Seralmente #3: Start-up, incubatori e 5 per mille

Start-up e incubatori, due parole che generano moltitudini di altrettante parole che insieme costruiscono conversazioni, articoli e altro che riempiono incessantemente le condotte della Rete depositandosi in vari social media e giornali, per poi rimbalzare allegramente da Twitter a Linkedin, Digg e altri ancora.
Anche oggi le condotte trasbordano di commenti e visioni sul tema start-up e incubatori, e quindi il “domani è un’altro giorno” per questi termini non si avvera mai, perché come un mantra le conversazioni si ripetono quotidianamente, sempre uguali e inesorabilmente noiose e fastidiose visto purtroppo lo spreco di energie giovanili che alimentano il falò sacro delle vanità di alcuni.
“Nella mia carriera ho fondato cinque aziende, seguito due start-up, fondato due divisioni di una filiale di multinazionale, avviato uno spin-off universitario e ho venduto sia futuro organizzativo e tecnologico quando si era in pochi, e da molti anni vendo cambiamento.
Vi è una sola reale e ricca controtendenza che oggi funziona, dopo anni che le persone hanno comprato il futuro, aprire dei luoghi di lavoro ove sia possibile ristabilire il governo delle persone e del loro equilibrio psico fisico.
Perchè se poi debbo guadagnare solo per poter pagare degli extra che mi servono a compensare, forse è meglio trovare una sostenibilità che mi permetta come impresa e persona di assumere una responsabilità sociale del mio operare, senza dover trovare tempo e denaro per ristabilire un equilibrio perduto che poi diventa artificiale, ma eventualmente usarlo per vivere la vita che ci spetta.
E sopratutto sulle nuove tecnologie vi è l’opportunità per queste nuove imprese di essere un punto di riferimento per le aziende che sul territorio vogliono sopravvivere, creando sinergia perchè il tempo è ora o adesso.
E se vuoi rimanere nella tua azienda multinazionale perchè sai che puoi farla sopravvivere, allora ci sentiamo tra cent’anni.” (1)
Perciò chi ha ben interpretato cosa è scritto, avrà capito che, pur non nominando mai il termine Star-Up, visto la sua inflazione nei condotti vocali, auricolari e virtuali delle persone, ho una predisposizione alla creazione di imprese che siano in grado di ristabilire il governo delle persone e agire sul territorio facendo da catalizzatori per le imprese a loro vicine, ma anche lontane.
Potrebbero essere di gran aiuto in questa fase di colonizzazione culturale a cui stiamo assistendo e di cui siamo vittime e carnefici, per riprogettare modelli che poco hanno a che fare con il taylorismo dilagante, ed è di ieri nel Seralmente #2 il richiamo ad Adriano Olivetti.
Però oggi la Rete mi ha portato all’evidenza un commento su Linkedin di Stefano Linari (2), che peraltro conosco, all’ennesimo articolo su incubatori e affini.
I temi dell’articolo (2) si possono immaginare, sempre quelli più o meno declinati, con più o meno tifoseria, ma quello che mi ha colpito è il commento di Stefano che nel suo provocare lancia una sfida: “Una soluzione alla carenza di fondi potrebbe esserci: “salviamo l’Italia ONLUS” doniamo il nostro 5 per mille per distribuirlo in beneficenza alle startup più meritevoli, senza chiedere nulla in cambio, se non l’impegno a risollevare la nostra Italia! Vi piace come progetto? Chi si unisce a me per renderla realtà ? Una sfida anche al pensare comune: distribuire i fondi in modo etico e meritocratico!”
Seralmente #3
Devo ammettere che se non fosse stato per il commento di Stefano, il serialmente #3 sarebbe stato dedicato all’eclisse, del pensiero ovviamente che ha coinciso con ciò che è accaduto oltreoceano, per alcune ore la loro eclissi totale è stata reale.
Ma sono stato distratto, perché sebbene ho già scritto più volte sul tema delle nuove imprese, oggi per me il commento di Stefano ha focalizzato, in modo forse per alcuni pittoresco, cosa dovrebbe essere l’impresa che oggi nasce: avere una missione sociale di arricchimento del territorio, oltre che far profitti, e che rende consapevole, consentitemi, l’uomo della strada sul fare impresa oggi in Italia e i risultati utili per un ecosistema sostenibile.
Un fare impresa che permette al tessuto tipico italiano di crescere e resistere agli assalti coloniali e culturali che vogliono trasformare in ciò che mai saremo, per cultura , storia, geografia, lingua e sopratutto tradizioni di comunità territoriali ed extra-territoriali che oggi ancor di più vanno rivalutate.
E già perché dopotutto nelle classifiche dei paesi manifatturieri “l’Italia con il il 2,3%, è al settimo posto, seconda in Europa dietro la Germania (6,1%)”(3), certo la classifica World’s Most Innovative Economies (4) che dice che siamo al 24° posto su 50 paesi monitorati, come ci sono altre classificazioni in cui siamo poco performanti secondo alcuni schemi, e poi i dati Istat quali ad esempio che dicono che a” giugno 2017, le esportazioni sono in forte aumento su base annua (+8,2%). La crescita è marcata per l’energia (+20,6%), e per i beni di consumo durevoli (+11,1%); di intensità minore per i beni intermedi (+7,5%) e i beni strumentali (+7,4%).Le importazioni registrano una marcata crescita tendenziale (+12,0%), determinata principalmente dai beni di consumo durevoli (+26,8%) e dall’energia (+21,5%).(5)
Quindi la soluzione è scimmiottare altri, oppure continuare a rendere fertile terreni, territori, persone, aziende e culture che ci hanno portato sino ad oggi?
Forse dobbiamo aggiornare i nostri strumenti, rendere le persone consapevoli del presente, saper resistere nella capacità di differenziarsi, anziché omologarsi a modelli verso cui siamo per altro perdenti.
Ecco che il tifo da stadio si alza, molti dati torneranno o non torneranno, si reclamano fonti diverse e pensieri diversi, ma la giornata è finita e domani è un altro giorno.
Buona serata
(1) La vendita del cambiamento e le Start-up
(2) Stefano Linari e dal suo commento si trova l’articolo che lo ha generato
(3) L’Italia arranca, ma è il settimo Paese manufatturiero al mondo
(4) World’s Most Innovative Economies
(5) ISTAT 24 Luglio 2017

