Come prepararsi al primo colloquio con l’avvocato

Quando una persona chiama in studio per fissare un appuntamento, di solito ha già ampiamente maturato l’idea di separarsi. Ne ha già parlato con gli amici, soprattutto quelli che ci sono già passati, spesso anche con i familiari, ha qualche nozione di google sulla separazione. Ma quando poi si siede di fronte all’avvocato che, dopo aver ascoltato le ragioni della crisi coniugale, fa domande a raffica sulla routine familiare, parla di logistica casa-scuola-lavoro e indaga sulle buste paga, di solito quella persona è confusa (nelle migliori delle ipotesi).

Ma allora cosa vuole sapere l’avvocato?

In linea generale, l’avvocato ha bisogno di raccogliere informazioni e dati per poter offrire un quadro generale della vicenda, proponendo alternative. Sarà infatti la persona che si rivolge all’avvocato a scegliere come organizzare la propria vita futura. Il compito principale dell’avvocato è quello di esporre tutti i possibili scenari e guidare la persona nella scelta della strada da seguire.

Come ci si prepara al primo colloquio? Ecco una lista veloce degli argomenti sui quali vi sarà chiesto di riflettere:

  1. Affidamento dei figli: a far data dal 2006, la legge italiana ha introdotto l’affido condiviso come regola generale. I figli sono preferibilmente affidati ad entrambi i genitori, a meno che non sussistano GRAVI ragioni (tossicodipendenza, abuso di alcool, violenza, solo per citarne alcuni) per affidarli solo ad uno dei due. Affido condiviso significa che la responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni si prendono insieme, da quelle più importanti (deve essere vaccinato? deve essere battezzato? deve frequentare la scuola privata?) a quelle più banali (frequenta il corso di nuoto o quello di calcio? ), sempre tenendo conto dei desideri dei figli (che non vuol dire che decidono loro).
  2. Assegnazione della casa familiare: la casa dove ha vissuto la famiglia durante il matrimonio o durante la convivenza tra i genitori viene assegnata al genitore con cui i bambini trascorrono la maggior parte del tempo, al fine di tutelare l’interesse dei figli a conservare intatto l’ambiente familiare in cui hanno vissuto fino ad allora. L’altro genitore deve allontanarsene portando con sè i propri effetti personali (e solo quelli, a meno che non ci sia un diverso accordo tra le parti). La casa viene assegnata solo nel caso in cui ci siano figli minorenni o maggiorenni ma non economicamente autosufficienti (perchè stanno ancora studiando per esempio, o hanno terminato il ciclo di studi ma ancora non hanno trovato un lavoro). Il genitore a cui è assegnata la casa perde il diritto all’assegnazione se convive stabilmente con un nuovo compagno/a o se si risposa.
  3. Tempi di permanenza dei figli con ciascun genitore: devono essere stabiliti dal Giudice, o concordati tra le parti, i tempi e i modi con cui ciascun genitore può vedere e tenere con sè i figli. I tempi di permanenza con l’uno e con l’altra dipendono da molte variabili: dalla logistica (dove andrà ad abitare il genitore che esce di casa? dove vanno a scuola i figli? dove lavorano i genitori?), dalla disponibilità di tempo che ciascun genitore ha (lavoro part time, lavoro nei fine settimana, scuola a tempo pieno o normale, ci sono nonni e/o baby-sitter che aiutano nella gestione?), e dalla routine di ciascuna famiglia, che è diversa per ognuno di noi.
  4. Mantenimento per i figli: tenuto conto dei redditi delle parti, delle esigenze dei figli (un bambino di due anni ha esigenze inferiori, dal punto di vista economico, rispetto ad uno di quindici anni), del tenore di vita goduto in costanza di convivenza (dove e quanto si andava in vacanza? i bambini erano iscritti alla scuola privata? quali attività pomeridiane praticavano i figli? quali sono i negozi dove si acquistavano i vestiti?), dei tempi di permanenza con ciascun genitore, delle risorse economiche della famiglia, della valenza economica dei compiti domestici e di cura (se la mamma o il papà hanno lasciato il lavoro per occuparsi dei figli e consentire all’altro di dedicarsi alla carriera, di ciò dovrà essere tenuto conto), viene stabilito un contributo al mantenimento dei figli a carico del genitore economicamente più “forte” da versare a favore dell’altro. Non esistono formule matematiche da applicare con gli stessi criteri a tutti i casi, ed esistono molte differenze da un Tribunale all’altro.
  5. Mantenimento per il coniuge: viene liquidato un contributo al mantenimento del coniuge più “debole” economicamente se questo non ha redditi propri, non lavora e non ha capacità lavorativa. La capacità lavorativa viene valutata in termini concreti: ad esempio, se il coniuge non ha mai lavorato durante il matrimonio perché era stato deciso di comune accordo che si sarebbe occupato della casa e della famiglia e non ha, dunque, potuto maturare una professionalità o educazione che permetta, in concreto, di reperire un lavoro, sarà riconosciuto un assegno di mantenimento da porre a carico dell’altro coniuge. Anche se il coniuge ha perso il lavoro senza colpa (non conta il caso in cui abbia deciso di licenziarsi) sarà riconosciuto un contributo al mantenimento.

Un’ultima nota. Più dati fornite all’avvocato e più semplice è per l’avvocato dare i giusti consigli. Si lavora insieme per un obiettivo comune e le bugie, oltre ad essere facilmente svelate, rendono più lento e faticoso il percorso.

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