8. Epifan

A Mosca l’una di notte era passata da dodici minuti. Epifan Golubev, seduto con l’holo davanti agli occhi, spostava con movimenti leggeri e veloci delle dita le icone colorate che volteggiavano nell’aria. Faceva caldo, nel vecchio garage che aveva attrezzato a studio: Epifan lavorava a torso nudo, coi tatuaggi sulle spalle che si allungavano e si appiattivano ritmicamente seguendo il movimento delle braccia. Aveva cinquantun anni esatti, un lavoro da fotografo free lance e un passato turbolento. Prima di essere Epifan era stato Mahmud Al-Amin, commerciante di tessuti del Daesh, ma prima ancora si chiamava Emmerik Stern, nato a Lipsia nella primavera del 1985. Mente tra le più brillanti della sua generazione, si era laureato in ingegneria informatica giovanissimo, malgrado un carattere insofferente alla gerarchia e una precoce dipendenza dall’alcool. Subito dopo aveva iniziato a guadagnarsi da vivere nell’ambiente dell’hacking, fino a diventare una vera e propria leggenda dello spionaggio telematico. Nel 2022, quando il suo nome era ormai sulle blacklist di troppi governi e la terra gli bruciava sotto i piedi, Daesh gli aveva offerto un’identità nuova di zecca, con tanto di plastica facciale e ripigmentazione integrale, in cambio della sua collaborazione a quella che sarebbe passata alla storia come la grande vittoria sunnita nella Guerra Chimica Mondiale. Il suo sofisticato algoritmo di distribuzione delle tossine aerobiche aveva segnato la svolta in un conflitto che andava avanti da mesi: otto giorni dopo il primo attacco coordinato da Mahmud Al-Amin l’Europa era in ginocchio, mentre gli americani la abbandonavano a se stessa e si tiravano fuori dalla guerra per evitare il peggio. Nel 2024, dopo l’annessione della Turchia e il riconoscimento del Califfato da parte dell’ONU, gli erano state offerte una buonuscita molto generosa e la possibilità di una terza vita. Lui non aveva esitato a cogliere l’occasione. Seconda plastica facciale, seconda pigmentazione, una nuova identità con passaporto russo e la possibilità di lavorare a quello che sarebbe diventato il progetto della sua vita.
Epifan interruppe la danza delle mani davanti all’holo, avvertendo una punta di nostalgia per i vecchi tempi, i monitor, le tastiere. Altro che quegli ologrammi da checche. Si passò una mano tra i capelli bianchi, prese la bottiglia e mandò giù un sorso di birra ghiacciata. Sorrise. Ce n’erano pochissimi, come lui: individui superiori che avevano cambiato il corso degli eventi di questo insignificante pianeta e tuttavia non avrebbero ricevuto neanche una menzione nei libri di storia. Ma tra quei pochi lui era unico: tutte le meraviglie che aveva concepito nell’arco di una vita intera erano farina del suo sacco. Mai impiantato il chip cerebrale, mai installata un’app. Almeno fino a due ore prima.
Adesso la sua creatura, l’opera che gli era costata quasi quindici anni di lavoro, era chissà dove in giro per il mondo. E l’avrebbe cambiato radicalmente, il mondo, senza che nessuno conoscesse l’identità del suo autore. Quello, in fondo, era il suo karma. E tutto sommato andava bene così. Era stato perfino divertente, due settimane prima, spacciarsi per un intermediario qualsiasi, godersi l’alterigia sciatta dell’omuncolo che era venuto a fare lo scambio, consegnargli un foglietto spiegazzato coi codici del wallet per quel pagamento enorme, che nessuno avrebbe mai riscosso. Hai davanti uno che ha fatto la storia, coglione. Ce l’hai davanti e non lo sai.
Ora il dado era tratto. E lui era finalmente libero, sereno, senza più uno scopo. Le mani frugavano i file sempre più velocemente, accatastando da una parte le psicodroghe e dall’altra gli eseguibili che avrebbero completato il lavoro. Lui, Epifan Mahmud Emmerik, sarebbe scomparso dal pianeta così come ci aveva vissuto: senza lasciare traccia.
I file erano pronti. Si fermò, bevve un ultimo sorso di birra, poi cliccò sull’ologramma rosso davanti ai suoi occhi. Il conto alla rovescia partì. Abilitò il wi-fi, trascinò con leggerezza una cartella arancione nel simbolo blu a forma di esse in basso a destra. Le psicodroghe gli piombarono in testa, una dopo l’altra. Le assaporò, le sentì crescere, affollarsi, spingere. Poi, con un rumore sordo e liquido, il suo cervello implose. Seguirono quaranta secondi di silenzio perfetto, quindi esplose tutto il resto. Il segreto della sua creatura era morto con lui.