Alla piazza di Chinchon

Mario Bocchio
Jul 21, 2017 · 6 min read

di Mario Bocchio

Scorgiamo Chinchon. I tori che si combattono nelle rispettive arene sono lo specchio delle strade che li portano a morire. Il paese ci viene incontro piano, non abbiamo fretta: domina il bianco degli intonaci e tutto sovrasta la chiesa che sta in mezzo, sul gradino più alto. La chiesa, messa lì, sembra la ciliegina su quei dolci da pasticceria.

Gli aficionados hanno una sorta di orologio biologico che segna inesorabilmente il tempo, che scatta automaticamente quando sa che i tori si avvicinano, che guida la volontà e le azioni con ordini secchi e precisi. Ha suonato la sveglia.

Alla piazza di Chinchon si arriva percorrendo stradine che dalla cima del paese scendono ripide, stradine strette e silenziose, le case immacolate sui lati, profumo di aglio che esce dalle cucine.

In fondo alla via sta una sorta di portone, semichiuso, che inibisce il passaggio: due signori rubicondi strappano biglietti e incassano il corrispettivo in euro, là dietro tra poco si darà una novillada.

Con le debite proporzioni, Chinchon è la Siena della tauromachia. La sua piazza è di una bellezza esplosiva e struggente. La chiesa troneggia dall’alto della collinetta, lo spazio è un tondo imperfetto, le case a due piani hanno balconate di legno verde e ostentano drappi giallorossi: la sabbia che copre il selciato accoglierà presto zoccoli e zapatillas, un giro d’assi attorno delimita la pista, lungo il perimetro alcuni ordini di gradinate. E’ la piazza del paese, che è l’arena del paese.

L’atmosfera è insieme elettrica e sognante. Uomini e donne e ragazzi e bambini passeggiano in quel corridoio ombreggiato che sta tra il retro delle gradinate e le case che danno sulla piazza, in quel cammino puntellato da botteghe e bar e ristoranti che fa da percorso tentatore e obbligato.

La novillada è lo zenit della festa. Introduce l’alguacil, un personaggio in evidente stato di obesità e a cavallo tra l’età dei giochi e la pubertà più complicata: compie la funzione con fare goffo e lezioso, la madre lo ammira da dietro la barriera, lo immortala in mille fotografie, lo chiama con gridolini nervosi.

Sfilano i due novilleros e le rispettive squadre, entrano man mano i quattro tori.

Il sole incendia le assi dipinte con i tori più maturi del giallo e del rosso e che ora brillano luminose, dai balconi si affacciano signore non più giovani, sulle gradinate le famiglie coi bambini si mischiano ai ragazzotti eccitati e alle signore impomatate. Tutti bevono, sgranocchiano, ridono e gridano. Una mezza veronica scatena l’entusiasmo del signore davanti a noi, la camicia contiene a fatica l’esuberanza e la passione per il cibo, il volto è paonazzo, si produce in un olé gorgogliato e lussurioso.

Tutto si mischia e si confonde e si trasforma, la tragedia dei tori e l’euforia della festa, gli sguardi ammiccanti e il silenzio concentrato di qualche vecchio aficionado, l’odore del sigaro e il profumo dei canditi. Là in alto, austera e immobile, la chiesa.

Finisce la corsa, arriva la sera. La piazza di Chinchon è centro pulsante della vita del paese, qui si sfidano i tori, qui si beve e si mangia, qui si va ai concerti e si fa la spesa, qui si è a casa.

Poi i lampioni della piazza si spengono e succede qualcosa che stravolge tutto.

Entra la processione, in testa il parroco e il sindaco, dietro a loro mezzo paese. Donne col velo, ragazze in abito da sera, bambini vestiti da marinaretto. Uomini e ragazzi portano la statua della Madonna vergine, è sommersa da un tripudio di merletti, ricami, lucine, rose, medagliette, oro, pietre.

Nei bar ora la gente tace e ascolta la nenia cantilenante che il prete intona nel megafono, e con quella il coro di risposta che arriva dal serpentone. La madonna conquista il centro della piazza, vengono recitate le formule di rito, gli uomini e le donne si sistemano lungo il perimetro delle assi e hanno espressioni severe e i pensieri a qualcosa di lontano.

Nella stessa piazza dove poche ore prima sono stati uccisi quattro giovani tori, su quella stessa sabbia che ancora è chiazzata dal rosso del loro sangue ora sta una Vergine e attorno a lei cento fedeli che la pregano, stanno cento candele e cento rose, in quella piazza dove fino a un minuto fa un paese intero celebrava la vita ora un intero paese si raccoglie in pagana preghiera.

In qualsiasi altro posto del mondo il cortocircuito sarebbe stato inevitabile e rumoroso, ma qui no: a Chinchon, nella Spagna autentica e profonda, tutto questo è semplicemente vero, essenziale e normale.

Poi a un cenno del pastore gli uomini si riprendono in spalla la madonna, le donne si accodano ordinate, la processione riprende a muoversi e i lampioni tornano a illuminare la festa.

I bicchieri riprendono a svuotarsi, le posate di nuovo tintinnano, i camerieri servono piatti e caraffe.

È qui che il Pana incontrò la Pantoja.

Ci vengono in mente i novillos di oggi, quel batacazo impensato, i fiori gettati ai toreri.

Da sopra al castello vediamo sparare i fuochi d’artificio: illuminano il cielo di mezzanotte, disegnano arabeschi contro il nero dell’infinito, si accavallano tra geometrie e colori impazziti.

Sol y Sombra

Alle cinque della tarde

    Mario Bocchio

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    Giornalista professionista, amo il calcio, soprattutto quello dei mitici anni Ottanta. Non disdegno la politica, anche per averla praticata attivamente

    Sol y Sombra

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