Sono un artista, dammi i miei soldi.

Se c’è una roba che mi ha sempre affascinato degli americani è che, se gli domandi quanto guadagnano all’anno, te lo dicono subito. Anzi, a volte sono loro che te lo dicono senza neanche chiederglielo. 
Sarà che sono protestanti e vedono il denaro come un segno di benevolenza da parte del divino, sarà che “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” pervadono esattamente ogni angolo di quella terra, ma di sicuro gli Americani hanno un rapporto con i soldi molto diverso e molto più tranquillo rispetto al nostro. In Italia invece sembra che a parlare di soldi si faccia peccato, non bisogna dirlo, bisogna far credere che il guadagno cada dal cielo, arrivi tramite vie nascoste e se si guadagna qualcosa dal proprio lavoro sia necessario non farlo sapere in giro. Salvo poi trovarsi senza soldi quando è il momento di pagare l’affitto, e allora bisogna trovare un modo per tirarli fuori.

Qualche giorno fa mi sono trovato a parlare con un docente di Music business di come sia difficile far capire a chi suona in giro che deve anche considerare l’aspetto economico della situazione. Bisogna capire che si suona anche per i soldi, che l’arte ha un prezzo e che quindi va pagata. Da lì mi sono venute in mente una serie di considerazioni su quanto spesso mi sono trovato a chiedere “Quanto ti pagano?” oppure “Quanto costa quest’opera?” e mi hanno quasi sempre guardato tutti inorriditi come se gli avessi chiesto di spogliarsi immediatamente davanti a me.

Ingrandendo ancora di più il campo, ho pensato a tutte le volte in cui ho sentito i miei amici che lavorano in editoria dire “Eh, mi devono ancora pagare per quel lavoro lì ma non voglio insistere troppo, altrimenti magari dopo non mi chiamano più” e io rispondevo “Visto che non ti pagano, forse se non ti chiamano più è meglio, non trovi?”. Anche lì, sguardi inorriditi.

Eppure a me sembra un concetto semplicissimo: mi chiami per un lavoro, accetto, lo faccio, mi paghi. Ma magari sono strano io, non so.

Mi piacerebbe cambiasse un po’ anche da parte degli artisti e di chi lavora in editoria il meccanismo e la mentalità che regola lo scambio tra chi fornisce una prestazione artistica o editoriale e chi usufruisce di questa prestazione. Sicuramente suonare è bellissimo, stare su un palco è eccezionale, lavorare con i libri è un sogno. Ma ancora più bello è che dopo aver intrattenuto il pubblico, dopo aver tradotto un libro, dopo aver fatto una qualunque di quelle cose che sognavamo da piccoli e per cui abbiamo studiato e lavorato duramente ci sia qualcuno che ripaga quest’opera.

Quindi basta con il “Lo faccio per la visibilità” dopo che si suona da dieci anni ovunque, oppure con il “Non vorrei passare per quello che rompe i coglioni” dopo il decimo sollecito per essere pagati. Prova a dirglielo al cuoco del ristorante dove hai appena mangiato, che lo ripaghi con un’ottima recensione su TripAdvisor oppure convincendo altre 10 persone ad andare a mangiare in quel ristorante, e poi ne riparliamo.

Per quale motivo un cuoco ha il diritto di essere pagato, e un attore no? Oppure un traduttore? O un musicista?

Mi piacerebbe che si passasse dalle parole ai fatti, non con la violenza (anche se a volte alcuni gli schiaffi te li tirano dalle mani), ma con la consapevolezza che anche se il lavoro dell’artista o dell’attore o di qualsiasi altro lavoratore della cultura è un mestiere piacevole, di sicuro non lo si fa solo per la gloria. Ma il cambiamento deve partire proprio da quelli che dovrebbero ricevere i pagamenti, perché se aspettiamo che cambino quelli che non pagano, temo che i nostri conti correnti potranno rimanere in rosso per parecchio tempo ancora.

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