6. Angelo

Metilparaben
Jan 7, 2016 · 5 min read

Dopo essersene andato da Ponte Milvio il commissario Scaglia si era fermato in un baretto per il caffè, dopo il caffè si era mangiato due cornetti e poi aveva ordinato un altro espresso. Quindi aveva aperto il pacchetto di sigarette appena comprato, ne aveva accesa una e se n’era rimasto là, seduto al fresco a pensare.
La faccenda lo convinceva poco. E quando era poco convinto Scaglia restava come sospeso. Spento, si sarebbe detto guardandolo. Una specie di gigante che guardava nel vuoto, con l’aria assorta al limite del bovino, la cui unica attività percepibile pareva quella di sbuffare ritmicamente il fumo fuori dalle narici e sbattere le palpebre di tanto in tanto.
Non gli tornava, l’omuncolo sciatto col buco in testa. I buchi in testa si facevano ai ricchi, non agli azzeccagarbugli che a dire tanto si occupavano di cause condominiali. Per prendere cosa, poi, la versione lite di WikiSense?
C’era qualcosa che gli sfuggiva. Qualcosa di importante che avrebbe approfondito in ufficio di lì a qualche ora. Però gli piaceva prolungarla, quella fase di indeterminatezza. Prima degli accertamenti, dei dati, dei riscontri. Gli piaceva lasciarsi girare in testa ipotesi astruse, osservarle una per una e scartarle, fino a sentire in testa quella sensazione di vuoto pneumatico che gli confermava la necessità di alzarsi e mettersi al lavoro. Più di una volta aveva pensato che fosse proprio il sollievo di percepire quel vuoto a fargli piacere tanto il suo lavoro. Gli dava un senso di libertà quasi impossibile da spiegare, oltre a una dipendenza che diventava sempre più pressante col passare degli anni. Quel giorno il vuoto arrivò verso mezzogiorno e mezza, dopo quattro caffè e un numero indeterminato di sigarette. Scaglia fece un respiro profondo, si alzò con calma, si infilò il casco in testa, si accartocciò sulla moto e si diresse al comando.
Trovò Mancuso in piedi davanti alla porta dell’ufficio con un mazzetto di fogli in mano.
«Commissario, finalmente!»
«Ti hanno messo di piantone, Mancu’?»
«No, la aspettavo per…»
«Potevi aspettarmi dentro, no? Quant’è che stai qua a fare la bella statuina?»
«È che ci sono…»
«…delle novità. E meno male. Che dici, ce le raccontiamo seduti o restiamo in corridoio?».
Le “novità” sancivano sempre la fine del vuoto. E di conseguenza la loro comparsa sulla scena provocava in Scaglia una lieve ma pungente irritazione, che tuttavia tendeva a evaporare in qualche minuto. E’ la prassi, Mancu’, ti ci abituerai pure tu.
«Allora, accertamenti sul tipo?»
«Si chiamava Angelo Provenzano. Celibe, una casetta in affitto nella fascia C, attività telematica e niente studio».
«Insomma, un disgraziato».
«Più o meno. Pare si occupasse soprattutto di cause condominiali».
Cause condominiali. Scaglia sorrise. Ci aveva preso, davanti al caffè.
«Altre notizie?»
«Poche. Per ora non è venuto fuori nessun parente, e dalla perquisizione dell’appartamento non è emerso niente di particolare…»
«Tranne?»
«Ecco, tranne… Ma scusi, lei come lo sapeva?»
«Che c’era un tranne?»
«Essì…»
«Mancu’, a questo gli hanno succhiato il cervello con un cavo da batteria, è roba che di solito fanno a gente con cui uno così non ha mai nemmeno parlato. Manco un tranne vuoi che ci sia?»
«Eh, ha ragione, commissa’…»
«Lo so che ho ragione. Quindi, tranne?»
«Abbiamo passato la sua multicard nel lettore, quello univ…»
«Grazie della notizia, Mancu’, abbiamo un lettore di multicard universale. Non so come dirtelo ma sapevo pure questo, pensa un po’ te. Adesso, per pietà, vuoi dirmi che cazzo avete trovato?»
«Viaggi. Era uno che viaggiava molto. E andava pure lontano…»
«Lontano quanto? E quante volte?»
«Tre volte nell’ultimo anno. E sedici negli ultimi sei anni. Soprattutto Cina. Otto volte. Ma anche Daesh, cinque volte. Poi una volta Corea, una volta Russia e l’altra… aspetti che vedo…»
