La corrida fa pensare solo alla metafora della morte, che il mondo “civile” ha deciso di esorcizzare

di Mario Bocchio

Chi definisse la corrida un semplice spettacolo esaltante ed emozionante sbaglierebbe. Essa è una rappresentazione religiosa, è il rito più antimoderno, anacronistico, miracolosamente sopravvissuto nell’Occidente tramontato già dal secolo dei lumi e dei falsi miti; il rito, dicevo, ucciso lentamente dall’ignoranza, da una preconcetta incomprensione, da una valanga di opinioni psico-analitiche, da un diffuso cattivo gusto, tipico della società consumistica ed affaristica, idiota, autofaga e masochistica.

La corrida non assomiglia a nulla, solo a se stessa, fa pensare solo alla metafora della morte, che il mondo “civile” ha deciso di esorcizzare, insieme con la paura, il dolore, la fantasia, la suggestione, come ogni passione sciacquata nella lavatrice con la candeggina della seriosità, della ragionevolezza, della sensatezza, i tipici surrogati dei valori millenari della civiltà europea, l’aretè greca, la virtus romana, la fede medievale, la poesia e l’arte nate con l’uomo europeo.

Nel mondo del fittizio (il gioco borghese delle parti), dell’adulterato (un vino o un sentimento), del truccato (dal gioco alle gare d’appalto), del mistificato (politica, religione, filosofia), del virtuale (tutto è irreale ed interattivo, dalle lingue straniere all’amore), del reality show (grossolana e volgare parodia dello stato di natura ripreso dalle telecamere), la corrida è una lotta reale, in questo campo i simulacri e gli eufemismi disturbano, sconcertano, disgustano, la lotta è lotta, il sangue è sangue, l’onore è onore.

Assistere ad una buona corrida è raro: in questo caso, tutta l’atmosfera contribuisce ad interagire, il pubblico, il toro, il torero. Il toro deve essere nelle condizioni migliori, il matador nella vena giusta, senza problemi di fegato o di cuore; l’arena dovrà essere stracolma di una folla entusiasta ed esigente, tutti coi cappelli a falda larga, sigari avana, ventagli, fazzoletti colorati da sventolare nei momenti esaltanti: la canicola è insopportabile, ma il venticello fresco della Sierra dà sollievo.

Davanti agli occhi degli spettatori ci sono l’Alhambra, l’Escorial, il Prado, i bianchi villaggi andalusi, con le case calcinate dal sole, gli orizzonti tremolanti della Castiglia, il mare di Alicante di un azzurro abbagliante; il rosso del sangue e il giallo della sabbia, i colori della bandiera spagnola, in un attimo tutto e nulla davanti alla folla degli spettatori, invasata da un demone ossessivo, attratta da un’inspiegabile e contraddittoria miscela esplosiva di amore e morte, che si confondono nei riti orgiastici, misterici e dionisiaci della grecità arcaica.

Certo, è difficile capire oggi la corrida, considerata un residuo del tradizionalismo e del cattolicesimo iberici. Per capire la corrida, bisognerebbe rimuovere tutte le sovrastrutture materiali e mentali ingombranti, fuorvianti. Innanzitutto, il folklore, la pubblicità, i souvenirs, il pubblico formato dai forzati del turismo organizzato ed affaristico, armato di videocamere; le migliaia di tori che ogni anno muoiono nelle arene, i pochi toreri feriti, i pochissimi morti, gli svariati milioni di biglietti venduti, centinaia di migliaia di persone che vivono della tauromachia moderna; infine, Francisco Goya, Pablo Picasso, Orson Welles, Garcia Lorca, Ernest Hemingway, sappiamo bene che quel miscuglio di sport, danza, rito, vita, morte, si prestano a poesie e romanzi, ma si tratta di letteratura, riflessione postuma.

A questo punto, la corrida è un universo complesso e, per averne un’idea corretta, occorre isolarne gli elementi originari. La plaza è il vero ombelico di ogni città spagnola, da quella monumentale di Madrid (40.000 posti) a quelle minuscole, allestite nei giorni festivi nei villaggi più sperduti. Il toro “bravo” è la razza arcaica, allevata secondo regole rigidissime. Il torero o matador è un’altra razza spagnola, fatta di follia, controllo, grazia, armonia, onore, tra il ginnasta greco, il ballerino andaluso, il guerriero, fornito di quel coraggio calcolato o disperato del gladiatore romano. La feria (festa) è il momento di trasfigurazione e d’ebbrezza spirituale, proprio dell’autodafé, in una liturgia laica coinvolgente. L’aficionado, a metà tra intenditore ed innamorato di tori, toreri, ferias, compone la folla trepida, volubile ed esigente che riempie la plaza. Infine, il calore e la violenza del sole iberico, accende il rosso delle cappe, i fili d’oro dei costumi, le pozze di sangue rappreso sull’arena. Tutti questi elementi sono parti integranti di un rito tragico, stranamente giunto fino alla nostra levigata, ragionevole, ipersensibile, stolida modernità. Hemingway scrive nella “Morte nel pomeriggio” che “la morte del toro è recitata, più o meno bene, dal torero e dall’uomo insieme; c’è pericolo per l’uomo, ma per l’animale la morte è sicura”.

