La corrida classica finisce con lui, la corrida moderna nasce da lui

di Mario Bocchio

Belmonte annientò le leggi scritte e non scritte della tauromachia.

La fondamentale di queste leggi è, come si disse a suo tempo, quella che riguarda i terreni del toro e del torero quando sono di fronte e che, in un certo senso, stabilisce la linea immaginaria oltre la quale l’uomo non può spingersi.

La storia della tauromachia altro non è che la secolare lotta dei toreri per guadagnare un centimetro, un millimetro, una micrometrica distanza sul terreno del toro.

È una corsa sorda, affannosa verso il toro, come verso un frutto sublime o proibito.

Per sentire un toro passare il più vicino possibile sono morti uomini a centinaia.

Le stesse rivalità fra toreri non furono che gare d’audacia verso il terreno vietato e si risolsero sempre in favore di chi, magari lasciandoci la pelle, si spinse più avanti.

Belmonte — come ha spiegato Max David in Volapié — fu il primo a violare la legge dei terreni che era, per generale credenza, una legge geometrica.

Il che, in tauromachia, significa qualcosa come non ammettere che la somma dei quadrati costruiti sui cateti è eguale al quadrato costruito sull’ipotenusa.

Nella lotta fra l’uomo e il toro Belmonte, ribellandosi ad ogni limite, si buttò dall’altra parte; valicò il confine verso un mondo inesplorato e favoloso, popolato di morti e di leggende nere.

Fu l’Ulisse della tauromachia. Arrivato dall’altra parte, trovò in realtà i mostri ed i morti (Espartero stava in prima fila) e trovò che la lotta per la vita era tanto dura, serrata e tremenda che forse gli sarebbe piaciuto tornare indietro.

E sarebbe forse tornato, se avesse potuto, se avesse materialmente potuto rivalicare l’abisso.

Ma non s’è detto tante volte che Belmonte, poverino, era un rospetto, un ranocchio, un passerotto caduto prematuramente dal nido?

Non s’è sempre parlato delle gambette di Belmonte, delle sue braccine, delle sue spallucce sulle quali il collo spuntava come un esile stelo?

Beh; oltre all’eccezionale tempra del cuore fu per colpa della sua sciagurata fattura se Belmonte non tornò indietro.

Rimase dall’altra parte durante vent’anni, prima solo, poi con Joselito, a lottare con la morte e con la gloria.

E un giorno era la morte che sembrava avere il sopravvento (Belmonte ha sofferto un numero imprecisato di ferite gravissime e fino a quindici incidenti di sangue in una sola corrida) e un altro giorno era la gloria.

I vent’anni in cui Belmonte e Joselito rimasero al di là dell’abisso fatale corrispondono ai vent’anni di maggiore splendore che la tauromachia abbia conosciuto ed al periodo di più intensa esaltazione popolare.

“Quel piccolo teppista che infilzava i tori con la forza dello spirito. Gracile e poverissimo, iniziò a toreare nelle campagne andaluse Divenne il numero uno delle corride. E a ferirlo a morte fu l’amore” ha scritto di lui Stenio Solinas.

“Andate a vederlo subito, adesso. Dopo sarà troppo tardi, sarà già morto” disse Guerrita nel 1910 dopo aver visto toreare il diciottenne Belmonte.

Guerrita aveva per soprannome il califfo di Cordova ed era stato a fine Ottocento il più famoso torero spagnolo, troppo superbo per essere amato, troppo abile, imponente nel fisico, supremamente elegante per non essere ammirato.

Il ragazzo Juan era il suo opposto: piccolo, gracile, grande di testa, corto di busto, i suoi detrattori lo avevano ribattezzato Rigoletto.

Però faceva una cosa — come abbiamo già detto — che fino ad allora non aveva mai fatto nessuno: non schivava il toro, ma lo dominava usando se stesso come centro di gravità, immobile sulle gambe e guidando l’animale con il solo gioco di braccia, standogli vicino come mai prima era avvenuto e sovvertendo così la regola che voleva toro e torero come entità distinte e contrapposte, con un proprio terreno d’azione.

Detto in altri termini, ovvero con le sue parole, “esisteva a quei tempi una complicata matematica a proposito dei territori del toro e di quelli del torero, che a mio parere era del tutto superflua. Il toro non ha territori, perché non è un essere ragionevole, e non c’è registro della proprietà che li possa definire. Tutti i territori sono del torero, l’unico essere intelligente a entrare in gioco che, come naturale, si prende tutto”.

Alla fisicità e agilità di Guerrita, Lagartijo, Frasuelo, che nella seconda metà dell’Ottocento aveva codificato “l’arte del toreo” in senso corporativo, e dei loro epigoni del primo Novecento, Bombita, Machaquito, El Gallo, Belmonte opponeva una sorta di toreo come esercizio spirituale: “Se nel toreo le qualità fisiche, e non quelle spirituali, fossero l’elemento fondamentale, io non avrei mai avuto successo”.

È con Belmonte che l’estetica della corrida prende veramente forma, diviene espressione plastica di un repertorio di suertes , fasi, codificate, ottenuta adattando a esse il movimento imprevedibile del toro.

La corrida classica finisce con lui, la corrida moderna nasce da lui.

La gracilità di Belmonte era figlia della povertà, dell’ozio e della disperazione.

Primo di nove fratelli, era un malange, un guastafeste del quartiere popolare di Triaca, a Siviglia, aveva smesso di andare a scuola a otto anni, era già un teppista a undici, orfano di madre, aveva un ambulante fallito come padre. Anche nel mondo taurino era entrato dalla porta di servizio. Non era un aficionado delle arene, non andava alle capeas, le corride dei dilettanti, dove nei tentaderos in cui si selezionavano i tori si poteva essere autorizzati a qualche mossa con la cappa.

