Il percorso unico e irripetibile dell’autoeditore

Troviamo la nostra personale strada nell’autoeditoria

Di recente ho letto un saggio scritto dall’autrice e writing coach Becca Syme e intitolato “Dear Writer, You Need to Quit”. Per me è stata una di quelle particolari letture in cui ti trovi per la maggior parte del tempo a sorridere e annuire, poiché ti dicono esattamente quello che dentro di te sapevi già essere vero, ma quasi temevi di essere l’unico a pensarla così. È proprio quello che ho provato. Capitolo dopo capitolo mi sono trovata quasi ad anticipare le parole dell’autrice e talvolta a riconoscere in esse le mie. Alla fine posso dire di essere d’accordo al 99% con tutto quello che ha scritto, il che al giorno d’oggi, quando si parla di autoeditoria, è una percentuale estremamente elevata.

Il problema della maggior parte dei saggi o manuali sull’argomento è che pretendono di insegnare a chi li legge il modo in cui si deve affrontare questo mestiere, come se ne esistesse solo uno e tutti gli altri fossero sbagliati, e soprattutto come se chiunque si avventura nell’autoeditoria avesse un unico scopo: trasformarla nell’unica fonte di reddito a qualunque costo, a discapito anche della qualità, dei propri desideri e addirittura del proprio benessere.
Non dico che non si debba desiderare di fare della pubblicazione dei propri libri un vero lavoro, tutt’altro. Ciò che obietto è che debba diventare un obbligo e che per riuscirci si debba per forza seguire quell’unica strada suggerita da altri.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, per quanto esistano sicuramente delle pratiche che più di altre facilitano il raggiungimento del successo (parola che di per sé ha un significato soggettivo), non è affatto vero che questo non si possa raggiungere seguendone altre o, addirittura, creandone di nuove che nessun altro ha usato prima. Anzi, è proprio vero il contrario. D’altronde, l’autoeditoria contemporanea stessa esiste perché qualcuno (ben più di qualcuno!) ha deciso che la strada proposta dall’editoria tradizionale non faceva per lui e ha iniziato a costruirne una tutta sua.

L’autoeditoria non è certo una scienza esatta. Include una miriade di variabili, che sono incarnate da altrettante persone che se ne occupano e dai loro libri. Cercare di applicare a tutto ciò un unico metodo è semplicemente sbagliato. Il fatto che per un certo numero di persone funzioni non ne conferma l’esattezza assoluta, soprattutto se si considera che tale numero tende a essere una piccola porzione di chi tenta di applicarlo.
E allora il problema dov’è? Quelli che non riescono non sono abbastanza bravi? Non hanno abbastanza talento? Non si impegnano abbastanza? O il problema è forse nel metodo?

Nel libro di Becca Syme tutto parte da un concetto: smetti di accettare la premessa.
A chi si lamenta di non essere in grado di pubblicare un libro al mese, e quindi di conseguenza non potersi permettere di diventare un autore a tempo pieno, la Syme risponde: “Ma devi davvero pubblicare un libro al mese per diventare un autore a tempo pieno? E, soprattutto, devi davvero diventare un autore a tempo pieno?”

Il problema può essere a volte il metodo, altre volte può essere la persona, ma spesso il problema è l’obiettivo, che è sbagliato per quella determinata persona.

Mettere in discussione la premessa ci consente di guardare il problema da una prospettiva diversa e talvolta persino renderci conto che non esiste veramente alcun problema. Siamo noi a crearlo nel voler essere come gli altri o, almeno, come quelli che hanno successo come autoeditori grazie a certi risultati raggiunti con determinati metodi, dimenticandoci che noi non siamo come loro. Nessun autoeditore è uguale a un altro. La verità spesso è che, se mai raggiungessimo quel loro particolare successo, potremmo finire per non apprezzarlo per vari motivi, quali: non abbiamo pubblicato i libri che volevamo scrivere, non siamo abbastanza fieri dei nostri libri, siamo stressati e quindi non in grado di goderci questo agognato successo, viviamo di scrittura, ma alla fine la scrittura non ci lascia tempo per vivere, e così via.

