Epifanie alla fiera dell’eros (NSFW)

Firenze, marzo 2016. Una notte nuda, sopra e sotto il palco

Parole: Alessandro Pattume — Foto: Mirko Lisella

Foto Mirko Lisella
Fallo in treddì! Fallo in treddì!

Te lo urla in faccia con l’occhio spiritato e un sorrisetto furbo poco simpatico. È un attimo. Poi ti supera e s’insinua nella folla con la sua t-shirt bianca, a braccia alzate, lanciando slogan a destra e a sinistra.

Dev’essere uno dei mantra più recenti di queste fiere dell’eros che con l’eros hanno davvero poco a che fare. Peni finti in materiale plastico sfornati caldi caldi dalle stampanti treddì. Falli in treddì.

Non c’è mica da stupirsi. Il porno è da sempre uno dei campi d’applicazione preferiti della tecnologia, una zona franca per sperimentare e spingersi oltre. Come non c’è da stupirsi di come stia andando a chi li produce, questi peni in treddì.

Il cliente sceglie un disegno e le stampanti portatili fanno il resto — ci spiega il gestore del banco, un ragazzo sulla trentina — Sono impazziti, mi chiedono di tutto. Poco fa, per esempio, una mi ha chiesto un pene rosso”.

Un grosso pene rosso proprio come quello in mostra sul banco, il cui glande è scolpito con i lineamenti del super macho Vladimir Putin, premier russo ma a questo punto anche grande ispirazione erotica, nonostante il preservativo sulla cucuzza.


Sono arrivato pieno di pregiudizi, e non perché sia la prima volta che metto piede in una fiera dell’eros. No. Mentre parcheggiavamo l’auto, mi sono sentito un ragazzino venuto a rincorrere certi lineamenti incontrati per la prima volta nella penombra della propria cameretta. Fuori fuoco, fuori dal tempo. Una sensazione d’inadeguatezza che non mi appartiene più da almeno quindici anni. Chissà se intorno a noi qualcun altro ha vissuto allo stesso modo questa serata, questi corpi e questi volti. Se ha respirato con la medesima insofferenza questa atmosfera, se lo hanno fatto queste giovani coppie che ridacchiano abbracciate o questi maschi cinesi un po’ perplessi ma sorridenti. Se è passato nella testa di questi uomini in carne, per di più canuti e coi colletti della camicia piegati male, che mi sfilano davanti mentre noi ci allontaniamo dal main stage dove ancora non c’è niente e facciamo il nostro ingresso nella sala più piccola, dominata da due pali da lap dance.

Fresche. Confrontandole alla smania predatoria della platea che fin da subito le fotografa e le acclama allungando le mani, il termine “fresche” mi sembra il più adatto per descrivere le due ragazze appena salite sul palco. Non solo giovani, soprattutto fresche. Si svestono lentamente agganciate ai loro pali d’oro ma lo fanno con un certo contegno velato di compiacimento che sembra alimentare il brivido d’eccitazione degli uomini ai loro piedi.

Una ha un grande cesto di riccioli scuri e la carnagione appena appena più chiara. Quei riccioli, quando comincia a spogliarsi scoprendo i piccoli seni a punta, giocano sulla sua faccia senza mostrarne del tutto l’espressione. Oscillano, a tratti vorticano, e facendolo ritagliano angoli di naso, d’occhi e di bocca che le luci delle strobo sembrano fissare per sempre nella memoria. Finché non si china in avanti per poggiare le natiche contro quelle della compagna, e allora il suo mento emerge, morbido e bruno, rivelando due febbrili occhi scuri e un sorriso soddisfatto. Lo speaker reclama un applauso, la platea ulula, lo spettacolo continua.

L’altra, anche lei mora ma dalla carnagione più chiara e dai lunghi capelli lisci rasati su un lato, si chiama Valeria e non sembra donna abituata a chinare il capo. Scopre il seno con un gesto meccanico e tiene alti uno sguardo duro e una bocca tirata, poco incline al sorriso. Occhi e labbra capaci di raccontare mille cose, come se privi di voce i suoi pensieri cercassero una via di fuga diversa e sul suo viso, in quello sguardo e su quella bocca, si contorcessero i tentativi di trattenerli e di non farli uscire.
 
