L’altra faccia della Luna


Un altro giorno, un’altra battaglia.

Luna si passò le dita tra i capelli biondo fragola (il colore del mese, quello di Blake Lively), avendo cura di non rovinare le unghie appena ricostruite e pregando incessantemente tra sé e sé che quella mattina tutto filasse liscio — quando si trattava dei suoi capelli diventava insolitamente devota.

La sua immagine riflessa la scrutava con uno sguardo un po’ troppo arcigno, perciò decise di sbiadire la panoramica avvicinandosi allo specchio al punto da inquadrare soltanto i suoi occhi, le sopracciglia (sempre troppo folte o troppo fini) e l’attaccatura dei capelli, che quel giorno erano sul banco degli imputati nella puntuale ispezione mattutina.

Un altro giorno, un’altra sfida contro sé stessa.

Forfora. Dio santo. Era davvero forfora. Grossa, rozza, disgustosa, saldamente incagliata tra i suoi capelli impeccabili e setosi. Sentenza inappellabile, quel dannato shampoo bio da quaranta euro era stato davvero una fregatura.

Si allontanò di nuovo, e di nuovo la sua faccia disgustata la mise a disagio.

Odiava vedere nello specchio una donna che non era lei, odiava realizzare di non avere sempre un sorriso radioso e rendersi conto che invece aggrottava la fronte e digrignava i denti in una perenne espressione di sdegno e irritazione.

Per questo si avvicinava, si perdeva di vista, si concentrava sui particolari ignorando il quadro generale, sperando che correggendo i difetti più piccoli avrebbe riparato di riflesso anche quelli più evidenti.

Si lasciò sprofondare sul bordo della vasca da bagno, il suo irrinunciabile angolo della disperazione, e si prese la testa fra le mani.

Perché ora la forfora? Ieri un punto nero, l’altro ieri i peli sul mento, oggi la forfora. Cosa diamine le stava succedendo? Doveva riflettere. Correre ai ripari.

Stringeva già il cellulare fra le mani scorrendo impazientemente la rubrica in cerca del numero del suo parrucchiere, quando la suoneria proruppe all’improvviso insinuandosi nei suoi piani.

Sul display faceva bella mostra il numero del suo agente. O almeno, le piaceva credere che lui fosse il suo agente.

Rispose dopo due squilli, come di rito.

La vocina squillante e ritmata di Michele per poco non le frantumò il timpano.

“Tesooooooro, come stai? Scusa, vado di fretta, scusa davvero il poco preavviso, la ragazza di oggi ci ha dato buca all’ultimo e abbiamo bisogno di una sostituzione per un servizio con il tizio delle stock, alle 3 ci saresti in studio?”

“Alle 3… certo. Sì, nessun problema” sorrise, sperando di far trasparire dalla sua voce disponibilità e professionalità.

“Sei la migliore tesoro, grazie, ci salvi la vita. Solito outift, chiamami se ci sono problemi”.

Quell’ultima frase non era altro che un congedo di rito, visto che Luna non richiamava mai, non aveva mai problemi. Lei era perfetta. Si presentava puntualissima per qualsiasi lavoro, impeccabile nel suo trucco curatissimo e nell’abbigliamento all’ultimo grido. Sorrideva, salutava tutti, stringeva la mano ai nuovi collaboratori e rifiutava con garbo qualsiasi invito a cena da parte dei fotografi. Dal punto di vista lavorativo, il suo unico difetto era quello di non avere difetti.

Per questo la sua prima manager aveva rinunciato all’incarico dopo tre mesi, seguita a ruota dalla seconda e la terza. Le erano servite cinque agenti donne per capire di aver bisogno di un uomo. La competizione femminile andava oltre ogni ragionevole parvenza di professionalità. Soprattutto perché le manager, in quel settore, altro non erano che fotomodelle fallite o decadute.

Aveva incontrato Michele tre mesi prima davanti alla macchinetta del caffè, l’unico pertugio dell’agenzia che frequentava al di fuori degli studi fotografici.

Lui si vestiva e comportava come il più effemminato tra gli uomini, e a differenza delle sue precedenti agenti non sembrava curarsi minimamente del fatto che lei bevesse solo caffè, si tastasse ossessivamente fianchi e cosce e vivesse in simbosi con il suo specchietto.

