca la sfida continua dei 140 caratteri.

giorno_10
Le giornate non iniziano più allo stesso modo.
Non è che mi sento triste, per carità. Tuttavia, ho la continua impressione che manchi qualcosa per andare avanti. E questo qualcosa (credo di averlo capito) sono i tuoi tweet, caro Matteo.
Mattina dopo mattina le coperte sono sempre più appiccicaticce. Pesanti. Come se la motivazione necessaria per alzarmi avesse subito un brusco arresto.
Nemmeno il caffè ha più lo stesso sapore, abituato com’ero a sorbirlo scorrendo le tue deliro-news. Per non parlare della sigaretta delle 11, i sacri 5 minuti della giornata lavorativa durante i quali uscivo e mi gustavo la tua timeline.
Il cibo, lasciamo stare. Da quando non c’è qualcuno a ragguagliarmi del rischio che uno sporco negro possa rubarmi la gamella del pranzo, persino il peperoncino ha perso quell’aroma di pericolo e temerarietà che solo un profondo senso di italianità poteva conferirgli.
Ecco, sei contento? Guarda come mi hai ridotto.

giorno_15
[messaggio privato su Facebook]
Matteo, mi manchi tanto.
Cosa ti ho fatto?
Mi sento tremendamente in colpa.
Scrivimi.
Sempre tuo, Emanuele.

giorno_18
Non riesco più a scrivere.
Come ogni sera, nel dopocena, mi sono seduto alla scrivania per lavorare al mio romanzo. Una volta aperto Word, ho avvicinato le mani alla tastiera.
Nulla. Zero. Nada. Niet. Nothing.
Le parole non arrivavano. Il personaggio non voleva parlare, rifiutava di farsi raccontare.
Tutto, qui, sembra avermi voltato le spalle.

giorno_25
E ora, come faccio?
Salvini era il mio buongiorno e la mia buonanotte.
Era il mio modo per sentirmi una persona migliore.
Era la caffeina che mi aiutava ad affrontare l’arrivo in ufficio.

giorno_31
Un mese, e tra quelli più lunghi. Niente su di te, se non le sporadiche notizie che arrivano dai telegiornali. Ho persino litigato con i miei genitori, e solo perché mi hanno ripreso dopo che avevo alzato troppo il volume della tv quando hai cominciato a rispondere alle domande della Gruber. Vogliono capire cosa mi sta succedendo, ma come faccio a dirgli che mi sto rovinando solo perché mi hai bloccato su Twitter? Me lo dici? Con che faccia posso presentarmi davanti a loro?

giorno_33
Oggi ho perso i miei amici.
Ho provato a confidarmi con loro. Mi hanno riso in faccia. Non hanno compreso la tua importanza per la mia quotidianità.
Lo so, ormai dovrei anche farmene una ragione. Tuttavia, non ci riesco.
È passato più di un mese, ma non riesco a fare a meno di te. È vero che posso sempre scriverti su Facebook, ma Facebook non è il mio pane quotidiano. Io mangio in 140 caratteri, non so se te ne rendi conto. Ormai ci parlo, anche.
Ho adattato le mie relazioni e il mio modo di scrivere per Twitter. E tutto per seguire te, per risponderti manifestando disaccordo pur mantenendo il maggior grado di rispetto possibile.
Ti odio. Poi ti amo. Poi ti odio. Poi ti amo.
Cristo, sembro un fottuto adolescente.

giorno_36
Caro Matteo, grazie a te oggi ho sbroccato al lavoro.
Il boss mi ha fatto una semplice richiesta di modifica del piano editoriale. Io non l’ho accettato e me ne sono andato. Niente dimissioni, niente atti formali. Ho solo preso la borsa e me ne sono uscito dalla porta (avendo cura di sbatterla per bene).
Domanda: riceverò lo stesso la liquidazione?

giorno_37
37 giorni che non scrivo su Twitter. Chissà i miei follower…
(Due ore dopo)
Nessuno mi ha contattato.

giorno_38
I miei vogliono spiegazioni. Io non ne ho. O, almeno, ne avrei, ma nessuno le capirebbe.
Sono due giorni che me ne sto chiuso in camera. Esco solo per mangiare e lavarmi. Non devo preoccuparmi di niente.
Lievi tremori mi attanagliano le gambe.
Forse ci siamo.

giorno_39
Scrivo queste righe nei pochi minuti concessimi tra un crampo e l’altro.
La penna trema. Nervo per nervo, il corpo è tutto una contrazione.
Le gambe non vogliono saperne di stare ferme. Perfino ora, seduto alla scrivania, devo lottare con tutte le mie forze per riuscire a tracciare queste poche parole.
È arrivata. È la crisi d’astinenza, baby.
Lascio queste righe con la speranza, nei prossimi giorni, di scriverne altre.
Ho deciso di barricarmi. Sarà meglio per tutti sapermi chiuso nel mio loculo. Almeno non nuocerò a nessuno.
I miei hanno tentato di sfondare la porta. Poveri stupidi, non hanno idea di cosa ci sia a bloccarla. Non entreranno. Non mi vedranno in questo stato. Non verranno accolti dai miei tremori, dalle macchie di vomito che inzaccherano tappeto e lenzuola. Non dovranno fiutare il puzzo di piscio e merda che mi sto portando dietro da stamattina.
Chiudo qui.
E se non dovessi rivedervi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte.

_continua_
pt. 3

E.

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