È davvero successo, se non ci rende felici?
Secondo me, no.

Questo concetto è sicuramente applicabile a qualsiasi tipo di mestiere, ma nel caso dell’autoeditoria è ancora più importante, poiché è davvero raro che qualcuno decida di intraprendere questa strada come unica scelta lavorativa, soprattutto qui in Italia, dove, viste le dimensioni ridotte del mercato editoriale, vivere di scrittura è estremamente difficile e comunque non ci si aspetta di diventare ricchi nel farlo.
La maggior parte degli autoeditori ha un altro lavoro o vive in una condizione economica tale per cui si può permettere di non avere un ritorno economico sul breve termine dalla propria attività editoriale. È sicuramente desiderabile che questo mestiere diventi un’importante fonte di reddito o magari addirittura la principale, ma non è certo obbligatorio.

Avere l’ambizione di portare la propria attività a un livello superiore è sicuramente una bella cosa, ma tale ambizione deve fare i conti con la realtà. E la realtà è che certi bravissimi scrittori, cioè persone di talento, non sono fatte per pubblicare più di un libro l’anno. Se quindi pubblicare molto spesso è una condizione essenziale per essere autoeditori a tempo pieno, allora non fa per loro. Ciò non sminuisce il valore dei libri che scrivono o dell’impegno che mettono per pubblicare dei prodotti di qualità e promuoverli.
Ma ci sono autoeditori che pubblicano un libro l’anno e vivono di questo. Quindi la condizione di cui parlavo prima non è affatto essenziale. D’altra parte, noi non siamo loro. Potremmo raggiungere lo stesso risultato facendo cose diverse oppure non riuscirci mai facendo anche le stesse cose e avendo lo stesso talento scrittorio. Le variabili sono così tale che la nostra capacità di controllo è limitata.

Writing coach come la Syme aiutano gli scrittori, inclusi gli autoeditori, a mettere a fuoco qual è la loro dimensione, a individuare il modo di dedicarsi alla scrittura che li fa sentire realizzati, che permette loro di scrivere e pubblicare i libri migliori possibili e di cui sono fieri e, soprattutto, che li fa stare bene, anche se ciò implica non raggiungere i risultati di altri. E, mettendo di volta in volta in discussione le premesse, può addirittura capitare che si rendano conto che non sono interessati a essere autoeditori, o che non importa se pubblicheranno mai i loro libri o addirittura che in fondo possono addirittura abbandonare la scrittura, se a causa di essa non stanno bene.

Ovviamente, né il libro né questo articolo è un invito a smettere di scrivere, bensì a guardarci dentro e prendere il controllo del nostro rapporto con la scrittura e la pubblicazione.

Nel suo libro la Syme elenca un bel po’ di cose da prendere in considerazione in questa sorta di analisi di coscienza.
Vediamone alcune.

1) Smetti di pensare nel vuoto.
Se c’è qualcosa che non funziona, di solito esiste un motivo. Ciò vale anche per la scrittura. Se non riusciamo ad andare avanti nella scrittura di un libro o se qualcosa non funziona in qualsiasi aspetto che riguarda la nostra attività di autoeditore, è inutile cercare una soluzione se non abbiamo individuato la causa. E le cause possono essere varie. La mancanza di “ispirazione”, laddove in passato quella non era mai mancata, può essere dovuta a qualcosa che non va bene nel luogo in cui viviamo, nella nostra salute, nel fatto di aver scelto di scrivere un libro nel genere sbagliato, nel fatto di non aver pensato abbastanza alla storia da essere pronti a scriverla, e così via all’infinito. Un motivo c’è sempre. Va solo individuato e risolto.

2) Smetti di cambiare tutto.
È normale essere ambiziosi e voler migliorare, ma non si può pretendere di modificare radicalmente il nostro modo di dedicarci all’autoeditoria tutto in una volta. La giornate sono fatte sempre di ventiquattro ore. Le nostre abitudini sono fortemente radicate in noi. Se vogliamo apportare dei cambiamenti e sperare di riuscirci, devono essere graduali e calati nella realtà di tutti i giorni in cui viviamo.

