La guida turistica

Lungolago di Como
Quel muro sul lago di Como
che si staglia tutt’intorno
a un lungolago già divorato dal cemento
Tutto legno e chiodi
a seconda dello spendere e del poltrire di certi
vien quasi ad un tratto…

«…abbattuto», lo mugugnava a denti stretti quasi fosse un sacrilegio, «questo schifo va abbattuto».
Credeva che gli donasse la parte del poeta maledetto che rimira l’orizzonte e si perde in un ispirato monologo, peccato che l’orizzonte l’avessero ben nascosto dietro a una staccionata alta due metri e la sua voce fosse talmente roca da somigliare più a un colpo di tosse che ad un discorso appassionato.
Con le mani che affettavano l’aria, i gesti fulminei, gli scatti nervosi e incontrollabili, l’energia dei suoi ventidue anni cozzava con la voce bassa e le sillabe sconnesse, il balbettio di chi non è sicuro nemmeno delle proprie idee. Avrebbe voluto inforcare una penna e mettersi sullo stesso piano del Manzoni, stavolta per screditare il lago di Como anziché elogiarlo, ma l’indecisione e l’insicurezza stroncavano sul nascere ogni estro artistico.
Mollato dalla ragazza, fuori corso all’università, qualche centinaio di curriculum spediti e neanche l’ombra di una risposta.
Sicuramente non poteva prendersela con un muro, che poi neanche di un muro serio si trattava, niente a che vedere con Berlino o la muraglia cinese, i comaschi avevano l’onere di esibire un muro di serie B che spaziava dal cemento alla plasticaccia, magari sarebbero bastati un paio di calci ben assestati per buttarne giù un pezzo.

Non poteva prendersela con il muro per le sue disgrazie, certo, ma il muro lo infastidiva. Più o meno dal primo giorno in cui era comparso, ospite sgradito di una città che non l’aveva neppure invitato, insieme a una dozzina di benaugurati cartelli che annunciavano la costruzione del nuovo lungolago, con tanto di cantiere che faceva capolino da una finestrella di vetroresina, forse messa lì per provare che effettivamente qualcuno stava lavorando, che non erano soldi sprecati, che in fondo non vedere il lago per qualche mese non era poi un così gran danno. Ma lui non ci cascava.
Era stato odio a prima vista.
Aveva preso ad odiare il muro più di quanto odiasse i complessi della sua ragazza, gli esami a settembre o i concerti annullati. Non perché amasse particolarmente il lago, d’altronde quello non sarebbe certo scomparso a causa di quattro assi e un po’ di cemento, né avrebbero potuto murare i centosettanta e passa chilometri del suo perimetro, no, lui odiava il fatto che avessero piazzato un muro a mo’ di attrazione, all’insaputa di tutti, in una sorta di scherno verso i cittadini. Quell’orrore sembrava urlare “guardate, vi stiamo salvando dalle esondazioni del lago, che importa se ve lo porteremo via per sempre?”.

Odiava la folla conformista che non faceva nulla per levarlo di torno, odiava i suoi amici che, ascoltando le sue critiche, gli davano ragione ma poi alzavano le spalle domandando serafici: «e che dobbiamo fare, abbatterlo?».
Abbatterlo. Che ci voleva? Qualche decina di volonterosi, una manciata di asce e un po’ di coraggio, che notoriamente è piuttosto carente negli italiani. Eppure nessuno avrebbe potuto prendersela con loro per aver liberato il paesaggio da un tale sopruso, magari il mondo intero li avrebbe difesi e il buon nome del Comune sarebbe finalmente stato infangato su qualche TV internazionale.
Ma tutti sembravano prenderlo per pazzo, tutti a denigrare le sue idee e la sua rabbia, tutti ad alimentare la sua insicurezza che, alla fine, lo frustrava molto più di qualsiasi muraglia.

L’ispirazione e la parola gli tornarono all’inizio della primavera, quando l’andirivieni di turisti si faceva più fitto e il sole schiariva le idee appannate dal freddo. Ci pensò quasi per gioco, ci provò perché era una giornata particolare, una di quelle in cui del resto del mondo ti importa davvero poco. Si accostò con nonchalance a una comitiva di cinesi ed esclamò a voce insolitamente acuta: «ehi, il muro l’avete visto?»
Quelli, che non capivano la sua lingua ma avevano afferrato di essere i destinatari del richiamo, si voltarono tutti in simultanea arpionandogli gli occhi addosso. Vuoi perché erano degli sconosciuti, vuoi perché non aveva niente da perdere, la sua balbuzie e la sua voce bassa si assopirono per lasciar posto a una strana sicurezza. Si schiarì la voce, indicò la staccionata di legno e spiegò in un inglese stentato: «questo è il nostro muro, il muro più famoso di Como».

