Questioni di pleonasmo

Scrivere tanto o scriverlo bene? L’eterno dilemma

Pleonasmo, Emanuele Secco, 2016

Odore di umanità. È questa la sola definizione che un avventore potrebbe dare al miasma di sudore, polvere e peti stantii che regna nella soffitta che hai adibito a studio. Chino sul piano di lavoro, il naso quasi a toccare il foglio, i capelli unti testimoni di tre giorni senza una doccia che ti ricadono sugli occhi, te ne stai a scrivere. Un raggio di luce, unico temerario a oltrepassare la tapparella abbassata, taglia a metà la scrivania andando a posarsi prepotentemente sul foglio fitto di parole.
La penna indugia.
Avrò scritto abbastanza?
Rileggi.
Forse questo concetto non l’ho spiegato bene. Aggiungo qualcosa.
Pochi minuti e il foglio è un intrico di segni rossi. Supplementi, più che altro.
Sì, ora va bene.

Convinto tu, caro scrittore.
Devo ammettere che la mezza pagina appena aggiunta rende il tutto più bello. Anche più scorrevole, non trovi? Ho sempre adorato perdermi in un andirivieni di incisi e parentesi.
No, davvero, ora la tua produzione conta qualcosa. Prima non andava bene. In fondo, tutti sono capaci di scrivere una buona pagina, no?! Chi vuoi mai che ci si soffermi sopra. È roba da principianti. Meglio scrivere di più. Mostrare di essere in grado di produrre parole su parole.

pleonasmo s. m. [dal lat. tardo pleonasmus, gr. πλεονασμός, der. di πλεονάζω «sovrabbondare»]. — Espressione sovrabbondante, formata con l’aggiunta di una o più parole non necessarie dal punto di vista grammaticale o concettuale.
(Fonte:
Treccani.it)

Il concetto è semplice: sindrome da pagina piena o, meglio ancora, sindrome da fascicolo ricco (mi ci ficco). In realtà riferito a espressioni quali ‘a me mi’ — luogo di evidente ripetizione — ma facilmente applicabile in senso più ampio.
Il mondo della scrittura ne è pervaso. È la paura di non scrivere abbastanza, di non essere riusciti a spiegarsi a sufficienza. È la convinzione che un buono scritto, per risultare autorevole, debba essere per forza prolisso.
Inutile aggiungere altro. Si tratta di una malattia.

Ora, rileggi ciò che hai appena scritto. Sei davvero persuaso di aver aggiunto qualcosa al testo? Sì?
Mi spiace dirtelo: sei malato.
Il tuo animo, ora, è diviso su due piatti di una bilancia. Da una parte sei affetto da indecisione, sintomo d’insicurezza. Dall’altra presenti tutti i segnali della sindrome da sicumera acuta, una viscerale passione per l’impasto troppo lievitato.
Dai troppa aria ai tuoi pensieri. Devi saperli tenere a bada. Lavorarli con pazienza.

Permettimi, per un istante, di svelarti la lezione che ho imparato: scrivere bene vuol dire anche usare il giusto numero di parole. Devi tagliare, modellare. Sapere dove far annegare il lettore e dove, invece, trarlo in salvo con conclusioni chiare.
Usa la penna rossa soprattutto per barrare. Aggiungi solo dove necessario. Il resto, taglia.

Per concludere, ti lascio una domanda. È meglio scrivere tanto o scriverlo bene? A te la palla.

E.