3) Smetti di cercare di essere come tutti gli altri.
Siamo tutti diversi e non possiamo farci nulla. Altre persone riescono meglio di noi nello scrivere migliaia di parole al giorno con costanza, avendo sempre nuove storie da narrare, e nel contempo a gestire tutto il resto dell’attività di autoeditore con apparente semplicità e riuscendo addirittura ad avere successo, sia a livello di visibilità che economico.
Se noi non riusciamo ad avere successo, non è che siano negati o meno bravi, sia nel caso che abbiamo tempo o modo di fare le stesse cose o che non lo abbiamo. Significa solo che noi siamo fatti per intraprendere un percorso diverso, che magari porterà agli stessi risultati oppure no, ma che di certo ci può dare più soddisfazione rispetto al tentare di imitare gli altri senza riuscirci.

4) Smetti di ignorare i tuoi automatismi.
Qui mi riferisco alle cose che facciano in automatico e a causa delle quali perdiamo un sacco di tempo. Un esempio classico è quello che ci mettiamo davanti al PC per scrivere, ma automaticamente andiamo a controllare la posta e diamo un’occhiata veloce (sì, come no?) ai social network, e senza renderci conto finiamo in un vortice da cui ci risvegliamo ore dopo senza aver fatto nulla.
Ecco, non so a voi, ma a me è capitato spesso. Ignorare che questo sia un problema è sbagliato. Dobbiamo cercare di individuare questi automatismi che si frappongono fra di noi e il risultato che vogliamo ottenere e trovare il modo di gestirli. È chiaro che ciò vale solo se noi vogliamo ottenere davvero quel risultato (cioè se questa premessa è vera). In caso contrario, potrebbe essere solo un modo con cui il nostro subconscio ci dice che dovremmo semplicemente dedicarci ad altro.

5) Smetti di aspettarti che sia facile.
L’autoeditoria non è una scorciatoia. È la strada più difficile. Come ho già detto altrove, se ti sembra facile, stai sbagliando qualcosa.

6) Smetti di concentrarti sulle tue debolezze.
I lettori che amano i nostri libri se ne fregano delle nostre debolezze. Li amano per i nostri punti di forza. Quindi è su questi che dobbiamo concentrarci.
È ovvio che dovremmo aspirare anche a migliorarci, ma focalizzarci solo su ciò in cui non siamo proprio bravissimi ha solo l’effetto di avvilirci e di bloccarci. Ciò si traduce in un consiglio molto semplice: smetti di leggere le recensioni negative di qualsiasi Pinco Pallino che ha letto il libro sbagliato e concentrati su quelle positive, poiché vengono dal tuo lettore target (quello che comprerà tutti i tuoi libri) e mettono in luce i tuoi talenti (grazie ai quali altri lettori come lui o lei ti apprezzeranno).

7) Smetti di ignorare il passato.
Se veniamo messi di fronte a qualche metodo o suggerimento, nell’ambito della nostra attività di autoeditore, che sembra portare al risultato sperato la persona che l’ha suggerito, assicuriamoci che non vada in contrasto con ciò che siamo abituati a fare e che per noi funziona.
Se ci dicono che fare un’outline (scaletta delle scene) rende lo scrivere più semplice, mentre noi finora non l’abbiamo mai usata, poi non stupiamoci se, dopo averne creata una, non siamo in grado di scrivere quel libro. Se ci dicono che dobbiamo scrivere minimo 2000 parole al giorno, quando in passato ne scrivevamo 500 al massimo, non stupiamoci se non riusciamo a raggiungere quell’obiettivo o addirittura se per via della pressione che poniamo su noi stessi non arriviamo neppure a 200 parole.