Il suo pubblico ammutolì, qualcuno mugugnò qualcosa nell’orecchio del compagno, dopo qualche interminabile secondo di imbarazzo una ragazza si portò all’altezza degli occhi la reflex che teneva appesa al collo e iniziò a scattare foto compulsivamente. Fu imitata dal resto del branco in tempo record. Clic, clic, clic, un concerto di clic.
Non poteva crederci. Il muro. Stavano veramente fotografando il muro.
Un signore sulla sessantina, che pareva essere il più anziano della comitiva, tra una foto e l’altra lo fissò con espressione interrogativa e inclinò la testa nell’atteggiamento tipico di chi aspetta qualcosa. Nella fattispecie, aspettavano il seguito della spiegazione.
Lui rise, scosse la testa, evitò di farsi domande e improvvisò la balla più assurda che potesse inventarsi.
«L’hanno costruito per proteggerci dai mutanti che vivono nel lago, nessuno li ha mai visti, ma potrebbero essere potenzialmente pericolosi per cittadini e turisti».
Infondere una tale sicurezza ed una tale convinzione nella sua spiegazione fu l’ingrediente che fece lievitare i sorrisi degli astanti, che annuivano rapiti.
Potevano essere passati cinque o quaranta minuti, non avrebbe saputo dirlo, quando il suo pubblico si congedò ringraziandolo con ampi cenni del capo per incamminarsi alla volta di altre attrazioni.

Si appoggiò alle assi di legno e rise, rise come non faceva da mesi, rise di gusto prendendosi la testa tra le mani, pensando a quanto era assurdo ciò che aveva appena fatto mentre quel po’ di vergogna mista ad euforia si impossessava di lui.
Capì che l’adrenalina di quel momento, quella che non gli attraversava il corpo da mesi, non era destinata ad esaurirsi troppo presto. Il giorno dopo, il suo incedere deciso per le vie del centro lo rendeva irriconoscibile. Aveva ancora tanta, troppa voglia di ridere in quel modo. Stavolta, nelle sue grinfie, finì una coppia di tedeschi.
«Sapete che questo muro in realtà è un’opera d’arte? Del maestro Brunon, famoso artista contemporaneo, padre del neo-distruttivismo».
E di nuovo foto, sorrisi riconoscenti e strette di mano.
Era tutto quello che nessun altro gli aveva mai dimostrato in quegli anni di rabbia e di battaglie. La perversa soddisfazione nel vedere l’oggetto del suo odio trasformato in un esilarante passatempo, gli sguardi attoniti dei malcapitati che si trovavano vittime dei suoi scherzi, tutto gli procurava un brivido di onnipotenza, forse quel brivido che segnava il confine tra insicurezza e temerarietà.

Non riuscì più a smettere. Quasi ogni week end, facendosi spazio tra la folla, si piazzava davanti al muro e attendeva impettito l’arrivo delle sue prossime vittime. Che fossero italiani, stranieri, giovani, anziani, lui gli si parava davanti presentandosi con la massima professionalità e sfoderava una delle sue storie improbabili con la destrezza della più competente tra le guide turistiche.
Qualcuno rimaneva perplesso, altri rifiutavano di ascoltarlo, un uomo di mezza età arrivò anche ad insultarlo pesantemente, ma la grande maggioranza dei suoi spettatori annuiva e lo ringraziava della spiegazione.
Quando un pomeriggio una ragazza francese frugò nel suo marsupio e gli porse una banconota da venti euro, lui capì di essere andato ben oltre i confini dello scherzo.
Paradossalmente, il bersaglio del suo astio era diventato il suo datore di lavoro. E il lavoro è una cosa seria.
Prese a vestirsi di tutto punto, camicia stirata, scarpe eleganti, a volte azzardava persino una cravatta. Il passaparola all’estero iniziava a garantirgli una pubblicità non indifferente, la sua foto aveva fatto capolino su qualche blog oltreconfine e non di rado gli capitava che fossero i turisti stessi a recarsi da lui per primi, a richiamare la sua attenzione per chiedergli una delle sue astruse storie.
La fantasia non conosce crisi, si sa, e così oggi il muro sarebbe stato una copertura per nascondere il cantiere di un’astronave aliena, domani forse sarebbe diventato un privè per amanti squattrinati.
La ricompensa era a discrezione dei clienti: il più delle volte soldi, ma anche cibo, souvenir dal loro paese, qualsiasi cosa avessero il piacere di offrirgli. Il giusto onorario per il suo impegno.

L’estate volgeva al termine quando sulla strada di casa, pensando a come affrontare la stagione fredda senza rinunciare all’eleganza, incrociò la sua ex. Quel genere di incontro che nessuno si augurerebbe dopo una lunga giornata di lavoro.
Lei lo squadrò dalla testa ai piedi strabuzzando gli occhi, come a volergli chiedere “sei veramente tu? Vestito così?”, ma preferì la discrezione di un semplice «hai trovato lavoro?».
«Diciamo di sì» tirò corto lui.
Lei accennò un sorriso, poi fissò il vuoto per qualche interminabile secondo, nell’atteggiamento tipico di chi ha qualche nodo in gola difficile da mandar giù.
«Sai che avevi ragione sul muro?»
«Ah sì?»
«Io non ce la faccio più a vederlo tutte le mattine. Non lo tireranno via tanto presto, hanno bloccato i lavori, ci stiamo facendo prendere per il culo».
«Così pare» disse lui alzando gli occhi al cielo.
Lei lo squadrò nuovamente, aggrottando le sopracciglia.
«Da quando in qua sei così passivo quando si parla del muro?»
Lui si strinse nelle spalle, lanciò una rapida occhiata a quello che ormai era a tutti gli effetti il suo ufficio, e si limitò a chiedere serafico, ad alta voce, senza un accenno di incertezza:
«Che dobbiamo fare, abbatterlo?»


Racconto di Susanna Marsiglia — https://www.facebook.com/SeraDiMattina