Pareva in tutto e per tutto l’amico gay che ogni donna vorrebbe, e forse per questo lei gli aveva lasciato il suo numero con tanta nonchalance.

Peccato che, spogliato delle sue camicie zebrate e della sua parlantina cadenzata, Michele preferisse decisamente i tuberi ai legumi e che le modelle ossessionate dal loro aspetto fisico fossero il suo feticcio preferito. Quella della checca era il suo personaggio più riuscito, personal branding puro per fare carriera più facilmente. E un’arma infallibile per avvicinare le ragazze bisognose di un amico gay.

Luna ci era finita a letto dopo che lui aveva finto di piangere davanti a una bottiglia di vino, lamentandosi del fatto che nessuno lo avesse mai amato.

Poi era stata costretta ad assumerlo come manager, per evitare che spifferasse tutto rovinandole la carriera (se poi di carriera si trattava…). E a concedersi a lui di tanto in tanto, tra un caffè e un servizio, nel motel tristissimo e impolverato di fronte all’agenzia.

Perché lui “era confuso”, perché lei “lo aiutava a stare meglio”, perché così “sarebbe diventata una star”.

Luna voleva crederci. Non ci credeva ciecamente, perché l’ingenuità l’aveva persa per strada dopo la sua rinoplastica di sei anni prima, ma aveva deciso di crederci lo stesso. Voleva davvero che Michele fosse una brava persona. Che non si stesse solo approfittando di lei. Dopotutto le procurava qualche lavoro, di tanto in tanto.

Anche se con un preavviso di sole due ore.

Anche se la paga era misera.

Anche se non aveva niente a che fare con i servizi per riviste di moda che lei aveva sempre sognato.

Per il lavoro di quel giorno avrebbe dovuto indossare il suo tailleur firmato, una gonna grigia a tubino con giacca coordinata e una camicia bianco panna con scollo all’americana. Le solite foto stock per siti internet, quelle che compaiono digitando su Google immagini “business woman” e ritraggono donne in carriera sorridenti, gioiose e spensierate dietro le loro scrivanie. Lei era quella donna dal sorriso di cartapesta da ben due anni, la segretaria entusiasta di cui nessuno conosce il nome.

Prima di prepararsi, si occupò del pranzo: sminuzzò con attenzione maniacale i suoi due gambi di sedano, il cetriolo, gli spinaci e la mezza mela verde, e gettò tutto nel frullatore. Il suo suono la rilassava più di qualsiasi sinfonia di Mozart.

Non invitava qualcuno a pranzo o a cena più o meno dal giorno in cui si era trasferita in quell’appartamento quattro anni prima — lo stesso giorno in cui era stata costretta a pranzare con i suoi genitori, sopportando per un’ora la nenia dei loro “sei vegana?”, “dovresti mangiare di più”, “questo stile di vita non ti fa bene”.

Ma loro non capivano. Non avrebbero mai capito.

Non approvavano nessuna delle sue scelte: neppure quando aveva deciso di farsi chiamare Luna, perché Chiara era un nome decisamente troppo banale e comune per una modella, l’avevano appoggiata e sostenuta.

Ancora adesso sua madre le telefonava esordendo con un candido “come stai, Chiara?”, e lei puntualmente le inveiva contro.

Chiara era morta a diciotto anni, dopo che aveva deciso di essere migliore. Di liberarsi da quel nome così insignificante, da quei capelli scuri e stopposi, da quel naso aquilino e soprattutto da quei chili di troppo.

Dopo anni di sacrifici, centrifugati ed esercizio fisico non poteva più permettersi di essere paragonata alla ragazza di un tempo, che veniva squadrata dai passanti, ispezionata dall’alto in basso, giudicata con occhiate fredde e pregne di disprezzo.

Luna non era Chiara. Luna non si permetteva di prendere un solo etto. Se fosse capitato, sarebbe stata la fine della sua carriera. Della sua (poca) autostima. Della sua intera esistenza.

Il suo corpo era tutto.

Alle tre meno un quarto era fuori dall’agenzia.