8) Smetti di andare verso l’esaurimento.
Questo argomento mi è molto caro, poiché negli anni mi è capitato più di una volta che, presa dalle scadenze e dal desiderio di fare tutto e di farlo bene, mi sono ritrovata a lavorare tutti i giorni, senza distinguere tra sabati, domeniche e altri festivi, dormendo poco e arrivando alla pubblicazione di un libro letteralmente stremata.
Ma ne vale davvero la pena? La risposta è un categorico no! E bisogna fare di tutto per evitare di rischiare un esaurimento nervoso per scrivere o pubblicare un libro, tanto più che sappiamo che non c’è certezza di un suo eventuale successo che ripaghi i nostri sforzi.
Bisogna imparare a programmare le proprie attività, lasciando il giusto spazio a noi stessi e al nostro benessere. E, appena si ha il sentore che stiamo precipitando verso una condizione di esaurimento, dobbiamo fermarci, prendere fiato e riprogrammare. Ne va della nostra salute.

9) Smetti di avere delle aspettative che sai di non poter soddisfare.
Questo concetto si lega al precedente. Bisogna essere realistici nella programmazione del proprio tempo, ma anche nell’indirizzare correttamente gli sforzi dettati dall’ambizione.
Va bene avere degli obiettivi, ma nel definirli bisogna distinguere ciò su cui abbiamo il controllo da ciò che ne è al di fuori. Possiamo in parte controllare quanti libri scriviamo e quanti ne pubblichiamo (compatibilmente alle nostre capacità), ma non possiamo pretendere di imporci obiettivi che riguardano aspetti incontrollabili come il vendere un certo numero di libri o l’incassare una certa cifra annua oppure ottenere un certo numero di recensioni o essere invitati a partecipare a un certo numero di eventi e così via.
D’altra parte, anche riguardo a quanti libri scrivere e pubblicare in un certo lasso di tempo, non sempre ciò che siamo riusciti a fare finora può essere ripetuto. Se in passato abbiamo avuto tante idee su cui scrivere, non è detto che sarà così in futuro. Se in passato ci siamo trovati bene a scrivere con una certa frequenza, può essere che altri aspetti della nostra vita alterino questa situazione e ci impediscano di mantenere lo stesso passo.
Insomma, non diamo nulla per scontato e cerchiamo ogni volta di puntare verso obiettivi realistici.

Mi fermo qui, perché altrimenti questo articolo non finisce più. I punti rimanenti includono cose come: smetti di ignorare la realtà, smetti di lasciarti guidare dalla paura e smetti di prepararti e spara (cioè pubblica quel dannato libro). Per approfondire, se leggete in inglese, vi consiglio di dare un’occhiata al libro della Syme. È davvero ottimo.
In generale, comunque, tutto gira intorno al non dare nulla per scontato, al farsi delle domande anche sulle premesse e a ricordarsi che ognuno di noi deve trovare la propria strada. Va bene guardarsi intorno, studiare ciò che fanno gli altri, ma poi si deve smontare tutto quello che si è appreso nei suoi elementi di base e ricostruirlo in un modo specifico per noi.

Ho detto prima che sono d’accordo col 99% di quello che Becca Syme ha scritto nel libro. Vi chiederete su cosa la penso diversamente.
La Syme dice che “Facebook non è tuo amico”, il che è ovviamente vero, e tra le varie cose suggerisce di non mettere mano al telefono appena ci si sveglia per controllare i messaggi e le notifiche.
Ecco qui io, basandomi sui suoi insegnamenti, mi sono posta una domanda: perché non dovrei farlo?
La verità è che io, per una serie di motivi, devo controllare la posta e le notifiche appena mi sveglio, poiché potrei trovare un messaggio dei miei genitori o del mio compagno, una mail o una notifica di un lavoro legato all’altra mia attività professionale (sono una traduttrice) e così via. Insomma, devo riconnettermi con il mondo e sbrigare un po’ di cose prima di potermi concentrare in qualsiasi aspetto che riguarda l’autoeditoria. Non mi posso permettere il lusso di ignorare tutto e tutti per chissà quante ore. Anzi, l’ideale per me è liberarmi di piccole scocciature e riorganizzare il resto addirittura prima di fare colazione. In passato però succedeva che, per farlo, dovevo mettermi davanti al computer e finivo per passarci delle ore, prima che i morsi della fame mi ricordassero che non avevo ancora messo nulla sotto i denti. Adesso, invece, apro gli occhi e prendo subito il cellulare. Ancora sdraiata nel letto, sfrutto la luce dello schermo per svegliarmi completamente, invece di girarmi dall’altra parte e riprendere a dormire (!), mentre nel giro di circa mezz’ora controllo tutte le mail e tutti i social network (non ci metto di più, perché dopo un po’ mi fa male il braccio), rispondo a qualche messaggio, scrivo qualche commento, scambio un paio di frasi con i miei familiari e amici, quindi mi alzo, faccio colazione (guardando nel contempo una puntata di una serie tv) e, quando finalmente mi metto davanti al PC, non ho più la scusa di dover controllare chissà cosa e mi posso mettere a lavorare.