I suoi occhi si dilatano dallo stupore e si ristringono per il disprezzo, mentre un ululato insegue la caduta dei suoi slip. La sua bocca trova spesso un angolo di derisione. Il suo sguardo diventa luminoso e si contrae di rabbia, affonda nel ribrezzo, si acquatta in una specie di compiacimento triste, nervoso. E una volta nuda, ruota sul palo ancora una volta e poi si blocca, bianca e altèra, trasformando in un’unica posa la battaglia tutta interiore combattuta fino a quel momento.


Fumiamo, e come fumiamo ci rendiamo conto di essere finiti dentro uno spettacolo. Meno sfacciato di quello appena lasciato ma più reale. Come se lontano dai palchi gli avventori si rendessero conto di non essere soli e dessero vita a una specie di ammiccante balletto in codice. Che è un’impressione spiacevole. Perché se c’è una cosa irripetibile è la solitudine di fronte a una donna che si spoglia, e della solitudine della fruizione pornografica non ne parliamo nemmeno.

Ci sono dei tronchi gettati negli angoli di questa stanza dalle pareti nere come le altre, solo aperta da un lato verso l’esterno. E’ piena di uomini e donne di tutte le età, e mentre si parla con chi si ha di fronte, amico, amici o partner che siano, è impossibile non guardarsi intorno. Lo fanno tutti. Tutti si squadrano a vicenda cercando un sottinteso che in certi casi finisce per manifestarsi in un sorriso. C’è un gruppetto di sessantenni vestiti bene, un po’ nonni un po’ papponi. C’è il gruppo di hipster sulla trentina e c’è pure qualche solitario che fuma appoggiato al muro, un po’ trasandato, di certo anonimo. Ci sono coppie che parlano fitto fitto, avranno cinquant’anni; c’è pure qualche donna ancora più in là con gli anni, scollatura vertiginosa su petto rugoso e gonna fasciante ma non troppo perché forse non è il caso. E poi ecco, c’è un terzetto: due uomini e una donna, al centro della stanza. Lei vistosa, con quelle zeppe rossoblu e una corta gonnellina nera orlata di svolazzi; loro meno appariscenti, se non per la differenza d’età e il cranio pelato del più giovane. Ridono, e lei ammicca un po’ all’uno un po’ all’altro. Due rughe profonde le decorano gli angoli della bocca.

Schiaccio in terra la sigaretta, calpestandola ben bene, e quando rialzo lo sguardo trovo il pelato in ginocchio di fronte a lei, la faccia affondata sotto la sua gonna. Lei sorride compiaciuta, l’altro guarda.

Dura appena qualche secondo. Il pelato si rimette in piedi, scoppia in una risata e prendendola per la vita la riporta agli spettacoli con l’altro alle calcagna.


Ci stiamo avvicinando alla mezzanotte e il locale adesso è pieno sul serio. Avvisto un punk con la cresta e il giubbotto sfrangiato su cui campeggia la scritta “Rancid”. C’è pure un gruppo di ragazze tutte gridolini alle prese con un addio al nubilato. Dalla parte opposta al palco centrale, un ragazzo sui venticinque dai capelli rossicci e il dorso scoperto che viene frustato da due matrone in carne, dal belletto pesante e le rughe altrettanto evidenti. Legato mani e piedi, il giovane sembra gradire. Dopo ogni frustata, sculetta per dissipare il dolore.

Prima di concederci una bevuta rinfrancante torniamo nella sala più piccola, dove una mora prorompente è intenta a leccare tra le gambe una bionda con la fascia tra i capelli. Le teste della platea ondeggiano seguendone i movimenti, qualcuno saltella per riprendere la scena, altri gridano. Fischi a volontà.

Quante esibizioni del genere si possono sopportare in una serata?

