1. Piero

«Madonna, commissa’, io una cosa così non l’avevo mai vista…»
«Beato te, Mancuso. A me ne sono passate davanti agli occhi almeno una decina».
Il morto era rannicchiato a pancia in sotto sul muraglione del Tevere, a pochi metri da Ponte Milvio, avvolto in un gessato bluette apparentemente economico e sicuramente di dubbio gusto. A occhio e croce una sessantina d’anni, calvo, la bocca spalancata, un occhio chiuso e l’altro mezzo aperto. L’aveva ritrovato un tizio che faceva footing alle cinque e mezza del mattino. Ora erano le sette in punto, e il commissario Piero Scaglia accendeva la quinta sigaretta della giornata. Più che il cadavere, a lasciarlo perplesso era il fatto che la gente si divertisse andandosene a correre praticamente di notte. I veri misteri, altro che omicidi.
«Cioè, gli fanno ‘sto buco in testa…»
«…e si prendono quello che c’è dentro. Sì, più o meno funziona così».
«Gesù».
«Be’, Mancu’, dubito fortemente che dentro ci fosse proprio Gesù. Sicuro però c’era roba che valeva parecchio. L’abbiamo identificato, ‘sto disgraziato?»
«Sì. Si chiamava Antonio Del Rosso, dai documenti che gli abbiamo trovato in tasca pare che fosse un avvocato».
«Uno grosso? »
«Su questo non sappiamo ancora niente, ma a giudicare dalla qualità del vestito non ha l’aria di un principe del foro».
«Ok. Avvocato di mezza tacca, quindi su due piedi direi codici, e manco troppi. Roba di qualche migliaio di euro. A quanto pare qualcuno ha iniziato a succhiare pure per quattro soldi».
«Succhiare in che senso, commissa’?»
Mancuso aveva l’espressione di un analfabeta che sta cercando di decifrare dei geroglifici alieni. Sempre più impreparati, glieli mandavano. Nucleo speciale “brainstorm” una minchia.
«Mancu’, ma come in che senso? Cristo, tu l’hai capito o non l’hai capito che cazzo facciamo qua?»
Il commissario Scaglia, un metro e novantadue di cristiano per centosedici chili di peso, di prima mattina ragionava con una certa difficoltà. Il che sfociava spesso in un istintivo tentativo di compensazione attraverso fulminei accessi d’ira con annesso turpiloquio d’ordinanza.
«Mi hanno trasferito a Roma l’altroieri, commissa’, con poco preavviso…»
«Vabbe’, lasciamo perdere, sempre peggio andiamo. Succhiare, tirare fuori i dati dal cervello. Le app, ce le hai presenti le app vero?»
«Con tutto il rispetto, commissa’, per chi mi ha preso? Mica sono cretino o vengo da un altro pianeta eh…»
«Ecco, bravo. Allora se non vieni da un altro pianeta saprai che alcune di queste app valgono un fottio, no?»
«Eccome non lo so? Dicono milioni di euro, anche. Tipo quella che ci hanno in due in tutto il mondo e che c’è dentro tutta la storia antica dell’Africa…»
«Oh, Mancu’, non è che mo mi devi ripetere la lezioncina a pappagallo eh? Facciamo che hai studiato, dieci e lode».
«Veramente l’avevo letto su Focus…»
«Ecco, su Focus. Meglio del cazzo stiamo. Comunque funziona così: ci sono questi fenomeni del computer, ‘sti nerd, che a un certo punto si sono fatti passare il nerdismo e hanno iniziato a sequestrare chi ci ha in testa le app più costose. Gli fanno dietro la nuca il buco che vedi, ci infilano dentro un cavo e se le prendono. Le succhiano, diciamo noi. Poi le spacchettano e le rivendono al mercato nero».
«Vabbe’, ma perché ammazzarli?»
