Prologo

Nella primavera del 2019 Android rilasciò il primo sistema operativo in grado di installare app cerebrali. Il software si chiamava Sense, e nella prima versione era in grado di far funzionare poche applicazioni semplici (una calcolatrice, un blocco note e una rudimentale agenda) che venivano gestite con comandi vocali e visualizzate nel quadrante in alto a sinistra del campo visivo.
Fu avviata una prima sperimentazione su novantasei volontari, ai quali venne installato il sistema operativo attraverso una connessione neurale.
Due soggetti morirono per emorragia cerebrale, rispettivamente dopo tre e cinque giorni. Tre subirono danni cerebrali permanenti conseguenti al rigetto dell’impianto. Altri undici manifestarono disturbi neuropsichiatrici importanti entro le prime due settimane: convulsioni, afasia, allucinazioni, parestesie, amnesia retrograda. Degli ottantaquattro residui, sessantuno svilupparono insonnia, emicranie, vomito, disturbi dell’umore. I volontari che dopo il periodo di sessantacinque giorni previsti dal protocollo non mostravano segni rilevanti di alterazione furono tre.
Android decise che i risultati, nonostante tutto, erano incoraggianti: Sense diventò ufficialmente la linea di sviluppo su cui l’azienda avrebbe investito nel decennio successivo, con l’obiettivo annunciato di superare l’interfaccia visiva e vocale e di integrare progressivamente il funzionamento delle app nei processi cognitivi. 
I fatti narrati nel seguito accaddero a maggio del 2036, diciassette anni dopo.