Sei sotto a un palco dove due donne, giovani o meno giovani, belle o meno belle non ha alcuna importanza — o forse ce l’ha? — si spogliano nude di fronte a te e poi cominciano a mostrarti il loro bene più nascosto. Delle tette ormai non importa più niente a nessuno, e forse mai a qualcuno è importato davvero. Così l’unica cosa che conta è che te la fanno vedere in tutti i modi, che ci giocano in tutti i modi e che spesso te la fanno pure toccare, se sei fortunato. Ma il fulcro di tutto non è questa o quella vagina, che su questi palchi finisce per perdere qualsiasi aderenza con la realtà, diluendosi negli occhi d’una platea d’onanisti di cui almeno una volta abbiamo fatto parte tutti. Il fulcro dell’eccitamento, il perno intorno al quale ruota questo mondo è quella speciale tipologia di donna la cui unica funzione è quella di mostrarsi senza lasciare niente all’immaginazione. È un sogno accomodante per un uomo, gli stuzzica l’ego, lo trasforma in un demone che s’inganna da solo. È lì per mostrarti ogni singolo centimetro del proprio corpo, sale sul palco per farti vedere, toccare e annusare tutto senza filtri, senza alcun tipo di complicazione. Così ogni barriera tra uomo e donna cade e si trasforma in un sogno velocissimo e superficiale, ben diverso da quello della pornografia, che si alimenta soprattutto attraverso lo schermo di un video e anche nel peggiore dei casi mantiene quella distanza da guardone che per qualche minuto riesce ad annullare la finzione. Questa finzione della finzione del porno dal vivo è invece abbacinante, svuota di significato anche quei pochi momenti in cui un uomo usa amplessi sconosciuti per donarsi piacere. La donna in carne e ossa che hai di fronte è un’illusione troppa vera per essere credibile. I tuoi piedi calpestano il pavimento che calpesta lei, le luci che l’avvolgono sono quelle che ti rimbalzano negli occhi. Quei seni, quelle cosce e quel sesso sono lì ad un palmo da te, eppure è tutto diverso.

E non finisce qui.

C’è un caso di straordinaria efficacia per raccontare la dicotomia tra questi show e la pornografia. È un cortocircuito che ha come protagonista un corpo e un nome che ricordi da tempo immemore e la sua performance dal vivo cui stai assistendo. Nelle pieghe del suo corpo ritrovi gli anni sopportati dal tuo, nei suoi seni rifatti rivedi tutto quello che se n’è andato senza più tornare. Ma non è un moto di vicinanza quello che ne nasce, anzi. C’è qualcosa di sbagliato che si muove tra te, lei e il luogo in cui vi trovate entrambi. Non riesci a definirlo, forse è solo un vicolo cieco della memoria oppure, già, la definitiva presa di distanza da un immaginario che ormai ti sei lasciato alle spalle. Quello un po’ mesto e pruriginoso della cameretta che tenta invano di riconquistare spazio col suo carico di video e fazzolettini, col suo faldone di riviste di quarta mano nascoste in fondo all’armadio e la loro schiera di dee che non sorridono mai in copertina.

Poi ti accorgi che può addirittura peggiorare. Sul palco è salito un tizio barbuto, un po’ ingobbito, e nelle mani di lei, le mani non mentono mai, è comparso un grosso dildo trasparente. Che viene ben presto inserito nella patta del malcapitato già sdraiato a terra, e con precisi colpi d’anca cavalcato di fronte a tutti. Non c’è niente di divertente. O, meglio, è tutto troppo ridicolo se non ci si concentra come forsennati sull’atavico movimento della penetrazione. Solo che, ragazzi, questa signora te la ricordi giovane in una di quelle notti senza tempo in cui la tua solitudine risuonava di nomi esotici come Tera, Taylor o Brianna, e non c’è niente di meglio che ritrovarsi a comparare questa messa in scena con i flash back dei suoi amplessi giovanili per rovinarti la serata.

