Il caffè tra le palme

foto: milano.repubblica.it

La comparsa di palme e banani in quel di piazza Duomo ha messo in evidenza, nel suo piccolo, un aspetto caratterizzante la società odierna: la capacità di conferire visibilità a una data notizia (sia questa davvero rilevante o no).

Breve storia triste. Il giardinetto in questione ha catalizzato l’attenzione dei media per un buon paio di giorni, grazie anche a quel deficiente che ha deciso di improvvisarsi piromane, alla “manifestazioncina” di CasaPound (perché quando c’era LVI in Italia non c’erano palme) e a tweet più o meno controversi sulla faccenda; su quest’ultimo punto, le figure di spicco della politica nazionale non hanno potuto fare a meno di dire la loro. Senza contare la grande polemica riguardante le spese per la suddetta scelta estetica, a quanto pare interamente sostenute da Starbucks.

Due valutazioni.
Un pollice in giù va a chi ha cavalcato la faccenda intingendola nel colore politico preferito. Non sprecherò altri caratteri per dire cosa penso di voi. Pagliacci.
I miei complimenti, invece, vanno al colosso Starbucks. Ora, grazie alle palme, tutti sanno che in piazza Duomo aprirà un loro punto vendita. E voi, cari dissidenti, siete caduti nella grande pratica della advocacy: parlandone, avete fatto vostro il marchio (e ci sono caduto anch’io, lo ammetto). D’accordo o contrari, avete contribuito al vero obiettivo di Starbucks: ottenere eco mediatica.

Non c’entra nulla la diatriba tra caffè buono o annacquato. Si parla di visibilità. Tutto qui.

Chapeau.

E.

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