Il segreto del torero di García Lorca

Mario Bocchio
Aug 9, 2017 · 5 min read

di Mario Bocchio

Dopo aver rischiato la pelle nell’ arena era capace di chiudersi in albergo a scrivere una pièce teatrale. Oltre che drammaturgo fu attore di cinema, aviatore, pilota automobilistico, giocatore di polo, presidente della Croce Rossa e del Betis Siviglia Calcio, nonché mecenate d’ una generazione di poeti grande quanto disgraziata. Spiegò la tauromachia alla Columbia University. Perché, prima di tutto, fu matador de toros. Leggendario in vita e ancor più in morte: quella trasfigurata dall’ amico Federico García Lorca nel celebre Lamento per Ignacio Sánchez Mejías, la più alta elegia funebre del Novecento spagnolo — e non solo.

«A las cinco de la tarde / Eran las cinco en punto de la tarde », versi così famosi da essersi trasformati loro malgrado in spot folkloristico della Spagna ancestrale, flamenca y torera. Eppure, a ottantatre anni dalla cornata killer nell’ arena di Manzanares, la figura di Ignacio Sánchez Mejías (1891–1934) resta irriducibile ai cliché. E da quel cilindro magico che fu la sua rapida esistenza spunta adesso un’ altra sorpresa: il romanzo inedito La amargura del triunfo ( L’ amarezza del trionfo ). Nell’ ambiente taurino era considerato una specie di piccolo Graal. Tutti gli aficionados sapevano che stava sepolto da qualche parte, ma finora nessuno era stato abbastanza bravo da scovarlo. C’ è riuscito il professor Andrés Amorós.

Mica un Indiana Jones dell’ ultim’ ora: critico e giornalista, insegna letteratura spagnola nell’ antica università Complutense di Madrid, e al torero venerato da García Lorca ha dedicato studi definitivi. Racconta: «Il romanzo era nascosto tra la massa di manoscritti lasciati da Ignacio. Un labirinto di appunti buttati giù d’ impeto tra una corrida e l’ altra. Un caos scoraggiante. Anche i discendenti erano pessimisti sulle chances di successo». Ma alla fine il professor Amorós ha ricomposto il mosaico del romanzo — ora pubblicato in Spagna (edizioni Berenice) e già in ristampa. Spaccato di vita torera a metà degli anni Venti, L’ amarezza del trionfo ha solo l’ apparenza del racconto di colore. Sotto lo smalto del pittoresco serpeggia una riflessione malinconica, corrosiva, addirittura inquietante, su psicologia e condizione sociale dei matador. E sul mundillo, il mondo taurino, con le sue incipienti derive da show-business. Quattrini, veleni, giornalisti prezzolati, attriti di classe, bohème, amori, evanescenza del successo. E, in mezzo, un eroe quasi esistenzialista, il torero José Antonio, col suo devoto assistente, il “Sancho Panza” Espeleta. Per quanto imbottito di elementi autobiografici, il romanzo ci parla meno del suo autore che del suo idolo: «Dietro il protagonista si intravede più che altro il mito-Joselito» spiega Andrés Amorós. Joselito. Leggi: José Gómez Ortega detto El Gallo. Leggi: il più grande matador di tutti i tempi. Non si discute: ancora adesso se in Spagna chiedi in giro lo mettono in cima alle classifiche. Sebbene non l’ abbiano mai visto in azione. Perché morì il 16 maggio del 1920. Incornato a venticinque anni nella plaza di Talavera de la Reina. Fu più di un lutto enorme (a tutt’ oggi commemorato nelle arene): fu un trauma nazionale. Una lacerazione culturale. E il tramonto di un’ epoca: la Edad de Oro del toreo.

«La tauromachia è finita» decretarono i fan e persino gli avversari. Ma per nessuno lo shock fu più demolitore che per Sánchez Mejías. Che quella tarde toreava con Joselito. Ne aveva sposato la sorella. E poi ne avrebbe preso in simpatia pure l’ amante, la ballerina e coreografa Encarnación López, alias la Argentinita. José, il prodigio mezzosangue gitano, e Ignacio, figlio ribelle di borghesi. Erano cresciuti insieme per le picaresche strade di Siviglia, malgrado li dividesse un solco. Di status. E talento. Di quattro anni più anziano, Sánchez Mejías aveva imparato tutto da El Gallo che lo “battezzò” torero insieme a un altro padrino eccellente: quel genio di Juan Belmonte. Più coraggio che fronzoli, «Ignacio toreava nello stile essenziale, dominatore di Joselito. Che nel romanzo spunta come una specie di proiezione, di doppio» dice Amorós. E ricorda quanto Sánchez Mejías fosse affascinato dalla psicanalisi, dalle prime traduzioni di Freud, dai dedali della mente: «Certi suoi lavori teatrali hanno un sapore pirandelliano». Era talmente incuriosito dai manicomi da portarsi alle corride i picchiatelli in comitiva. Tipo Jack Nicholson nel Cuculo. In varie stagioni si ritirò provvisoriamente dalle arene: si sentiva sempre più attratto dalle arti. Pur nella fedeltà all’ etica torera, visse il Novecento come un immenso giacimento di possibilità conoscitive, espressive. Seduttore, dandy («In un hotel parigino lo scambiarono per il Duca di Windsor»), munifico: nel 1927, per il trecentesimo anniversario della morte di Góngora, sponsorizzò a Siviglia il raduno di poeti che da quel momento vennero chiamati la «Generación del 27».

Quella — poi perseguitata e dispersa dalla Guerra civile — degli Alberti, dei Bergamín, dei Cernuda… E di Federico García Lorca. Che a Sánchez Mejías regalò l’ eternità laica della poesia. Mica poco. «Però guardi che Las cinco de la tarde non sono, come si crede, l’ ora della cornata, né della morte, ma quella in cui iniziò il corteo funebre» precisa il professor Amorós. Ignacio non morì nell’ arena ma, due giorni dopo, in una clinica di Madrid. Tra ombre di amici, sussurri di suore, un gran caldo gravido di disinfettante. Non avrebbe voluto esibirsi nella plaza in cui venne incornato da un toro di nome Granadino. A portarcelo fu la perfida orologeria del destino: sostituiva un matador infortunato. Triste, solitario y final, era tornato a toreare perché, sì, la corrida gli andava stretta, ma non poteva farne a meno. « Me muero de tristeza », diceva quando ne era lontano. Delirando nell’ agonia parlò di tori al pascolo fra distese di ulivi. Nella coscia aveva una ferita grossa quanto un pugno. È sepoltoa Siviglia. Cimitero dei toreri. Nella stessa tomba di Joselito

Sol y Sombra

Alle cinque della tarde

    Mario Bocchio

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    Giornalista professionista, amo il calcio, soprattutto quello dei mitici anni Ottanta. Non disdegno la politica, anche per averla praticata attivamente

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