Juan andava a toreare nelle campagne andaluse di Tablada, lì dove il Guadalquivir rimuove gli umori della terra e fa nascere i pascoli per i tori bravi.

Di notte, con un gruppo di piccoli malange come lui guadava il fiume, la muleta stretta ai fianchi a mo’ di costume.

Di là dal fiume c’erano i tori e lui e gli altri andavano a toreare in mezzo a loro, nudi sotto la luna.

Si avvicinavano al branco, isolavano quello che sembrava il toro migliore, lo chiamavano, lo incitavano, lo insultavano finché, infuriato, quello caricava, nero come la notte contro quei corpi bianchi sotto il raggio della luna.

In mancanza di questa, quando il pascolo era immerso nel buio e nemmeno i guardiani e la Guardia Civil osavano entrarvi, si portavano dietro due lanterne al carburo e il gioco stava nel restare il più possibile attaccati al toro, perché se l’animale entrava nella zona d’ombra e spariva, il ritrovarselo di colpo in quella illuminata era più rischioso, perché il piccolo torero dalla luce rimaneva abbagliato.

“In tali condizioni toreare aveva maggiori esigenze e credo fermamente di dovere a quel cumulo di difficoltà molte caratteristiche del mio stile”.

Su Juan Belmonte, oltre a migliaia di articoli, sono uscite almeno una ventina di biografie, ma la migliore resta quella che a metà degli anni Trenta scrisse Manuel Chavez Nogales e che adesso appare per la prima volta in italiano: Juan Belmonte matador de toros.

Nogales era allora un giornalista di punta, colto, brillante, nemmeno particolarmente interessato al mondo della corrida, ma perfettamente consapevole di quanto quel mondo fosse l’incarnazione di una certa Spagna.

La tauromachia era allora talmente presente nei pensieri, nel gergo, nella conversazione, persino nella retorica politica che alla Costituente repubblicana il deputato Prieto si era rivolto al collega avversario Oscario così: “Non pensavo che questo pomeriggio avremmo toreato, vostra signoria”.

Qualche anno prima, in una seduta parlamentare, Primo de Rivera aveva rimproverato un deputato con queste parole: “Voi, caro amico, uscite dal burladero fate mezza veronica e poi vi nascondete”.

Il burladero è lo spazio inventato proprio da Belmonte, dove i toreri potevano trovare riparo.

Per la Spagna i tori sono sempre stati un’ossessione e i pittori, gli scultori, i poeti spagnoli raramente sono sfuggiti alla sorte comune a molti loro connazionali, quella di essere, almeno potenzialmente, toreri. Da Goya a Zuluaga a Picasso, da de Alarcón a García Lorca, l’elenco è imponente.

Di questa ossessione trasversale, popolare e colta, Belmonte fu la perfetta incarnazione e nel frequentarlo per poi raccontarne la vita, Nogales se ne rese subito conto.

Non era solo un torero, Belmonte, ma un tipo umano, un emblema, un “pícaro di genio”, come nota Mario Cicala nella sua bella introduzione.

Era amico di Ramón María del Valle Inclán e di Ramón Pérez de Ayala, la crema colta del suo tempo, era il bambino senza nemmeno la licenza elementare che per descrivere l’andare e venire del toro intorno alla muleta citava “l’aria soave di lenti giri” di cui parlava il poeta Rubén Darío o telefonava a un amico madrileno “per commentare con lui una frase di d’Annunzio che aveva appena letto: ‘Il pericolo è l’asse portante di una vita sublime’”…

In più, il successo e i soldi non gli avevano dato alla testa. Sapeva da dove veniva, conosceva i bisogni della povera gente e questo per il liberale Nogales, che quando scoppia la Guerra Civile deve lasciare la Spagna perché rischia di essere “perfettamente fucilabile” da entrambi gli schieramenti, era un ulteriore titolo di merito, l’idea di una Spagna diversa, più umana, più giusta.

Belmonte sopravvisse ai tori e alle corride, ben 675, pur con un numero imprecisato di ferite gravissime e fino a quindici incidenti di sangue in una sola corrida.

Si ritirò nel 1935, a poco più di quarant’anni e durante il franchismo fu più popolare dello stesso Franco.

Nel 1961, alla notizia che il suo amico Ernest Hemingway si era ucciso, commentò: “Ben fatto”.

Un anno dopo, nella sua casa di Siviglia lontana pochi isolati dalla Real Maestranza dove aveva avuto i suoi più grandi trionfi, fece lo stesso, sparandosi un colpo di pistola alla tempia.

Si era innamorato di una giovanissima torera cavallerizza, ma era stato respinto. A settan’anni, morire d’amore era l’unico modo per morire giovani.

“Fuori dalla Maestranza, a corrida finita, un pubblico che ha fumato sigari, bevuto whisky, mangiato noccioline e gelati, salutisticamente scorretto come purtroppo non si usa più, sciama ordinato verso il centro della città. È splendida la primavera di Siviglia, alle spalle dei giardini reali dell’Alcazar, prima che il barrio di Santa Cruz si riempia di musiche e la Giralda della Cattedrale batta le nove della sera; le gambe allungate sotto un tavolo, cola de toro estofada sul piatto e vino tinto nel bicchiere, si ripensa a quello che si è visto, ci s’interroga su cosa sia il rischio e fino dove possa arrivare”.

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