«Vabbe’, vabbe’, poi me la dici l’altra. Otto volte in Cina… Un po’ inconsueto per uno che vive in fascia C, no?»
«Parecchio. Soprattutto per il costo. Allora mi è venuto in mente che io avevo un cugino di secondo grado che…»
«Aspetta, Mancu’, poi mi dici di tuo cugino. Dati sui pagamenti dei biglietti?»
«Eh, tutti in… come si dice…bit…».
«Bitcoin. Quindi non tracciabili. Abbiamo un ometto misterioso, mi pare…»
«Abbastanza. Infatti le stavo dicendo di quel cugino…»
«Vediamo se si riesce a scavare qualcosa nelle transazioni. Non tutte, anche una o due, tanto per farci un’idea».
«Già fatto, ho mandato tutto ai tecnici. Però le dicevo…»
«… di tuo cugino, ho capito. Mancu’, abbi pazienza, ti pare il momento degli aneddoti?»
«Commissa’, però scusi eh, se lei non mi sta a sentire io che ci sto a fare qua?»
«Come sarebbe che non ti sto a sentire?»
«Ennò, non mi sta a sentire. Se le dico di mio cugino ci sarà un motivo, no?»
Scaglia sospirò. Pure l’aiutante chiacchierone, gli ci mancava.
«E sentiamo ‘sto cugino allora, forza…»
«Allora, pure quel mio cugino faceva un sacco di viaggi. E nessuno capiva come se li pagava. Manco i genitori, che tra l’altro li ha fatti disperare per una vita, pace all’anima loro, perché era un tipo un po’ turbolento come si dice. Sa, brutte amicizie, gioco d’azzardo… Vabbe’, insomma, alla fine è venuto fuori che ‘sti viaggi mica li pagava lui, ma glieli pagavano…»
«Assì? E chi glieli pagava?»
«Gente per cui portava cose. Roba».
«Un corriere».
«Sì. Di psicodroghe. L’hanno beccato in aeroporto, le teneva dentro certi… come si dice…»
«Innesti. Ammazza, Mancu’, che bella famiglia…»
«Era un cugino di secondo grado, gliel’ho detto. Eppoi tutti ci abbiamo in famiglia qualche pecora nera. Specie dalle parti mie, che ci hanno messo tutti in fascia D senza manco…»
«Per l’amor di dio, mo mica mi farai il pistolotto politico, eh?»
«No, commissa’, ci mancherebbe. Comunque, come dice lei erano innesti. Sottocutanei».
«Quindi tu dici che il nostro amico, qua…»
«…magari viaggiava per conto di qualcuno».
«Avete già controllato…»
«Nessun segno di innesto. Niente droga. Ma magari portava roba diversa…»
«Tipo?»
«Tipo le app. Ho letto su Focus che ne fanno di clandestine, insomma di non ufficiali, specialmente in oriente. E che di solito le fanno passare nascoste dentro ai bagagli…»
«E quindi tu dici…»
«…che può darsi invece di nasconderle gliele mettevano nel cervello laggiù in Cina, o Daesh, e poi quando tornava…»
«…se le riprendevano».
«Ecco».
«Ho capito. Ma se uno fa il corriere perché succhiarlo e fare il morto? Bastava usare il wi-fi, no?»
«Sì, ma magari stavolta qualcosa gli è andata storta. Che ne so, forse voleva più soldi, oppure non si sono messi d’accordo…»
Non era per niente stupida, l’idea di Mancuso. Focus o non Focus, filava.
«Mancu’, lo sai che può essere? Abbiamo provato a tirare fuori un log delle installazioni sul chip cerebrale?»
«Ci avevo pensato, commissa’. Cioè, non sapevo che si chiamasse log, ma insomma uno “storico” come si dice…»
«Sì, quello. L’abbiamo fatto?»
«E questo è il guaio. Il log non si può fare perché il chip non c’è più. Gliel’hanno tolto».
«Cioè il buco…»
«Non è stato fatto solo per il “succhio”. Gli hanno proprio portato via un pezzo di cervello».
«Come per impedire…»
«…che vedessimo cosa c’era stato dentro. Mi pareva strano. È per questo che ho pensato a mio cugino e alla faccenda del corriere».
«E bravo Mancuso. Sei un ragazzetto sveglio».
«Vabbe’, commissa’, ragazzetto… Ho ventisei anni, eh? Comunque grazie. Come procediamo adesso?»
Scaglia non rispose. All’improvviso si era come incantato a guardare il muro. Forse gli ci voleva qualche altro minuto di vuoto. Quando apri bocca, dopo un paio di minuti buoni, le parole gli uscirono lente, scandite.
«Non lo so, Mancu’. Proprio non lo so».

Sense: il romanzo

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