Poi le luci si abbassano, la musica si quieta e sul palco tutto è pronto per ricominciare.


Caro Beppe, ho finito per darti un nome perché ho deciso che la tua gioia è stata tale e il tuo entusiasmo così intenso che niente di tutto quello che ho visto stasera esisterebbe se non esistessero persone come te. Chissà da quanto aspettavi lì sotto, telecamera alla mano, e chissà quante volte hai alzato il braccio e hai gridato per farti vedere dall’artista di turno, o hai cercato inutilmente di strizzare quei seni, infilare la mano là sotto, sentire, scivolare e annusare, quando scendeva per appoggiarsi al pubblico e dar loro quella stessa cosa che cercavi tu, un appiglio a mondi inesplorati o così lontani nel tempo da essersi ormai sgretolati.

Ti devo confidare una cosa. Sulle prime, quando ti ho visto salire sul palco invitato dalla bionda che aveva appena finito di spogliarsi e mostrare al pubblico ogni millimetro quadrato del proprio inguine, ho creduto che mi sarei vergognato per te. Abbi pazienza, ma ho pensato che un 60enne pelato dal baffo spiovente, un po’ goffo e pure con una discreta pancia, che sale sul palco con indosso un’ormai rara camicia di jeans avrebbe trasformato lo show in qualcosa di struggente e insopportabile. Invece sbagliavo, e ogni proposito di fuga è venuto meno non appena lei si è messa in ginocchio sulla sedia dando il culo alla platea e tu hai impugnato il grosso dildo fucsia. Ci credo che alla fine lo speaker è stato costretto a intervenire: non le hai dato tregua. Con un braccio l’hai agguantata per la vita e con l’altro hai cominciato a darti da fare. Vedessi che faccia avevi! Sì, all’inizio ti sei dovuto concentrare per trovare il ritmo e la pressione giusta, forse lei ti ha dato qualche indicazione, non sono riuscito a sentire, ma poi Beppe, lasciatelo dire, il palco e il pubblico sono stati tutti per te. E quando ti sei interrotto per toglierti la camicia di jeans, la folla ti ha salutato con un boato richiamandoti al tuo dovere. E quando lei è scesa dalla sedia, e io ho pensato che fosse un po’ anchilosata, invece di rimanere fermo a guardarla come un babbeo, hai trovato il modo di fermare tutto un’altra volta e riconquistare ancora per qualche secondo il tuo posto su quel palco. Ti sei tolto la maglietta della salute, hai scoperto il tuo sgualcito tappeto di pelo bianco, e ruotando le braccia verso il pubblico lo hai invitato a rendere omaggio alla bionda e al suo dildo fosforescente. Poi Beppe, lo speaker è dovuto intervenire un’altra volta perché ti si leggeva da lontano in ogni muscolo del corpo che da quel palco non volevi proprio scendere. E io, circondato da uomini e donne che ridevano e gridavano verso di te, ho pensato a come sarebbe stato il tuo ritorno a casa, e anche che mi sarebbe piaciuto dare un’occhiata ai tuoi hard disk, alle tue librerie se ne possiedi, al tuo salotto e soprattutto alla tua camera da letto, per vedere se, scusa l’intrusione, al termine di questa memorabile serata avresti trovato un’ombra russante accanto alla quale scivolare in silenzio.


Beviamo la prima e ultima birra della serata circondati da una folla sempre più eterogenea. Siamo spossati, ci è calato addosso un silenzio da compagni di bevute a fine serata, quando ormai s’intuisce l’alba e si comincia davvero a pensare alla strada di casa. Solo che è da poco passata la mezzanotte e la sala fumatori sembra la pensilina di una stazione centrale. 
In angolo, seduta su un tronco d’albero, una ragazza con un caschetto di capelli neri sta piangendo senza dare troppo nell’occhio. Piange lacrime grosse come capezzoli e automaticamente le asciuga con il dorso della mano. Senza scomporsi, infilata una maglia a righe bianche e blu e in un paio di jeans troppo stretti.

