7. Paolo e Chiara

Metilparaben
Jan 11, 2016 · 4 min read

«Vabbe’, adesso smettila di pensarci, alla fine è un esame in meno».
«…e un altro passo verso la presa di coscienza definitiva della mia mediocrità…»
«E insiste… falla finita, Tere’, stiamo tutti sulla stessa barca».
Paolo e Chiara erano gli unici colleghi con cui Teresa avesse legato in tre anni di università, e casa loro era diventata per lei una specie di rifugio: soprattutto in serate come quella, in cui tornare a litigare coi suoi era fuori discussione. Tutti e due fuori sede, tutti e due di estrazione modesta, tutti e due iscritti grazie a una borsa di studio. Siamo finiti insieme per una questione di mutuo sostegno, aveva detto una volta lui scherzando. Ma al di là degli scherzi il fatto era che loro non potevano permetterseli, i ventuno: una media sotto il ventotto e mezzo avrebbe comportato automaticamente l’obbligo di pagare la retta, cosa che non avrebbero potuto minimamente permettersi. Già l’affitto di quell’appartamento (quella topaia, avrebbe detto la madre di Teresa se solo l’avesse vista) in fascia D era una specie di lusso. Per cui stessa barca un cazzo. Chissà come l’avrebbero presa, se avessero saputo che lei si faceva cancellare le app comprate dal padre. Le avessero avute loro se le sarebbero tenute strette. Garantito.
«Dai, bicchiere di vino, così brindiamo alla nostra amica mediocre!»
Chiara aveva una strana bellezza. Piccola, pallida, magra come un giunco, viso spigoloso e capelli color cenere sempre legati con una coda che lasciava scoperta la nuca. Vista un pezzo alla volta la si sarebbe detta bruttina, ma l’insieme, in modo misterioso, restituiva la sensazione di una sensualità decisa, a tratti prorompente.
«E famose ‘sto bicchiere, va’».
Paolo si avvicinò con la bottiglia aperta in mano, iniziò a versarle il vino e tutti e tre si ritrovarono vicini intorno al tavolo. Fu in quel momento che Teresa lo sentì. Una specie di calore morbido nella testa. In sottofondo l’audio della partita che usciva dal portatile appoggiato sulla libreria dava conto dell’assedio della JuvInter nei confronti di una squadra norvegese (svedese? islandese?) con un nome astruso, che il telecronista pronunciava ogni volta in modo diverso. Il calore crebbe e diventò una vampata, il rumore del vino versato nel bicchiere si amplificò fino a coprire quasi tutto il resto. Teresa chiuse gli occhi come per fermare una vertigine.
«Ehi, stai bene?»
Devo smetterla con le disinstallazioni, pensò, mentre Paolo aveva posato la bottiglia sul tavolo e le aveva passato un braccio intorno ai fianchi, come se si aspettasse di vederla cascare per terra da un momento all’altro.
«Stai bene?», ripeté lui. Teresa inspirò, spalancò gli occhi sul suo avambraccio ricoperto di peli neri e fu investita da un’immagine di loro due, Paolo e Chiara, sdraiati sul tappeto a chiacchierare e a ridere. Scopiamoci Teresa, dicevano. Scopiamocela insieme. Cioè, non è che lo dicessero proprio, ma si capiva, era come una frase sospesa nell’aria.
«Cristo, stai bene?»
Teresa si scosse. Li guardò tutti e due come se li vedesse per la prima volta. Abbozzò un sorriso.
«Niente, non è niente. Davvero. Un momento di stanchezza».
Stanchezza un cazzo. Un’allucinazione. Una fottuta allucinazione. I suoni intorno iniziavano a riprendere il loro livello normale. La JuvInter assediava ancora i norvegesi, sul cui nome il telecronista pareva ancora piuttosto incerto. Queste sono le partite che si perdono in contropiede al novantesimo, pensò Teresa, aggiungendo mentalmente un guarda te che cazzo vado a pensare in un momento così. Andava meglio, però. Il vino che Paolo aveva ricominciato a versare, se non altro, non suonava più come il rombo di una cascata.
«Va tutto bene, davvero».
Eppure la sensazione di calore nella testa non era del tutto svanita, ed era una sensazione completamente sconosciuta. Avvicinò il bicchiere alla bocca, si inumidì le labbra col vino. Doveva capire.
«Gesù, Tere, ci hai fatto prendere un colpo». Chiara era bianca per la paura. Tutti e due sembravano spaventatissimi, per la verità.
Teresa posò il bicchiere, con calma. Poi prese la mano di Chiara e se la mise sul seno. Lei sgranò gli occhi, ma non la ritrasse.
«Scopiamo?», disse Teresa, infilandosi la mano sotto la camicetta e girandosi a guardare Paolo. Lui restò immobile. Sorrideva con aria incredula, come se gli si fosse materializzata davanti agli occhi una scena su cui aveva fantasticato chissà quanto. Bingo?
«Scopiamo? Mi scopate?», ripeté lei, quasi sussurrando. Poi si girò e si incamminò verso la camera da letto, tenendo per mano Chiara che la seguiva docile. Capire, essere sicura. O impazzire del tutto.
Lui le andò dietro senza dire una parola. Dopo venti minuti erano tutti e tre sul letto, nudi.
Non fosse stato per i suoi stessi gemiti, Teresa avrebbe sentito la voce concitata del telecronista che annunciava il clamoroso gol del norvegesi dal nome impronunciabile. Al novantesimo.

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Metilparaben

Written by

Aka Alessandro Capriccioli

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