Questo è il classico esempio di una cosa che può essere deleteria per altri, mentre per me funziona. E ciò accade perché la mia strada personale nell’autoeditoria (e nella vita) è diversa da quella di chiunque altro.

Avete mai messo in discussione le premesse dei suggerimenti che ricevete?
Se non lo avete mai fatto, provateci. Magari poi vi rendete conto che sono solide, ma talvolta potrebbe non essere così.
Se lo avete fatto, mi piacerebbe sentire le vostre storie nei commenti (qui o sui vari social network).

L’importanza del definire la propria unicità come autoeditore è un argomento centrale del mio libro “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore”, come pure il fatto che non esistono formule magiche (lo dico anche nella premessa). Al suo interno faccio una netta distinzione tra i fatti (che riguardano, per esempio, gli standard di qualità o il funzionamento delle piattaforme di pubblicazione) e i suggerimenti (che riguardano, per esempio, come creare e gestire la propria presenza online).
D’altronde, se esistesse un solo modo giusto per fare le cose, oramai tutti lo conoscerebbero, lo seguirebbero e tutti avrebbero successo, ma ovviamente non è così.

Per saperne di più sul mio libro, vi invito a dare occhiata al minisito a esso dedicato: www.anakina.net/selfpublishinglab

Il libro è acquistabile nei seguenti retailer:

Amazon: https://amzn.to/2WZsHkc (anche in edizione cartacea)
Giunti al Punto: https://bit.ly/SPLABgap (anche in edizione cartacea)
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Mondadori Store: https://bit.ly/SPLABms
laFeltrinelli: https://bit.ly/SPLABlf
Smashwords: https://bit.ly/SPLabsw
Scribd: https://bit.ly/SPLABSc

L’edizione ebook è infine acquistabile in Svizzera tramite l’ereader Tolino.

Qualche giorno fa è uscita l’ultima newsletter di Self-publishing News, in cui sono riportate le ultime novità sull’autoeditoria, che verranno inserite nel prossimo aggiornamento del libro.

La data dell’ultimo aggiornamento è sempre indicata nel minisito o nella pagina del prodotto del libro nel rispettivo retailer.

Se avete già acquistato il libro, come al solito, tramite la newsletter o il gruppo dedicato su Facebook (indicato all’interno del libro), vi indicherò le modifiche e come ottenere la versione aggiornata in ebook (epub, mobi) o file pdf stampabile.

Se non siete ancora iscritti alla mailing list, vi consiglio di farlo a questo link o nel riquadro sottostante.

Dopo l’iscrizione, per cui è necessario che seguiate le istruzioni sulla mail di conferma, riceverete due messaggi di presentazione. Vi basta rispondere a uno di essi per richiedere esplicitamente di vedere l’ultima newsletter pubblicata e io vi invierò il link alla versione web. Inoltre, da quel momento in poi riceverete tutti i successivi messaggi, che invierò solo quando effettivamente avrò qualche notizia interessante o dei suggerimenti utili da darvi.

I contenuti della newsletter sono esclusivi e non saranno riportati in questo blog.

[I link ad Amazon contenuti in questa pagina fanno parte del programma di affiliazione e mi fanno guadagnare una piccola percentuale sull’eventuale acquisto.]

Informazioni e notizie sul mestiere dell’autoeditore

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Rita Carla Francesca Monticelli

Rita Carla Francesca Monticelli

Italian science fiction & thriller author, scientific & literary translator, biologist, science communicator, dreamer. 🇮🇹: www.anakina.net EN: www.anakina.eu

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