“I’m a Player, I’m a Dreamer”


Nient’altro disse:
sono musicista
e sognatrice, questo e basta.

Perché stesse seduta su quel gradino
lì all’angolo della strada
a far cantare la sua concertina

questo non me lo disse,
né forse mai lei stessa seppe,
poiché infine non v’è un perché

per ogni cosa, e lei così, semplicemente,
suonava una giga nella pubblica via
ringraziando con un sorriso chi

con un soldo la compensava. Ciò l’appagava?
Oppure ogni giorno doveva cercare
il coraggio per scendere sulla strada?

La serenità del suo sguardo
diceva solo che la musica per lei era
atto intimo d’amore.

Il sole che s’affacciava dalle nubi
fuggenti di quei luoghi,
splendente di promesse e di speranze,

non era pari in bellezza e grazia
al suo volto impavido e sereno,
allo sguardo suo radiante di purezza,

ai capelli rosso fuoco, ardenti
all’ombra cogitabonda del campanile
nella dolce cittadina di Kilkenny.

Marianna Piani
Kilkenny Irl. 19 Luglio — Milano, 3 Agosto 2015
.


Lo seppi dopo. Questo fu l’incontro che mi cambiò la vita.
Questa piccola musicista di strada, incontrata casualmente mentre, tutta sola, intratteneva i passanti sotto la chiesa di una incantevole cittadina irlandese, che lo crediate o no, sarebbe diventata l’amore della mia vita.
Ora so di più dei “musicisti di strada”, e so che molti di loro lo fanno perché la voglia di suonare e di trasmettere le proprie emozioni a un pubblico è così irresistibile da spingerli a queste esibizioni improvvisate (per le quali comunque ci vuole un preciso permesso concesso dalle autorità locali). La moneta lasciata cadere dal pubblico nella tazzina non è tanto un obolo di carità, quanto un modo per esprimere il proprio apprezzamento nei confronti della piccola parentesi di bellezza che questi artisti ci donano. Ne ho conosciuti molti, girando l’Europa (in Italia è un po’ più raro incontrarli): ricordo ancora anni fa a Monaco, proprio all’ingresso sud dell’Englisher Garten una ragazza che suonava in modo magistrale sul violino una partita di Bach, o di quel quartetto di giovanissimi, due ragazze e due ragazzi, che suonava in modo assolutamente virtuoso, sempre a Monaco, brani per archi di Antonio Vivaldi.
Lei non suonava nulla di così spettacolare, un’umile concertina e una danza in stile assolutamente irlandese (peraltro con perfetta maestria), ma mi colpì, anzi mi fulminò, per la sua bellezza. O meglio, per la straordinaria bellezza della situazione nel suo insieme, questa purissima, quasi ancestrale manifestazione d’arte, come i menestrelli che giravano di piazza in piazza per deliziare la gente del popolo minuto.
La incontrai di nuovo, sempre casualmente (lo giuro!) un paio di giorni dopo, in un pub dove mi ero recata con colleghi di lavoro, lei a sua volta in compagnia di amici, giovani musicisti anch’essi. A quel punto non potei non cedere alle subdole manovre del destino, e mi avvicinai.
Il resto, come si dice, è Storia, che non narrerò oltre poiché attiene alla storia più personale e intima. Ma ora, a distanza di tempo, mi chiedo come avrei mai potuto non innamorarmi.
Naturalmente la sua assoluta libertà, il suo mestiere “girovago” di musicista professionista, la sua serena indipendenza di vita, poco comune qui in Italia, assieme alla distanza del suo mondo, mi fa soffrire non poco; non potendo per ora trasferirmi in Irlanda riusciamo a vederci solo in poche occasioni, ma questo per ora alimenta il desiderio e l’amore piuttosto che smorzarlo: come cantava Domenico Modugno, “La lontananza sai, è come il vento / spegne i fuochi piccoli, / ma accende quelli grandi…”
Grazie per la vostra amicizia, e per la lettura.
M.P.

(I republish here from my Blog, but it’s never just copy & paste: writing is always a changing and evolving process. Here the original version of this text. If you wish to know more about me as a woman and amateur writer, I’ll be glad if you visit it.)