Una convinzione erronea molto diffusa è che in questa tragedia si fronteggino da una parte l’intelligenza (intuito, astuzia, scaltrezza sleale), dall’altra la forza bruta, ottusa, istintiva dell’animale. Viene facilmente alla mente l’episodio omerico di Ulisse e Polifemo, l’intelligenza sconfisse la bestialità. Invece, nel profondo dell’anima religiosa, della corposa cultura, dell’epica storica, della letteratura picaresca, il fatale ed indissolubile dualismo tra l’uomo e l’animale nasce piuttosto dall’amore e venerazione, che si respirano ovunque per il toro.

Il toro non è il nemico, è piuttosto l’altro, l’antagonista, l’alter ego; il suo dialogare con l’uomo simboleggia il duello tra la vita e la morte, tra l’amore e la morte: lampante nell’ultimo atto (tercio), quando il matador, accompagnato dai pasos doblez dell’orchestra taurina, affronta in solitudine l’animale (ormai consapevole del proprio destino) e l’invita a passaggi sempre più ravvicinati e più rischiosi, veri e propri passi di danza, nei quali il carnefice e la vittima, l’amore e la morte sono inseparabili.

Tutto il rituale, dal primo squillo di trombe fino alla stoccata finale, mentre in un silenzio sacrale si attende l’animale esausto, ma non vinto — allora più pericoloso — è una progressione verso il disvelamento dell’essenza tragica della vita. Una sintesi perfetta della vita, racchiusa in venti minuti, tanti che il matador ha a disposizione per concludere la lotta in tre tercios, nei quali gli spettatori vedranno il toro perdere la sua baldanza tra cappe, picche, banderillas, muletas, fino al momento della verità: quando la spada con la lama di Toledo, scintillante nella calura del tramonto, il torero gli affonderà tra le scapole, gli reciderà l’aorta e la bestia stramazzerà. Ed ogni anno a Madrid, nella festa di S.Isidoro, i più famosi toreri sfilano sulla plaza di Las Ventas, il campionato del mondo della tauromachia, davanti a migliaia di spettatori.

La corrida, nonostante le teorie da metateatro e da dietrologia, formulate da antropologi e psicologi, da “esperti” e scienziati, da plutocrati ed affaristi che hanno inventato i sedili anatomici, il parto indolore, la guida robotica, i trapianti degli organi, il concepimento in vitro, la linea Chicco, la televisione-spazzatura, il cellulare, l’internet, i videogiochi, il cibo confezionato, le sfilate di moda, i concorsi di bellezza, i telequiz a premi, la promozione dell’alunno con cinque debiti formativi, l’obbligo del casco e del giubbotto rifrangente, le norme Cee, richiamate per gli ascensori come per le gomme da masticare, ebbene la corrida rimane uno dei riti più spontanei, irrazionali, reali, nati da tradizione, visceralità, ancestralità, assurdità. Essa, per sua natura, non può essere truccata, per il semplice motivo che non c’è possibilità di concordare il risultato, come sovente accade in altre gare: si può corrompere l’uomo, non certo l’animale. Animalisti, ambientalisti e verdi sbraitano contro la tauroctonia moderna, fingendo di ignorare che esistono tante altre carneficine legalizzate, tollerate, palesi o clandestine.

Lo “scandalo” dell’uccisione del toro (e talvolta del torero) nasconde un piano attuato sistematicamente dalla “intelligentia” sinistrorsa, impenitente marxista, materialista ed atea, anche se va a messa ed a baciare la mano al papa, o semplicemente rientra in un processo di zucchificazione (simile a quello descritto da Seneca e riferito a Claudio), che mira a formare un uomo-contenitore, un vuoto a perdere o, peggio, pieno di luoghi comuni, di idiozie ammantate di ideologie fuorvianti, di amene utopie, di poche e sbagliate convinzioni, che aborrisce la violenza, ma ne è vittima, che accoglie con umanità l’invasore, senza capire che perderà il suo spazio vitale, ama la giustizia, ma è pronto a giustificare o perdonare chi ha compiuto delitti immondi.

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