Un tizio si fa incontro al mio compagno. Si conoscono da tempo e questo tizio, avrà sì e no venticinque anni, dice d’essere deluso e che sta per andarsene via perché aveva letto da qualche parte che ci sarebbe stata una festa sexy stasera, invece del solito show porno. Mi torna allora in mente il dialogo sentito poco prima al gabinetto, dove tra due scariche di sciacquone qualcuno si lamentava a voce alta dell’assenza di una pornostar data invece per certa. Dev’essere una costante questa cosa degli annunci poi traditi, da queste parti.

Una risata attira la nostra attenzione. Proprio davanti a noi c’è un gruppetto di cinque ragazzi vestiti in quel modo che deve sembrare elegante a chi lo sceglie ma che risulta poi troppo pacchiano per tutti gli altri. Stanno ridendo sguaiati, e facendolo si stringono intorno a un donnone biondo talmente alto che mi chiedo se sia un donnone davvero, nonostante i due seni giganteschi, puntati in faccia ai suoi interlocutori con una certa aggressività stemperata appena dal gonnellino leggero nel quale è infilata, che poi è anche il suo unico indumento. Ride pure lei, anche se in modo più composto, e d’un tratto, come per sottolineare un concetto, si china in avanti ripiegando il gonnellino sulla schiena quel tanto che basta perché il più vicino possa mollarle un paio di schiaffetti a mano aperta sul didietro e lasciarle la propria impronta rosa sulle mele nude.

Finita la birra, ci apprestiamo a rientrare quando contemporaneamente succedono due cose: dalla porta eruttano quattro o cinque ragazze urlanti con coroncine bianche da addio al nubilato e la ragazza in lacrime si alza in piedi per attraversare la stanza. Sta ancora piangendo, per niente imbarazzata, gli occhi gonfi e l’andatura rassegnata. Sembra dirigersi risoluta verso due ragazzi ma ci accorgiamo dopo un momento che quella risolutezza era rivolta al bidone della spazzatura lì accanto. Getta il bicchiere e fa per andarsene quando uno dei due tipi, quello magro in camicia bianca, le rivolge la parola. Segue un silenzio imbarazzato. Lei è di spalle, più volte la vediamo volgere la testa dal ragazzo che gli ha rivolto la parola al suo vicino, che ad un certo punto le parla pure lui, indicando il suo compagno. Allora lei risponde, e anche se non si capisce cosa dice, il tizio che le aveva rivolto la parola per primo s’accende in un sorriso e comincia a fare delle smorfie che da lontano non possono non essere che uno smaccato tentativo di farla ridere. Lei taglia corto, li saluta con una mano e si avvia verso l’uscita. Eppure, uscendo, il suo volto pieno s’apre davvero in un sorriso.


Vittoria Risi sale sul palco con l’improbabile abbigliamento di una majorette di un porno distopico. Bastone con pomello compreso.

Segue sequenza meccanica di gesti sostenuti al ritmo di musica ad alto volume. Mentre lei canta.

Canta.
Via la camicetta.
Via la gonna.
Canta.
In ginocchio col bastone tra le cosce.
Canta.
A cosce aperte senza bastone.
Ecco un dildo rosa.
Canta.
Sul palco, un uomo tozzo.
Il tozzo rimane in mutande.

Piccoli morsi sugli slip.
Una manina dentro gli slip.
Canta.
Il tozzo steso in terra. 
Il dildo nella patta.
Fellatio.
Canta
Fellatio.
Canta
Si siede sulla faccia del tozzo.

Ancheggia.
Canta.
Lubrifica il dildo.
Cavalca il dildo.
Spruzzata sul pubblico.
Canta.
Il tozzo afferra il dildo.

Il tozzo la penetra più volte.
Il tozzo se ne va.
Canta.
Prende un altro dildo.
Affonda il dildo nell’ano.
Canta.
Riecco il dildo rosa.
Inghiotte il dildo rosa.
Scende tra il pubblico.
Canta.

