Il verbo avere

Il verbo avere in arabo non esiste.

Ci stavo riflettendo stamattina, Hanan, mentre l’autobus sussultava al ritmo delle troppe buche che costellano il tuo paesino e dai lembi del mio quaderno sono spuntati due occhietti scuri e curiosi.
Ci stavo pensando immerso in una concentrazione che sapeva tanto di dormiveglia, con la testa ciondolante e le palpebre pesanti, tentando di costringere la mia testa a farsi piacere questa strana lingua, le sue pronunce palatali e le sue regole astruse che non vanno giù nemmeno agli universitari freschi di diploma, figuriamoci a me che ho la memoria quasi in pensione.
E mentre meditavo sulla subdola torre di Babele, quella pseudo concentrazione scemava pian piano insieme ai palazzi che mi sfilavano di fianco, lasciando il posto ad un lieve batticuore così come i condomini cedevano il passo alle villette a schiera. Sapevo che di lì a due fermate saresti salita tu.
Con la tua borsa di feltro, la tua sciarpa arcobaleno e quel profumo di mughetto che tra i tanti odoracci acri porta sempre un po’ di sollievo alle mie narici.
Tu che — così mi diceva la testa — forse mi avresti spiegato meglio questa stranezza linguistica. Tu che — così mi diceva il batticuore — magari eri la ragione per cui avevo aperto il quaderno di arabo anziché concedermi un sonno ristoratore o un buon libro.

Ti sei seduta davanti a me con la solita grazia che trovo quasi utopica a quest’ora del mattino.
«Guarda che dormendo non impari niente» hai ridacchiato.
«Non capisco il verbo avere» ho sbuffato, mostrandoti il quaderno.
«Non è un verbo, noi non ce l’abbiamo il verbo avere»
«E come fate a dire “io ho questo”?»
«Ah! È facile, l’hai scritto qui»
Ho calato lo sguardo sullo scarabocchio appena accennato che il mio cervello sonnambulo aveva saggiamente omesso dalla pagina, illeggibile com’era.
«…”Presso di me”»

Hai annuito, tornando a sorridere soddisfatta.
«E quindi? Come faccio, per esempio, a dirti che hai un buon profumo?»
«In arabo io non ho questo profumo. Questo profumo è presso di me, vicino a me. Per questo ce l’ho»
La spiegazione dell’insegnante non sembrava né così semplice né interessante quanto l’hai fatta apparire tu in una manciata di parole.
«Sembra assurdo» ho bofonchiato.
«Cosa?»
«Il fatto che una cosa che crediamo ci appartenga sia semplicemente vicina a noi»
Hai aggrottato le sopracciglia in un’espressione interrogativa. Non avevi ovviamente capito nulla.

La filosofia non dovrebbe rientrare nelle corde di un impiegato comunale che lavora al centro per l’impiego. Uno che è sposato da vent’anni con la sua prima fidanzata, non si è mai laureato, è allergico ai viaggi e mastica a stento due frasi in inglese.
Uno che un giorno si ritrova convocato urgentemente dall’assessore, il quale pensa bene di spedirlo ad un corso obbligatorio di arabo per “migliorare il servizio offerto all’utenza”.
Uno come me decisamente non dovrebbe filosofare, non quando quest’assessore rivoluzionario decide che sono costretto ad alzarmi alle sei, prendere un autobus scassato, raggiungere un paesino sperduto ed ascoltare una lezione di cui non mi importa nulla e che probabilmente non servirà a migliorare il servizio, ma solo a peggiorare il mio umore.
Uno come me, soprattutto, in una situazione del genere non dovrebbe ritrovarsi a far tutto questo con il sorriso sulle labbra solo al pensiero che sull’autobus scassato salirà anche Hanan, la ragazza minuta e sorridente che ho conosciuto il giorno in cui mi si è seduta di fianco un po’ intimorita per chiedere un’indicazione.
Eppure uno come me ci pensa e ripensa, si improvvisa filosofo e si rende conto che certe riflessioni sulla vita e sulle persone non le aveva mai fatte prima di incontrare lei.

«Devo arrivare qui» mi avevi sussurrato in un italiano stentato, indicando un indirizzo scritto su un foglietto.
Conosco bene il nome di quel centro, è in bella mostra sulla prima pagina del mio raccoglitore in ufficio: lì insegnano l’italiano agli stranieri.
E come si fa a non filosofare sull’ironia della vita, in questi casi?

All’improvviso trovo che il verbo avere sia l’invenzione più inutile del globo. Abbiamo fame, abbiamo sonno, abbiamo fretta. Non abbiamo speranze, non abbiamo sogni, non abbiamo voglia. E se fosse solo questione di vicinanza o lontananza?
Guarda me, Hanan: sono grigio e triste come lo è la mia città. Arrivi tu a rallegrarmi le mattinata e mi rendo conto che anche il paesino in cui vivi è bello, sono belle le villette a schiera dalle tinte sgargianti, è bello l’autobus che fa un rumore infernale, è bello il fatto che tu faccia l’Erasmus qui dove non viene nessuno, che parli a voce bassa perché hai paura di disturbare chi ti sta attorno, che non perdi il sorriso nemmeno quando le vecchiette ti evitano. E che studi l’italiano ogni mattina prima dell’università, riesci a imparare per dodici ore al giorno senza il minimo sforzo e a conversare fluentemente con me nella mia lingua mentre io sto qui ad appisolarmi su un paio di regole che non sono nemmeno troppo difficili da afferrare.

Forse, e dico forse perché sono solo un impiegato e non certo un filosofo, il verbo avere ci si ritorce contro rendendoci infelici. Siamo tristi perché non abbiamo questo o quello.
E intorno a noi è tutto meno grigio di quel che pensiamo. Basta l’aiuto di qualcuno che sa sconvolgere le tue certezze nell’immediatezza di una frase.
Anche se poi se ne va, se l’Erasmus non dura in eterno, se il corso di arabo finisce, se l’autobus scassato non lo prenderò più, se tornerò in ufficio a parlare con persone rassegnate e stanche oppure a casa con mia moglie che detesta i mughetti, ti giuro che cercherò di ricordarmi sempre la disarmante naturalezza con cui la lingua araba annienta il possesso.

Tu non ci sarai più ed io non riuscirò mai a dirti a voce tutto quello che ho pensato stamattina. Gli impiegati, al contrario dei filosofi, hanno sempre paura di sembrare inadeguati. Ma io sono felice così.
Perché, anche se per poco, il tuo profumo è stato presso di me.

Racconto di Susanna Marsiglia — https://www.facebook.com/SeraDiMattina

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