Le piaceva restarsene lì, davanti agli scalini, ad aspettare per qualche minuto senza fare null’altro che godersi gli sguardi dei passanti che la scambiavano per una donna in carriera, ammirando le forme sinuose del suo corpo risaltate dalla gonna aderente. Erano quei rari attimi in cui si sentiva bellissima e onnipotente, come avrebbe sempre voluto essere. Si immaginava le storie che gli altri le cucivano addosso: un’amministratrice delegata, una giornalista, una donna di potere…

Poi si ricordò della forfora. Merda. E se l’avessero vista?

Più tardi avrebbe dovuto chiedere al fotografo di rimuoverla con Photoshop.

Mentre si arrovellava su questo problema iniziò a salire le scale per inerzia, spinta dal timore che la sua forfora fosse così evidente da catturare l’attenzione.

Non fece in tempo a varcare la soglia dell’edificio che venne braccata da Michele come una preda in balìa di un cacciatore.

“Amore mio, guarda quanto sei bella oggi!” esclamò allargando le braccia e mettendo in mostra una camicia tanto psichedelica da far concorrenza a una palla stroboscopica.

“Sei sempre troppo gentile” gli rispose di rimando, contorcendo i muscoli in un sorriso più forzato di quello delle presentatrici in tv e schivando il suo abbraccio con una destrezza da maestra di arti marziali.

Un abbraccio rovina l’acconciatura e stropiccia i vestiti. E poi quel giorno c’era di mezzo anche il problema della forfora. Sia mai.

“Ah giusto, giusto, gli abbracci sono da evitare” rise lui, come se non lo ricordasse. Glielo aveva ripetuto solamente due giorni prima in motel, dopo che si era rivestita.

Durante il sesso hai via libera. Ma quando ho indossato i miei vestiti, rifatto il trucco e messo i capelli in ordine, stammi lontano.

Mentre si avviavano a passi spediti verso lo studio quattro (il solito studio quattro, di cui conosceva ogni millimetro quadrato), Luna riusciva soltanto a pensare alla sua forfora. E se fosse stato un sintomo di cattiva alimentazione? Forse quella mezza mela nel centrifugato a pranzo era troppo, d’altronde le sue cosce già le lanciavano segnali dall’estate precedente…

E se fosse stato il preludio di qualcosa di ben peggiore? Chessò, alopecia? Santo cielo, alla sua età?

Forse quello shampoo bio aveva danneggiato irrimediabilmente i suoi capelli. Avrebbe tirato volentieri il collo a quella gallina che gliel’aveva consigliato, doveva immaginarlo, di certo era invidiosa di lei e…

“Buongiorno Luna!”

La voce del fotografo la fece ripiombare nel mondo reale.

“Buongiorno” sorrise radiosa, come fosse la ragazza più spensierata del mondo.

Il fotografo era sempre lo stesso da un anno e mezzo, un tizio trasandato con la barba incolta e delle orride camicie da boscaiolo. Luna non riusciva mai a ricordare il suo nome nonostante si fosse presentato almeno una decina di volte.

Era l’unico fotografo che non le aveva mai chiesto di uscire con lui, e forse per questo era l’unico a darle lavoro da così tanto tempo.

“L’ultimo mese ne abbiamo vendute venti, di cui una con licenza estesa!”

“Ne sono felice” ammiccò lei, benché non avesse mai capito cosa diavolo fosse una licenza estesa. Ma lui sembrava sempre così entusiasta di comunicarle quanti sorrisi finti vendeva online, che non poteva non compiacersene.

Stava per tornare a concentrarsi sulla sua forfora e a pensare a quale dei suoi parrucchieri avrebbe potuto fissarle un appuntamento in giornata, quando un odore che non sentiva da troppo tempo la fece trasalire.

Restò pietrificata, senza più riuscire a muovere un passo.

Il set non era il solito.

Non c’era la solita scrivania con le solite scartoffie e la solita sedia da ufficio. Oggi qualcosa stonava terribilmente con la normalità.

Al centro della sala si stagliava un tavolo, con ogni probabilità comprato solo qualche ora prima e montato malissimo, con quattro sedie ai lati. Non era di sicuro un tavolo da lavoro.

Perché sopra c’era… un piatto di pasta al pomodoro.