Abbandonata a queste mani fameliche che le spremono i seni, le strizzano i capezzoli e si allungano tra le sue cosce, Vittoria Risi continua a cantare.


Le storie della vita dopo il porno sono sempre tristi. O così almeno pare a me se aspettando la decadenza accelerata del fisico la pornostar di turno non abbia provveduto a pensare una via d’uscita. Mi sembra triste anche quella di Rocco Siffredi, che ci costringe a rientrare quando stavamo già per imboccare l’uscita. Con un’unica, gigantesca differenza. Rocco Siffredi è un mito, e sono convinto che se le ragioni sfuggano anche a lui, abbia però capito come sopravvivere. Perché, soprattutto, è un mito particolare, un personaggio diventato famoso per le sue prestazioni e le dimensioni del suo pene che però fa sbottare la mia vicina, quarantenne bionda per niente leggiadra, in un acido “com’è che a vedere Rocco ci sono così tanti uomini?”.

Appunto. La platea di Rocco Siffredi non è quella che ci saremmo aspettati. La sua platea è maschile e guardandola esultare e inneggiare al proprio idolo di carne, sembra figlia di un processo collettivo di immedesimazione che andrebbe studiato bene da chi ne è capace. Forse è quel sentimento simile all’orgoglio, ma non così nobile, che colpisce gli italiani quando raccolgono un successo clamoroso sfruttando a dovere una buona dose di furbizia. E’ la stessa cosa che ci ha fatto inneggiare a Materazzi colpito dalla testata di Zidane poi espulso oppure, ma con molto meno trasporto, a Maradona per quello straordinario gol di mano all’Inghilterra. Quella soddisfazione anche un po’ cinica e cattiva provoca dei veri e propri moti d’invidia quando è procurata da qualcuno che ha conquistato il mondo senza avere doti particolari se non dentro le mutande. Ed è a questo punto, mentre c’è Rocco sul palco che prende il microfono, che mi rendo conto che ha smesso di fare film solo per occuparsi di cose ben più importanti: tramandare il mito, costruire a ritroso la propria credibilità professionale e facendolo difendere così i conti in banca suoi e di tutto il sistema. Difende il proprio brand, e per farlo ha messo in piedi questa accademia del porno e anche il reality in tv. E’ giusto che lo faccia, ed è giusto che ci provi seriamente a dire che quello del porno attore è un mestiere vero che non si può improvvisare. Lo deve fare per contrastare la facilità con cui internet riesce a veicolare amplessi e nudità e soprattutto l’incremento vertiginoso del porno amatoriale, che nello spezzettamento quotidiano delle app di ogni genere e grado finisce per diventare qualcosa di molto diverso dalla pornografia di qualche anno fa. Sicché, a vederlo incitare i gemelli — due suoi allievi — e dirigerli nella costruzione di una “scena a cinque” oppure mentre ordina “Fallo soft, sennò ci arrestano”, e anche “Fabrizio, fammi una scena romantica”, Rocco Siffredi sembra il direttore goffo d’un circo ormai agli sgoccioli invece che appena nato. Ma tutto cambia, per la gioia del pubblico maschile, quando fa la sua comparsa sul palco la “volontaria” di turno. Una signora un po’ in là con gli anni, e forse meno ignara di quel che sembra, che si presta ben volentieri a farsi spogliare, agli strusciamenti delle “prove” sceniche e che si intestardisce pure, felice e sguaiata, nel mimo di una fellatio al mito nazionale. Mimo che si consuma in alcuni lunghissimi secondi, prima che il presentatore si getti a coprire la coppia con la propria giacca scatenando la bolgia dei maschi infoiati della sala.

Ragazzi — se ne esce Rocco tenendo quella testa tra le gambe— la direzione dice che qui ci arrestano ma noi andremmo avanti volentieri”. Bukkake di giubilo in sala.

