Nostalgia

La puoi misurare in tanti modi la distanza: chilometri, ore di volo, stazioni del treno, respiri, battiti, sospiri, pagine di diario, pianti isterici e “voglio tornare a casa” bisbigliati a mezza bocca sotto le coperte in piena notte, con la voce che trema e la paura di materializzare tutta la tua insicurezza in quella frase, come se qualcuno potesse davvero sentirti, come se ancora ci fosse tua madre nella stanza accanto pronta a captare il tuo malessere e rimboccarti le coperte.
Come se per un attimo volessi scordarti di essere completamente solo, a migliaia di chilometri da chi ti vuole bene.

Hai sempre paura ad ammettere la nostalgia.
Per chi ha scelto di fuggire la nostalgia è in tutto e per tutto una sconfitta.
Un tabù da non infrangere, un segnale di pericolo, una zavorra inutile. Non puoi permetterti di provare nostalgia, non tu, non qui, non dal momento in cui hai scelto consapevolmente di andartene.

Non da quando hai voluto che questa fosse la tua strada, la tua occasione, la tua rivincita (l’hai chiamata in molti modi), incurante dei “se” e dei “ma” e delle obiezioni sollevate da chi ti ha sempre dato una spalla su cui piangere, ma che hai visto come un sabotatore nel momento in cui ha messo in discussione il tuo sogno intoccabile.
Provare nostalgia sarebbe come rinnegare te stesso.

Nostalgia di cosa, poi?
Di un posto che non ti ha mai dato niente, del vociare irritante dei vicini, dei pettegolezzi senza fondo delle vecchine del paese, dei tuoi amici d’infanzia che si sono sposati, hanno firmato un accordo per un mutuo trentennale e hanno deciso di mettere radici lì per sempre, condannandosi a ripetere e riavvolgere la stessa storia un’ennesima volta? Condannando i loro figli a sentirsi in gabbia come ti sei sempre sentito tu?
Non puoi provare nostalgia per un luogo che hai odiato tutta la vita, anelando il giorno in cui te lo saresti lasciato alle spalle una volta per tutte.

Volevi qualcosa di più: lo hai cercato, hai lottato con le unghie e con i denti, sopportato umiliazioni, lavori sottopagati, stress, “non è roba per te”, occhiatacce, alzate di spalle e frasi fatte.
E quando finalmente hai visto baluginare una speranza all’orizzonte, quando tenendoti stretto il tuo bagaglio di sogni e speranze hai varcato l’entrata dell’aeroporto, ti sei sentito un vero supereroe.
Per un secondo. Prima che tutto iniziasse a vacillare.
Una vita di sacrifici in cambio di un secondo da supereroe.

Quando metti piede nella tua nuova casa, piccola e sporca, il supereroe si rende presto conto che la sua kriptonite è la nostalgia.
Non ha alcun odore quella casa. Non sai se riuscirai mai a dargliene uno che non sia riconducibile alla frittura di un fast food.
Non è possibile appendere poster ai muri, o ballare e cantare fino a tarda notte, non si può ascoltare musica ad alto volume.
Ricevi le bollette con il tuo nome stampato sopra — davvero il riscaldamento è così caro? — e ti senti un ragazzino incastrato male nel mondo degli adulti, un ingranaggio difettoso di un meccanismo perfetto che funzionerebbe a meraviglia anche senza di te.

In ufficio e per strada tutti parlano una lingua che non ha le stesse sfumature della tua, con la quale non puoi essere ironico, divertente o pungente, ma solo tristemente banale.
Tutti ti chiedono da dove vieni e tu ripeti a tutti la stessa tiritera, i soliti quattro luoghi comuni sul tuo Paese, rimarcando il fatto che il cibo sia insapore e il caffè annacquato, e poi la conversazione si esaurisce. Hai perso il conto delle chiacchierate di circostanza.

Non riesci a farti degli amici. Esci con qualcuno, bevi una birra, ridi e scherzi, ma sembra tutto così forzato, così… così falso.
Hai la sensazione che non potrai mai costruire qualcosa di indistruttibile, che non potrai mai essere abbastanza, sia sul lavoro che nella vita sociale.
E quando attraverso l’altoparlante di un telefono una voce familiare ti chiede come stai, non puoi fare altro che mentire.
“Va tutto bene, è tutto bellissimo”.
Perché è la tua battaglia e devi uscirne vincitore.

Ma ne è valsa davvero la pena?
Cosa ci faccio qui? Cosa ci sono venuto a fare?
Chi me lo ha fatto fare?

Non trovi sia davvero curioso come la tua mente, che fino ad allora ha centellinato l’ottimismo riservandolo solo per i momenti più bui, ora ricordi solo le cose belle di casa tua?
L’odore del cibo, le serate davanti alla tv coi tuoi, le mangiate selvagge con gli amici, il sorriso della commessa del supermercato.
“Casa”, in fondo, è dove lasci i ricordi migliori.

La distanza si può misurare in tanti modi.
Ma forse il migliore è proprio la nostalgia, la somma dei ricordi, delle persone e delle emozioni che ti sei lasciato alle spalle lungo il tuo cammino e che hanno contribuito a costruire la tua identità, la persona che sei oggi.
In fondo più nostalgia provi e più intensamente hai vissuto.
Forse la vera sconfitta sarebbe non provare affatto nostalgia.
E trovare gradevole il sapore di questo caffè annacquato.

Sera di mattina

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