Pasta vera. Fumante. Con un odore. Un odore di pasta.

Luna restò immobile. Non mosse alcun muscolo. Non riuscì ad esalare mezzo respiro.

Michele le si accostò alla velocità della luce, intuendo in un millisecondo i suoi pensieri.

“Tesoro, lo so che è difficile per te, per questo avevamo chiamato un’altra ragazza… oggi ci servono foto di una donna che mangia alla mensa aziendale”

Tutto le fu immediatamente chiaro: sicuramente la forfora era un segnale. Quel giorno non sarebbe dovuta uscire di casa. Proprio no.

“Io devo… mangiarla?” chiese tentando di camuffare il suo orrore, ottenendo come risultato una risatina isterica decisamente fuori luogo.

“Solo qualche boccone” rispose il fotografo, come se questo dovesse in qualche modo tranquillizzarla.

“Non… non si potrebbe usare una pasta finta? Nelle pubblicità lo fanno spesso…” balbettò lei, cercando di non perdere la sua professionalità.

“Voglio una foto realistica” la interruppe deciso l’uomo. “Mi interessa che si veda il fumo che esce dal piatto. L’abbiamo appena scaldata”

Mentre lei ancora boccheggiava alla ricerca di un’obiezione sensata, Michele le cinse i fianchi e a passi lenti la trascinò verso il tavolo, sussurrandole ad ogni passo frasi di circostanza come “non ti preoccupare”, “rilassati”, “tra poco sarà tutto finito”, “non è niente di tragico”.

Niente di tragico? Niente di tragico??

Non toccava un piatto di pasta dall’ultimo anno delle superiori.

Evitava come la peste gli inviti a pranzo, a volte si dava addirittura malata.

Allungava il passo davanti ai ristoranti per non percepire gli odori.

Viveva di caffè, centrifugati e integratori da anni.

E questo, questo non era niente di tragico?

Questa era indiscutibilmente la più grande tragedia dai tempi della pizzata di classe.

Si sedette al tavolo con le gambe che le tremavano.

Se ora mi alzo, rifiuto il lavoro e me ne vado che succede?, si chiese tra sé e sé.

Pensò al fotografo, l’unico che la chiamava regolarmente e le permetteva di pagarsi l’affitto, che di sicuro avrebbe messo in discussione la sua professionalità e avrebbe cercato un’altra modella migliore di lei. Una che magari vendesse più licenze estese.

Pensò a Michele, che per vendicarsi della figuraccia avrebbe raccontato alla direzione che lei aveva abusato di lui (nessuno avrebbe mai potuto affermare il contrario, erano tutti convinti che fosse gay, ingenuo ed innocente).

Pensò alla prospettiva di tornare a vivere coi suoi genitori. Al paesino di provincia in cui era cresciuta, pieno di gente che la conosceva, che si ricordava di Chiara, delle rotondità di Chiara…

Tanto le bastò per afferrare la forchetta.

Provò a salvarsi in extremis chiedendo “non potrei semplicemente fingere di mangiarla?”

“Come si può fingere di mangiare?” rise il fotografo.

Michele si unì alla risata, l’ipocrita traditore.

E lei si sentì morire dentro mentre la forchetta affondava nel piatto.

Non ricordava neanche più come si mangiassero gli spaghetti.

Con movimenti lenti ne avvolse un paio intorno alla forchetta, mentre sentiva i primi scatti e i primi flash. La sollevò e se la portò alla bocca con il disgusto stampato in volto.

Probabilmente un disgusto un po’ troppo evidente, visto che gli scatti cessarono di colpo e il fotografo iniziò a ripetere “no, no, no” come un mantra.

“Non puoi fare quella faccia!” la ammonì Michele.

“Mi… mi dispiace…” mugugnò lei.

Non potevano certo capire il suo terrore di mettere su peso, la consapevolezza che ogni spaghetto sarebbe finito dritto nel suo giro vita, il match letale con la bilancia ogni mattina… come potevano capire la sua vita?

Ma la stavano guardando con gli occhi di chi giudica, con lo sguardo che lei conosceva e ricordava fin troppo bene.

Un lavoro fatto male era forse peggio di un lavoro rifiutato. Nessuno aveva mai mosso obiezioni sul suo fascino, e oggi di certo non avrebbe interrotto la catena delle prestazioni professionali impeccabili.