«Perché per tirare fuori dal cervello i dati che ci sono bisognerebbe passare per la connessione wireless, quella “ufficiale” diciamo. Che è, come si dice, inviolabile. Quadrupla criptazione. La incasinano, insomma. Allora bisogna ficcare un cavo nel cervello. Che è una manovra, come dire, piuttosto invasiva».
«Cioè il soggetto muore…»
«Tu che dici, Mancu’, questo ti pare vivo?”
Mancuso avrà avuto sì e no ventitré, ventiquattro anni. Capelli neri tirati su con la gelatina in una specie di ciuffetto moscio, pizzo con baffo laterale filiforme, marcato accento campano. Occhi vispi, pensò Piero, a dispetto del fatto che evidentemente fino a una settimana prima faceva i posti di blocco su qualche tangenziale per sequestrare i motorini truccati.
«Quindi lei ne ha visti già molti, commissa’?»
«Di morti ammazzati così? Te l’ho detto, una decina. Soprattutto tecnici di alto livello. Un compositore. Un paio di medici. Gente che aveva nel cervello roba di valore. Milioni. Questo sarebbe il primo che fanno secco per un pugno di codici. Che costano, per carità, ma non cifre del genere».
«Ammesso che lo abbiano ammazzato per quelli… Magari ci aveva qualcosa che non sappiamo e che valeva più dei codici».
«Eccerto, a quello pensavo. Anche se di solito chi si è fatto installare cose costose va in giro con le guardie del corpo. E questo a occhio non mi pare uno coi soldi in tasca né per comprare roba costosa né per pagarsi i gorilla. Vediamo di capire un po’ che tipo era, che clienti aveva, che giro frequentava, non si sa mai».
«Ci penso io, commissa’. Sarò impreparato su quelli che succhiano, ma questo modestamente è il campo mio!»
L’accento strascicato sulla prima “e” di “modestamente” strappò un sorriso a Scaglia. Il primo da quando lo avevano buttato giù dal letto senza manco il tempo di un caffè.
«E vediamo ‘sto detective all’opera, va’. Tienimi aggiornato».
«Io ne ho conosciute sei o sette, commissa’…»
«Di chi?»
«Di persone che ci avevano le app…»
«Ah sì, nientedimeno?” Catapultato a Roma direttamente dal paesello, pensò Scaglia.
«Sì sì. Tutti ragazzi. Genitori coi soldi, così gli hanno fatto saltare tutto il liceo…»
«Be’, da queste parti non è un fatto così inusuale…»
«Lo so, lo so. Ce le hanno in tanti a Roma, eh?»
«Diciamo che sta diventando una cosa pop. Cioè, significa che è un fatto…».
 «…molto diffuso. Commissa’, non è che siccome vengo dalla provincia lei mi ha preso per un bifolco, eh?»
«Touché. È il sonno».
«Si figuri, puntualizzavo. E mo non cerchi di spiegarmi pure che vuol dire touché, per cortesia. Ma per esempio, lei ce le ha? »
«Cosa?»
«Le app nel cervello».
«È rilevante? »
«No, è solo curiosità».
«Ecco, impara a tenerla a bada, la curiosità».
«Mi scusi».
Scaglia accese un’altra sigaretta, si accorse che era l’ultima, accartocciò il pacchetto. Col procedere della mattinata iniziava a ragionare meglio, ché altrimenti gli avrebbe detto direttamente di farsi i cazzi suoi. L’aria si era fatta piacevolmente tiepida. Il sole proiettava sul Tevere riflessi rosa. Cadavere a parte, la giornata prometteva bene.
«La accompagno, commissa’?»
«No, grazie, ho la moto. Comunque, le avevo».
«Aveva cosa?»
«Le app».
«Ah. E adesso non ce le ha più?»
«È una storia lunga, un giorno o l’altro te la racconto. Ora fai portare via ‘sto disgraziato. Ci vediamo al comando tra un paio d’ore».
«Se vuole posso essere là tra venti minuti, eh».
«Col cazzo, prima devo andare a fare colazione».
Per ricominciare a ragionare del tutto ci voleva il caffè.