Questa cosa del sesso dal vivo dev’essere quello che manca a queste fiere per funzionare davvero. Lo ripete molte volte, il Rocco nazionale, e in altrettante occasioni riceve applausi e urla belluine d’approvazione. Gli uomini vogliono il sesso vero sui palchi italiani, c’è poco da fare. Anche perché manca solo quello e poi il quadro dell’evento per soli maschi sarebbe davvero completo. Però, e ci penso mentre sul palco salgono alcune pornostar alla soglia della vecchiaia, anche questo non sarebbe sufficiente a liberare questi spettacoli dalla patina anacronistica che si portano appresso. È tutto il sistema del porno a sembrarmi ormai obsoleto. La realtà che ha contribuito a creare, quell’immaginario di gesti, atteggiamenti e pratiche condivisi a livello planetario, procede ormai secondo dinamiche proprie e ingovernabili. Il mondo della pornografia ufficiale non può far altro che rincorrere, rinunciando a buona parte della misera mitologia di cui aveva saputo ammantarsi.

Purtroppo non sono mai riuscita a fare una scena di sesso con Rocco — comincia la prima nonna — e mi è rimasto un blocco in gola”

Questo blocco gli va tolto, dalla gola” dice Rocco ammiccando.

Questo pisello non l’ho preso ma l’ho sentito qua — continua lei premendosi l’ombelico — e insomma, a parte il pisello sei una persona splendida”.

A parte il pisello, noi siamo quasi in fondo alla sala decisi a uscire definitivamente nella notte quando sul palco compaiono Valeria e la sua compagna ricciola. Mi blocco, ritorno indietro di qualche passo, mi riblocco. La sala è un tripudio di luci, il puzzo di sudore è diventato puzzo di rancido e sento a malapena cosa viene detto sul palco. Valeria e la sua compagna sorridono. Ho l’impressione di essere troppo lontano ma penso che muovendomi non riuscirei a sentire niente. Così sto fermo e stando fermo sento Rocco pronunciare le parole “future pornostar”.

Tutto si ferma. La sala sembra svuotarsi all’improvviso e ci sono solo io che guardo al rallentatore la scena in un muto gioco di luci rosse e blu.

E’ un attimo infinito. Valeria riavvolge il nastro con un piccolo, quasi impercettibile movimento della testa. Non annuisce, tentenna. Mi sembra abbozzi pure una smorfia, sono lontano, ma anche così lontano penso d’intuire la solita smorfia un po’ imbarazzata, certo dura. Ho l’impressione che Rocco ci sia rimasto un po’ male, muove il microfono a destra e a sinistra e conclude con un “però siete bellissime” di circostanza, prima di tornare al centro del palco e al suo show.

No, Valeria. Qualsiasi sia stato il motivo, non cedere. Non voglio ritrovarti per sbaglio in rete. Non voglio proprio rivederti più. Da questo momento voglio immaginarti da qualche parte nel mondo mentre vivi la tua vita normale e ti mostri solo a chi vuoi tu. Per sempre, come vuoi tu.


Siamo fuori, e mentre respiriamo a pieni polmoni mi sento più cretino che mai. È bastato allontanarmi di qualche metro e uscire nella notte per non essere più sicuro di niente. Mi passa davanti agli occhi un vortice d’immagini abbaglianti e mute; seni, cosce e bocche spalancate, gli uni sulle altre, intorno alle altre, dentro le altre. Un costrutto genetico mutante e impazzito che subito scompare in un punto nero sospeso a mezz’aria. Dopo un attimo, da quel punto sorge una domanda che manda in frantumi tutto il distacco al quale mi sono aggrappato fino a quel momento.

Se c’è qualcosa che non riesci a inquadrare e che si discosta dal contesto, chi ti dice che non faccia parte lo stesso dello spettacolo?

Tornando in auto con questo dubbio, scopriamo d’essere più depressi che delusi. E procediamo in silenzio, mentre sul parabrezza rimbalzano rosse e blu le luci della città.


Prima di salire in casa ho bevuto piano piano un birra chiara, seduto lungo la strada. Era fredda al punto giusto, la notte ancora tiepida. Sono rimasto lì e ho atteso invano che il traffico si estinguesse davanti ai miei occhi.

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