Era disposta a tutto pur di non ricevere uno di quegli sguardi. Anche a mangiare un piatto di pasta.

Questo è un lavoro come un altro Luna, fatti coraggio. Stasera farai quattro ore di palestra per smaltire. Non c’è nessun problema.

Decise di non respirare dal naso per non sentire alcun odore, di guardare dritto in camera e di autoconvinersi di stare masticando un chewing gum senza zucchero.

Così il primo boccone arrivò integro fino alla sua bocca sorridente e venne triturato dai suoi denti bianchissimi senza colpo ferire. Gli scatti questa volta non si fermarono. Stava andando bene.

Si sentì compiaciuta della sua professionalità. Aveva fatto tanta strada, era diventata flessibile e adattabile, espressiva, stoica anche nella più dura delle situazioni. In quel momento era davvero fiera di sé stessa.

Così fiera che per un momento il suo corpo si rilassò. Smise di tremare, i muscoli persero tensione, il respiro rallentò. E tornò a respirare col naso.

Prima ancora di potersene accorgere, inalò una ventata di pomodoro, basilico, scalogno e grana padano.

Un odore dimenticato, sotterrato, rimosso.

“Merda, merda, merda” pensò.

Ma non potè fare nulla per fermare il meccanismo già innescato dal cervello: la sua memoria olfattiva era tornata a lavorare a pieno ritmo.

La pasta della nonna. La pasta della nonna in un pomeriggio di ottobre, per la precisione, al ritorno da scuola, poco prima che iniziasse Dragon Ball.

Il tavolo di legno con la tovaglia di plastica. Il tovagliolo rosa da cui non si separava mai.

La nonna che esagerava sempre col sale, e lei che innaffiava la pasta di grana perché lo adorava.

Avrebbe giurato che quello che stava annusando era proprio il sugo della nonna, se solo la sua nonna non fosse morta due anni prima.

Le ultime parole che le aveva rivolto prima di morire erano “mangia di più”.

E lei aveva annuito, dicendole di non preoccuparsi.

Ma aveva continuato a non mangiare. Soltanto a bere frullati e ingurgitare pastiglie, a fare palestra e pesarsi ogni mattina, per diventare… cosa? Una donna che nemmeno si riconosceva allo specchio.

“Luna basta così, è sufficiente”

Mentre udiva queste parole si rese conto di aver mangiato più di metà del piatto di pasta.

Ma non riusciva più a fermarsi.

Prese in una mano la fondina e ci si avventò sopra come una belva inferocita. Non si curò più di non sporcarsi, di arrotolare gli spaghetti correttamente, di sembrare fascinosa e perfetta.

Mangiò come non faceva da troppo tempo. Come si mangiava a casa della nonna, per il gusto di mangiare, non solo di nutrirsi e tenersi in piedi fino a sera.

Mentre le sue papille gustative, risvegliate dal torpore, gioivano del primo pasto decente dopo anni, notò un po’ di forfora che cadeva nel piatto.

Si mangiò anche quella, come fosse formaggio grana.

“Luna… Luna, può bastare”

Stefan. Ecco come si chiamava il fotografo. Non riusciva mai a ricordare quel nome perché era straniero, forse lui era mezzo austriaco, forse le aveva accennato qualcosa di sfuggita una volta… forse era troppo difficile… o, forse, semplicemente, non le era mai davvero importato di ricordarlo.

E lui somigliava vagamente a Chuck Norris, per il quale aveva una cotta da piccola. Forse, dopotutto, lo avrebbe invitato lei a cena. Davanti a un piatto di maccheroni si sarebbe fatta spiegare cosa sono le licenze estese.

Mentre Michele, spaesato e confuso, tentava di avvicinarsi a passi felpati per sondare il terreno, lei alzò la testa dal piatto rivelando una mastodontica macchia di pomodoro intorno alle labbra.

“In realtà mi chiamo Chiara” ci tenne a precisare con la bocca ancora piena, mentre le si dipingeva in faccia quel sorriso radioso che aveva sempre sperato di vedere nello specchio.

Racconto di Susanna Marsiglia

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